La vera storia dell’impresa dei Mille 43/ La strage di Bronte: Nino Bixio fucila cinque innocenti per ingraziarsi gli inglesi

La vera storia dell’impresa dei Mille 43/ La strage di Bronte: Nino Bixio fucila cinque innocenti per ingraziarsi gli inglesi
3 dicembre 2019

Nella strage di Bronte gli elementi segnati dall’ingiustizia e dalla prepotenza sono tanti. Ci sono gli inglesi, per la precisione gli eredi di Orazio Nelson, che si mettono sotto i piedi gli usi civici. Ci sono gli agricoltori ridotti alla fame. Ci sono le false promesse di Garibaldi. C’è un delinquente incallito che scatena la rivolta e scompare. E c’è soprattutto Nino Bixio, che era il più delinquente di tutti, degno rappeesentante dell’Italia appena nata…

di Giuseppe Scianò

Stato d’assedio a Bronte, tassa di guerra e… fucilazioni d’innocenti.
Massacrate quindici persone al grido di «Viva Garibaldi!».

A Bronte, il 31 luglio 1860, era esplosa una violenta sommossa che si sarebbe conclusa il 5 agosto con il massacro di 15 persone, fra cui donne e bambini, in un contesto di violenze, saccheggi, devastazioni ed incendi mai visti in quella cittadina. Quella vicenda tragica fu ben descritta dallo scrittore siciliano Giovanni Verga, che si guardò bene, tuttavia, dall’indicarne i veri responsabili ed i veri esecutori.

Anche perché la sommossa ed il massacro si erano svolte al grido di
«Viva Garibaldi!», di «Viva la libertà!» e di «Viva l’Italia!». Anche i nomi di alcuni protagonisti verrà alterato. Il tutto è contenuto nella novella «La Libertà» che il Verga ebbe il coraggio di scrivere soltanto dopo venti anni dai fatti narrati.

Per capire bene la storia, occorre fare una premessa.

Per aggregare volontari alla propria impresa e per far intendere all’opinione pubblica internazionale che in Sicilia è già divampata una inarrestabile rivoluzione contro Francesco II Re delle Due Sicilie ed a favore di Vittorio Emanuele di Savoia (che qui nessuno conosceva) e dell’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo, gli agenti Inglesi, gli agitatori ed i propagandisti locali, presentabili e no, della invasione garibaldina avevano (fin da prima dello sbarco) incoraggiato bande, banditi, sbandati e picciotti di mafia a compiere qualsiasi tipo di nefandezze, purché i rispettivi reati apparissero come atti rivoluzionari. Il che era molto facile, perché le truppe Duosiciliane erano state fatte ritirare dagli alti ufficiali Borbonici traditori.

Ne abbiamo già parlato nelle puntate precedenti precedenti (negli allegati a questo articolo le trovate tutte).

GASPARUZZO – Fra i paesi di montagna del Catanese e del Messinese operava, in particolare, la banda di un certo Gasparazzu, oggi non bene identificabile, ma allora certamente noto come delinquente incallito, non privo di ambizioni, per il quale l’avvento garibaldino era caduto veramente a fagiuolo. Gasparazzu si era schierato, quindi, con l’Eroe in attesa di diventare eroe egli stesso. Le sue rapine dovevano, pertanto, essere compiute al grido di «Viva Canibardu» e di «Viva la Talia» (ovviamente nella pronunzia deformata di chi era abituato a parlare in Siciliano, peraltro con poca familiarità con quelle nuove parole). Ma ovviamente non si poteva andare tanto per il sottile…

Cosa succede nella Ducea di Bronte? Nessuno pretendeva tanto. Neppure gli Inglesi che erano artefici e tutori dell’impresa garibaldina. Sarebbero stati – e di fatto lo erano – sufficienti i delitti compiuti ed il clima di terrore che si era venuto a creare in Sicilia per dimostrare che la rivoluzione unitaria era in pieno svolgimento.

I corrispondenti dei giornali Inglesi ed i pennaioli o gli storiografi allineati con il vincitore ed infine gli studiosi in eccesso di buona fede dell’istituendo regime avrebbero trasformato il tutto in gesta eroiche ed in avvenimenti di grande significato morale e politico.

A questi improvvisati patriotti (e non ai veri contadini Siciliani) Garibaldi aveva promesso, con uno dei suoi decreti-truffa, le terre del demanio di uso civico in ogni realtà comunale (con doppia quota, rispetto a quella spettante al vero contadino), senza neppure bisogno di concorso.

A BRONTE GLI INGLESI NEGANO GLI USI CIVICI – A Bronte le operazioni per il ripristino degli usi civici e per la spartizione delle terre demaniali ai contadini, previsti dalla buona legislazione del Regno di Sicilia (e, successivamente, del Regno delle Due Sicilie), erano stati di fatto condizionati pesantemente nel 1799, allorché il Re Ferdinando aveva dato in donazione all’Ammiraglio inglese Orazio Nelson un vastissimo territorio, Maniace, gravato appunto di usi civici e trasformato in Ducea. Il titolare del Ducato era lo stesso Ammiraglio, neo-proprietario, che ovviamente era stato nominato Duca di Bronte.

Un vero disastro, in particolare per i molti contadini e per i pastori nullatenenti di quell’importante area agricolo-silvo-pastorale, che nel tradizionale istituto degli usi civici avevano trovato e trovavano come vivere discretamente. Gli amministratori Inglesi della Ducea, invece, applicando arbitrariamente in Sicilia il diritto vigente nel Regno di Albione, ritenevano come inesistenti i gravami degli usi civici e tutto il corpo legislativo del Regno di Sicilia su quell’immensa azienda.

I brontesi titolari di tanti diritti (pascolare, seminare, andare a caccia, fare legna, carbone, raccolte di frutti, ecc.) si ritrovarono, quindi, improvvisamente defraudati ed impoveriti. Diedero luogo, pertanto, ad una serie di proteste e di contese, anche giudiziarie, nei confronti della Ducea. Difficile, però, per i magistrati e per i funzionari del Regno fare applicare le leggi vigenti in materia ad una famiglia nobile che, anche dopo la morte dell’Ammiraglio, restava potentissima e… soprattutto Inglese.

Le difficoltà diventarono maggiori quando il Governo di Londra, da alleato ed amico dei Borbone, ne sarebbe diventato – dopo la scomparsa del pericolo napoleonico – il peggiore nemico. Un nemico potentissimo alla ricerca di qualsiasi pretesto pur di intromettersi negli affari interni del Regno delle Due Sicilie che peraltro sarebbe dovuto ad ogni costo scomparire per rendere possibile la creazione di un unico, monolitico, Regno d’Italia.
Di uno Stato che si fosse esteso dalle Alpi al centro del Mediterraneo…
Nel maggio del 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi, fu promesso che tutto sarebbe cambiato in meglio. Ed in effetti tutto cambiò. Ma in peggio.

Gli amministratori della Ducea di Bronte, ben sapendo che l’Armata Garibaldina aveva operato ed operava quasi esclusivamente grazie alla protezione inglese, divennero ancora più arroganti e pretenziosi nei confronti dei contadini e dei pastori di Bronte. Era naturale che in questa loro azione scellerata fossero favoriti dalla sparuta minoranza di dipendenti privilegiati, di borghesi e di professionisti locali, che con l’amministrazione della Ducea di Bronte convivevano bene e ne traevano qualche utile particolare, anche se a danno della Comunità.

Il malcontento, quindi, era salito alle stelle e non erano mancate violenze da parte dei sorveglianti del possedimento contro i contadini ed i pastori che pretendevano il rispetto dei propri diritti vitali e giuridicamente protetti (in teoria). Il prode Gasparazzu, in quei giorni di violenze e di saccheggi, pensò di strumentalizzare i descamisados di Bronte, accecati dalla rabbia per i torti subiti negli ultimi 60 anni. Il primo ed i secondi andavano, peraltro, per le spicciole. E non avevano ben compreso, a loro volta, che le violenze alle quali erano sostanzialmente autorizzati potevano essere operate contro tutti ma non contro gli Inglesi, le loro proprietà ed i loro servi. O contro coloro che già avevano abbracciato la causa garibaldina. E che la loro cosiddetta rivoluzione unitaria e filo-sabauda era stata voluta e pilotata dagli Inglesi, che dettavano ovviamente le loro regole anche a Garibaldi ed anche a Vittorio Emanuele.

Si verificarono, pertanto, con l’abile regia di Gasparuzzu, i primi grandi disordini, che sfociarono ben presto nella orrenda strage di avversari e di cittadini benestanti di Cappedda (ai Borghesi, cioè). Gli amministratori della Ducea misero subito in allarme tutti i Consoli Britannici in Sicilia, gli agenti ed i consiglieri Inglesi e lo stesso Garibaldi. Chiesero interventi severi ed immediati. Ne sarebbe andata di mezzo la credibilità dell’Eroe dei Due Mondi. Ed ecco che Garibaldi manda su Bronte, con i pieni poteri, Nino Bixio con la sua colonna.

Si pretende giustizia sommaria, esemplare, immediata.

A Bronte, però, non era rimasto nessuno dei masnadieri estranei alla città.
Gasparazzu (con i suoi banditi e con notevole bottino), tagliando rapidamente la corda, aveva ripreso la via della macchia. I contadini ed i pastori più compromessi nella sommossa, fiutato il cambiamento di vento, si affrettarono a disperdersi per i boschi e le campagne. Bixio non ebbe difficoltà a mostrarsi feroce. Lanciò anatemi, bandi e minacce nel più puro stile di un Generale di un esercito di occupazione.

LA GIUSTIZIA CRIMINALE DI NINO BIXIO – Voleva i responsabili del massacro, ad ogni costo. Ne chiese conto all’Amministrazione Comunale che non contava più niente. Comminò, fra l’altro, una tassa di guerra per ogni ora passata invano. E minacciò ferro e fuoco. Bisognava salvare quantomeno la faccia.

Si concordò allora, fra gli stessi Garibaldini e qualche collaborazionista, di fare cadere la maggiore responsabilità su un personaggio in vista per i propri sentimenti liberali e Sicilianisti, l’avvocato Nicolò Lombardo, colpevole di conoscere le leggi, i diritti ed i doveri di tutti anche in materia di usi civici e di avere difeso gli interessi della comunità.

Con lui furono individuati altri quattro capri espiatori, compreso lo scemo del Paese. Altri cittadini, pastori e contadini, prevalentemente presi a caso, sarebbero stati arrestati e processati in un secondo tempo.

In esecuzione della condanna a morte, emessa dopo un processo sommario, immediato e privo di un benché minimo elemento di legittimità, di serietà e di garanzia, celebrato dalle stesse autorità militari, il 10 agosto 1860, nei pressi della Chiesa di San Vito, l’avvocato Lombardo ed i suoi quattro compagni di sventura furono fucilati. Mentre centinaia di persone venivano deportate nelle varie carceri della provincia.

Si voleva fare veramente giustizia? Nemmeno per sogno. Si voleva piuttosto dare un messaggio ai banditi ed agli assassini fino a quel momento fatti passare per ribelli (di comodo). Nello stesso tempo si mandava una minaccia ai veri contestatori dell’occupazione della Sicilia che niente avevano a che fare con i primi, per dire che le cose erano ormai cambiate. Ed agli Inglesi si poteva così dimostrare che i rispettivi interessi sarebbero stati tutelati dai Garibaldini nel migliore dei modi.

IL DECRETO DI NINO BIXIO – Documento n. 14. Il decreto. In questo decreto Nino Bixio anticipa i contenuti e lo stile di quelli che saranno i proclami delle truppe naziste nella seconda guerra mondiale. Con l’aggravante che – oltre che minacciare la fucilazione – il braccio destro di Garibaldi si permette di applicare una tassa di guerra di onze 10 all’ora. Insomma: la Sicilia diventa a tutti gli effetti colonia e terra di conquista.

Trascrizione del Decreto

Documento n. 15. Il Proclama.

Trascrizione del Decreto

Bronte, 9 agosto 1860. Sul contenuto e lo stile di questo proclama del Maggiore Generale garibaldino, Nino Bixio, valgono le osservazioni già fatte per l’Avviso del 6 agosto 1860.

Documento n. 16. I «falsari» al potere…

Raccolta degli Atti del Governo Dittatoriale
e Prodittatoriale in Sicilia (1860)
Edizione officiale
Legge per la emissione delle nuove monete di bronzo,
e il ritiro delle antiche monete di rame
Nr. Raccolta 159 – Pag. vol. 215

Trascrizione del Decreto
DECRETO
IN NOME DI S.M. VITTORIO EMMANUELE
Re D’ITALIA
IL PRODittatore
Veduto il Decreto d’oggi, col quale si è provveduto all’uniformità del sistema monetario di Sicilia con quello del Regno Italiano;
Udito il Consiglio de’ Segretarii di Stato;
Sulla proposizione del Segretario di Stato per le Finanze;
DECRETA E PROMULGA:
Art. 1. Contemporaneamente alla emissione delle nuove monete di bronzo saranno ritirate dalla circolazione le antiche monete di rame.
La emissione delle nuove monete di bronzo non potrà nel suo totale valor nominale superare di un quinto il totale valor nominale delle antiche monete di rame, che saranno ritirate dal corso.
Art. 2. Un fondo di lire centocinquantamila è destinata alla spesa pei lavori preparatorii, macchine, e materiali necessarii a compiere la coniazione delle nuove monete di bronzo.
È fatto quindi il corrispondente assegno sulla Tesoreria generale.
Art. 3. Il Tesoro anticiperà inoltre la somma di lire centomila, da rimborsarsi col valor della nuova moneta, per la nuova coniazione e il ritiro della specie.
Ordina che la presente legge munita del sigillo dello Stato sia inserita nella Raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare.
Data in Palermo il 13 agosto 1860.

Visto
Il Segretario di Stato per la Giustizia
Firmato VINCENZO ERRANTE

IL PRODittatore Firmato DEPRETIS.
Il Segretario di Stato per le Finanze
F. DI GIOVANNI.

Palermo, 17 agosto 1860. I falsari al potere: il pro-Dittatore Depretis ora agisce «in nome di S.M. Vittorio Emanuele Re d’Italia», abbandonando la formula, pure illegittima (ma meno arrogante), di «Italia e Vittorio Emmanuele».
Questo decreto prevede il ritiro delle antiche monete di rame (già in vigore nel territorio del Regno delle Due Sicilie, che non viene neppure nominato) e la contemporanea sostituzione con monete di bronzo del Regno d’Italia. È tutto chiaro e non facciamo altri commenti.
Resta il fatto gravissimo che in Sicilia non si era svolto ancora neppure il plebiscito-truffa. E che il Regno d’Italia sarà proclamato il 17 marzo 1861.
Alla data del 17 agosto 1860 ancora si combatte per la completa conquista del Sud da parte dell’Armata Anglo-piemontese-garibaldina e mafioso-camorrista. Mentre dall’altra parte, si lotta e si lotterà disperatamente per la resistenza e per la libertà della Sicilia

CHI ERA AGOSTINO DEPRETIS – – Il Pro-dittatore Agostino Depretis.

Nacque in una famiglia di agiati fittavoli (Cascina Bella, 31 gennaio 1813 – Stradella, 29 luglio 1887). Si laureò in legge a Pavia nel 1834. Fu eletto deputato al parlamento subalpino il 26 giugno 1848, all’opposizione, e fu molto critico nei confronti del Governo Sabaudo. Collaborò da giornalista al periodico Concordia e fondò il giornale Progresso. Nel 1860 fu in Sicilia col ruolo di mediatore tra Cavour e Garibaldi. In assenza di Garibaldi, il 22 luglio tutti i poteri nell’isola vennero affidati a Depretis col titolo di Prodittatore.

Riunì il consiglio dei ministri del governo prodittatoriale per indire i plebisciti. E fu allora che Francesco Crispi e altri entrarono in contrasto con Depretis, tant’è che per protesta Crispi si dimise. Garibaldi si schierò apertamente con Crispi e Depretis, il 14 settembre, si dimise dalla carica. Fu sostituito da Mordini fino al plebiscito del 21 ottobre.

Nel 1862 entrò a far parte del Governo come Ministro dei Lavori Pubblici. Nel 1866 Ministro della Marina e poi delle Finanze. Dal 1867 al 1876 fu all’opposizione rispetto ai governi della Destra storica e nel 1873 divenne leader della Sinistra storica e il 25 marzo Presidente del Consiglio del primo Governo della Sinistra storica. Da allora fino al giorno della sua morte a Stradella (dove aveva pronunciato il famoso discorso sul «trasformismo»), fu a capo di 9 dicasteri, interrotti solo da 3 brevi ministeri.

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