La vera storia dell’impresa dei Mille 13/ Le ore che precedono la ‘battaglia di Calatafimi’. Garibaldi sapeva che il generale borbonico Landi avrebbe tradito

La vera storia dell’impresa dei Mille 13/ Le ore che precedono la ‘battaglia di Calatafimi’. Garibaldi sapeva che il generale borbonico Landi avrebbe tradito
10 marzo 2019

Sta per arrivare il ‘giorno fatidico’. Tutto è pronto per la ‘Grande battaglia di Calatafimi’, o meglio di Pianto dei Romani. Ad essere pronto è, soprattutto, il generale del Regno delle Due Sicilia, Francesco Landi, che tradirà la sua patria per fare vincere Garibaldi. Accanto al ‘Duce’ dei Mille, come racconta Giuseppe Scianò, non ci sono siciliani, come invece ci ha propinato l’agiografia garibaldina, ma mercenari pagati dagli inglesi e, al massimo, ‘picciotti di mafia’. Ma che cavolate ci hanno rifilato gli ‘storici’ di regime?  

di Giuseppe Scianò

Contadini? No. Nemmeno uno fra i volontari!

Il ruolo della mafia, come già accennato, diventa quanto mai fondamentale per l’impresa garibaldina, soprattutto per il fatto, imprevisto, che i veri contadini Siciliani non intendevano in alcun modo essere complici dell’occupazione della Sicilia. E la mafia, quindi, si dovrà fare in quattro per coprire anche questo vuoto.

Del resto abbiamo visto come, fin dall’inizio, gli interlocutori privilegiati di Garibaldi siano i traffichini, alcuni baroni ed alcuni latifondisti, meglio se retrogradi e corrotti, fornitori di agganci mafiosi e di picciotti, nonché i banditi comuni.

Ma non la gente comune, non i contadini, non gli operai, non gli agricoltori, non i commercianti, non i marinai, ecc.

Così scrive lo storico Natale Turco(34) a proposito del mancato appoggio dei contadini Siciliani alla conquista:

«Nel suo scritto del 1874 su I Mille, parlando del contadino Siciliano lo stesso Eroe dei Due Mondi testimonia: “Non v’è esempio di averne veduto uno tra i volontari”. E il suo Luogotenente Bixio, nella seduta del 9 dicembre 1863 della Camera dei Deputati, disse in proposito: “Il Dittatore ordinava la leva e nessuno presentavasi…!” volontari che venivano al mattino, se ne partivano in gran parte la sera, portando via scarpe, fucili e coperte. Il Governo Siciliano [cioè quello messo su dalla Dittatura] che andava raccogliendo con molto stento armi ed altro, non trovava il modo di far sentire il dovere d’armarsi per la completa liberazione dell’Isola e per proseguire sul Continente. Fu il Governo Piemontese ad equipaggiare, armare ed inviare da Genova dal 24 maggio al 3 settembre un contingente di 21.000 uomini, che giunsero in Sicilia a bordo di 34 navi, principalmente con le spedizioni del Generale Medici, dell’ex Generale borbonico Cosenz e di Clemente Corte. Questi dati, raccolti dal Rosada e in parte anche dal Candeloro, confermano quanto scrisse allora il Cantù:

«Dopo la vittoria di Milazzo», la cui battaglia durò dal 17 al 25 luglio,«Garibaldi aveva 15.000 uomini, di cui 6.000 veneti, 5.000 lombardi, come lombardi erano tutti quelli della prima spedizione, eccetto qualche genovese e qualche napoletano; 1.000 toscani e 3.000 Siciliani… Garibaldi non poté mai far conto che sui volontari menati seco da Genova, cioè stranieri alla Sicilia».

Nell’elencare le forze che dal Continente vengono a rafforzare i Garibaldini, Natale Turco omette di parlare (o perché lo ignora o, più probabilmente, perché si proponeva di parlarne più ampiamente in altra occasione) dell’apporto, fondamentale, dei mercenari stranieri, che i governi Inglese e Sabaudo metteranno al servizio del Dittatore Garibaldi per la conquista della Sicilia e del Regno del Sud.

Si pensi in particolare ai mercenari della Legione Ungherese, formata da migliaia di uomini ben addestrati e particolarmente crudeli. Si tratta di un’altra macchia, sufficiente da sola a smantellare la santificazione e l’immagine che la cultura ufficiale, ancora oggi imperante, ha costruito tanto accuratamente per Garibaldi e per l’intera leggenda del Risorgimento.
E la presenza massiccia di mercenari non può essere trascurata quando si faccia appena cenno alla battaglia di Milazzo, nel corso della quale i mercenari avrebbero avuto un ruolo importante contribuendo anche a salvare Garibaldi da una clamorosa sconfitta, oltre che da sicura morte (35).

Ridiamo la parola a Natale Turco per un’opportuna puntualizzazione:

«E la ragione di questo rifiuto in massa dei contadini e dei braccianti agricoli a partecipare alla conclamata lotta di liberazione dell’Isola va proprio ricercata nel fatto che le masse rurali siciliane si resero conto, fin dai primi giorni di quella tregenda, cioè, tanto del fatto che si trattava di un’altra invasione straniera quanto del tentativo di strumentalizzarle».(36)

4.1. Alba del 15 maggio: Garibaldi è allegro… Perché?
Dopo avere dato qualche notizia sui comprimari torniamo ora al protagonista più noto, Giuseppe Garibaldi, neo Dittatore e comandante in capo dell’esercito di liberazione.

«All’alba del 15 maggio (1860) i legionari udirono Garibaldi che, vestendosi, cantava a squarciagola: “Quella soave immagine placa i miei spirti, e parmi…”».

Così scrivono Montanelli e Nozza (37) parlando della mattina della giornata, nel corso della quale si sarebbe svolta la mitica battaglia di Calatafimi. È strano che a poche ore di distanza da una battaglia con un nemico
«numericamente superiore e ben armato», il Duce dei Mille appaia così allegro e spensierato. Ed è anche sospetto, ci permettiamo di dire.

Il Generale Landi, accampato a pochi chilometri da Calatafimi, non dispone certamente dei 10.000 uomini dei quali parla spesso la letteratura risorgimentalista. Così come non ha i 5.000 soldati dei quali con candore ostentato parla l’Abba (38) che, per il fatto di essere uno dei combattenti, avrebbe dovuto parlare con maggiore cognizione di causa e con più sincerità, quantomeno per rispetto ai Caduti dell’altra parte. Verso i quali tuttavia qualche rara volta dimostrerà pietà cristiana e sentimenti di fratellanza.

Il Brigadier Generale Borbonico dispone comunque di uomini e di mezzi più che sufficienti. Ed esattamente: di un battaglione del Reggimento Carabinieri a piedi, guidato dal maggiore Giovanni De Cosiron; di un secondo battaglione del 10° Reggimento di linea Abruzzo comandato dal tenente Colonnello Giuseppe Pini e dal maggiore Luigi Sorrentino D’Afflitto; di uno squadrone di duecento uomini a cavallo e di quattro obici con relativi addetti. A questi uomini si aggiungono, nella stessa mattinata del 15, i circa seicento uomini dell’8° Cacciatori, comandati dal tenente Colonnello Michele Sforza (promosso a tale grado soltanto dal 1° maggio). Militari tutti validi. Particolarmente addestrati e brillanti, quelli dell’8° Cacciatori, fiore all’occhiello del Regno delle Due Sicilie.

«In tutto tremila uomini, volenterosissimi di venire alle mani», precisa Giacinto De’ Sivo (39). Cifra, questa, confermata anche da non pochi storici risorgimentalisti.

Diciamo subito che ai volenterosissimi soldati non sarebbe stato consentito di combattere. O per meglio dire: gli unici a combattere, disattendendo i precisi ordini ricevuti dal Landi, saranno i seicento (secondo il De’ Sivo ed altri autori sarebbero stati appena cinquecento) soldati del tenente Colonnello Sforza, ultimi arrivati e stanchi della marcia da Trapani a Calatafimi, ma, come giustamente dice il De’ Sivo, volenterosissimi.

L’unico a non volere alcuno scontro con i Garibaldini è infatti proprio il Landi. Insomma, per Garibaldi, il Landi capita a fagiuolo. È l’uomo della fortuna. Per l’Esercito delle Due Sicilie è, invece, il responsabile dell’inizio di una catastrofe militare oltre che politica. L’uomo sbagliato, insomma, nel posto sbagliato. Quando Garibaldi canta a squarciagola è già a conoscenza del ruolo e delle qualità del Landi? Pensiamo di sì.

Ma lasciamo che a parlare siano i fatti.

I dibattiti fra Arabi e Lombardi non fanno dormire bene il valoroso tenente Bandi nella notte fra il 14 ed il 15 maggio 1860. Così annota l’Abba alle 5 del mattino del 15 maggio, prima di lasciare Salemi.

«Fra pochi minuti si parte. Il nemico è davvero a nove miglia. Abbiamo riposato due giorni e due notti su quest’altura, fra gente povera e rozza. Chi sa dove dormiremo stasera? I carri per l’artiglieria sono fatti; la colubrina allunga la sua gola; il corpo dei cannonieri è formato. Sono quasi tutti ingegneri».

Da quel momento in poi le noterelle dell’Abba diventano agiografia, se non poesia. Ne coglieremo comunque le contraddizioni. Potremmo, a questo punto, seguire le vicende della giornata attraverso quanto hanno scritto autori dell’altra parte della barricata. Quelli cioè che la cultura ufficiale dominante ignora. Ma preferiamo avvalerci ancora di un altro apologeta della spedizione dei Mille, Giuseppe Bandi, meno sdolcinato dell’Abba e talvolta più attendibile; sempre toscanaccio come Montanelli. Riteniamo infatti che la verità emerga comunque. Se cercata, ovviamente.

È per questo che metteremo le varie verità a confronto, tutte le volte che lo riterremo necessario, per esigenze di chiarezza e di approfondimento.
D’accordo tutti gli storici ed i cronisti sul fatto che, dopo una pioggerella notturna, quella mattinata era splendida dal punto di vista meteorologico. Trionfa la primavera siciliana.

Il Bandi confessa a Garibaldi di non aver dormito bene quella notte, perché disturbato dalle conversazioni degli altri ospiti del Convento sequestrato ai Gesuiti. Non è importante il fatto in sé, quanto il modo razzistico con il quale viene raccontato dal Bandi, che risponde ad una premurosa domanda del Duce dei Mille su dove avesse dormito quella notte.

«Nel convento dei Gesuiti – risposi (scrive il Bandi) – ma non ho chiuso un occhio, perché tra Arabi e Lombardi han fatto un vero “diavoleto”».

Gli Arabi per il Bandi sono, come sappiamo, i Siciliani. Ed è questo un modo di offendere contemporaneamente due popoli. Ed è anche significativo che l’eroe garibaldino confermi questo giudizio dopo tanti anni.
È incorreggibile, insomma.

4. Garibaldi parte da Salemi alla volta di Calatafimi

Seguiamo, adesso, passo-passo, i fatti incredibili di quella giornata, che sarebbe, successivamente, entrata trionfalmente nella ricca e generosa agiografia risorgimentale.

I Garibaldini si mettono in marcia e procedono «lentamente e con cautela». Il Generale marcia con l’avanguardia, seguito da un gruppo composto dai suoi ufficiali, e cioè: dal Mosto, dal Nullo, dal Missori, dal Türr, dal Tuköry, dal Bandi e da sette o otto Siciliani.

Scrive sempre il Bandi:

«Venivano dietro a brevi intervalli le compagnie, divise in due battaglioni, comandati da Bixio e da Carini, ai quali seguivano due cannoni, montati, come ho già detto, su certi affusti fatti per compenso co’ i migliori argomenti (sic) che potevano aversi in Salemi. […] Andavano ai fianchi della piccola colonna percorrendo i campi, le squadre siciliane di Coppola e di Sant’Anna; chiudevano la marcia i carabinieri genovesi. Tutta questa gente sommava a pena a quindici centinaia, contadini, diversi ragazzi e non pochi uomini di toga e secchioni, venuti da Genova con la spedizione. V’erano armi e vesti d’ogni sorta; la lancia accanto alla carabina e alla sciabola irrugginita, la giubba e il paletot paesano in mezzo alle camicie rosse e alle varie uniformi dell’esercito regolare (sabaudo n.d.A.). La gente ci guardava stupita e raro accadeva che qualche voce ci salutasse con un evviva, che non trovava eco, o lo trovava fiochissima» (1).

La fantasia di Abba ha le gambe lunghe…
L’uscita da Salemi dei Garibaldini e delle squadre (sarebbe più esatto dire bande) di Coppola e di Sant’Anna avviene, come testimonia il Bandi (che, lo ricordiamo, è un ufficiale al seguito personale di Garibaldi), fra l’indifferenza della stessa gente di Salemi che, stando alle cronache ufficiali, sarebbe andata in visibilio per i Garibaldini.

L’indifferenza, nella realtà, deve essere stata maggiore di quanto il Bandi non ammetta.

Ma vediamo per un istante come l’Abba descrive la stessa scena:

«Tutta Salemi era fuori a salutarci. “Benedetti! Benedetti!” E quando da pie della discesa mi volsi a guardare in su, tesi le braccia alla città e a quella gente, che avrei voluto stringere al petto tutta».

Ed a proposito degli uomini di Coppola e di Sant’Anna, mentendo abbondantemente, così scrive:

«E con noi, giù dal monte venivano le squadre dei Siciliani, una processione (sic) che non vidi finire, perché la mia compagnia si inoltrò per la campagna…» (2).

Inutile sottolineare che il libro di Abba avrebbe fatto testo, lasciando, non di rado, la verità fuori dalla porta.

La gente di Vita non si occupò dei Garibaldini.

Nei pressi del paesetto di Vita, a pochi chilometri da Calatafimi, Garibaldi compie una sosta anche per raccordarsi con i suoi collaboratori e con il solito Barone Sant’Anna. Il Generale attinge, altresì, notizie da alcuni villani, condottigli dallo stesso Barone. E lascia trapelare ben poco dei suoi progetti di battaglia. Neppure i suoi ufficiali ne comprendono granché. Il Bandi lo trova però tranquillo e sereno. Ed è convinto che il Dittatore vada «mulinando qualche audace colpo» degno della sua fama.

Non osiamo smentirlo. Lo smentiranno i fatti.

Dopo avere saputo che a Vita non esiste alcuna guarnigione Duo- siciliana, Garibaldi decide di riprendere la marcia per attraversare quel paese e dirigersi verso Calatafimi.

Fra gente che cade dai cavalli imbizzarriti, fra chiacchiere e contro- chiacchiere, finalmente l’esercito garibaldino si rimette in cammino.

«Il paese di Vita non ci fe’ accoglienza né buona né cattiva; perché rara fu la gente che vedemmo, e questa non si occupò di noi, più che non si sarebbe occupata di una comitiva di viandanti che andassero a qualche vicino mercato» (3).

Insomma, considerato che il Bandi più di tanto non ha scritto, dobbiamo dedurre che l’accoglienza dei Siciliani, a Vita, non deve essere stata migliore di quella di Marsala di ben cinque giorni prima. L’accoglienza, cioè, riservata ai «cani in chiesa».

Come spesso accade, l’Abba, che non manca di fantasia, ci racconta invece qualche verità e qualche bugia in più. Vale la pena di tenerlo in considerazione. Ci testimonia, infatti, che la gente di Vita addirittura scappava.

«Fuggivano – scrive – portando le masserizie, trascinando i vecchi e i fanciulli, un pianto» (4).

Ed è, questa, una verità scomoda.

Inutile fare la solita domanda. Ma la facciamo perché anche noi abbiamo un cervello, oltre che un cuore:

«Se tutta la Sicilia fosse stata in fiamme, in quanto voleva essere liberata da Garibaldi, quale motivo avevano gli abitanti di Vita di fuggire e di non essere felici e contenti?».

Poco dopo l’Abba, ancora una volta in contrasto con la testimonianza del Bandi, scriverà:

«Attraversammo il villaggio rattristati, e quella povera gente ci guardava, ci faceva cenni di compassione, ci diceva: “Meschini”» (5).

Una solidarietà, questa, alla quale il Bandi non fa cenno e che anzi smentisce nel momento in cui ci parla di un altro tipo di comportamento. Ma, come già detto, l’Abba ha manipolato fin troppo il racconto della impresa garibaldina, alterandone spesso i connotati e collocandovi aneddoti e fatti che lui avrebbe voluto che fossero avvenuti, ma che nella realtà non avvennero. O, se avvenuti, si erano svolti in modo del tutto diverso.

Gli ufficiali Garibaldini sanno che il loro Generale-Dittatore ha già deciso di
«menar le mani ad ogni costo ed a qualunque rischio anzi che dare pessima mostra di sé e di noi – scrive il solito Bandi – ai Siciliani, buttandosi a la montagna in sembiante di fuggiasco» (6).

Due osservazioni per amore di verità.

Il Generale-Dittatore sa che bisogna apparire oltre che essere o, peggio,
«più che essere»; sa pure che qualunque cosa egli faccia c’è sempre qualcuno che lo protegge alle spalle. E non crediamo che pensi… all’angelo custode. L’importante è far vedere, però, che sa «menar le mani». Soprattutto ai mandanti britannici.

Poco dopo il Bandi chiede notizie ad un carrettiere di passaggio su alcuni militi volontari, compagni d’arme, di parte Duosiciliana, che aveva visto a distanza e che erroneamente aveva ritenuto al servizio del Generale Landi. Chiede a quel carrettiere quale potesse essere la consistenza numerica delle truppe del nemico, accampato nelle vicinanze di Calatafimi.
Le notizie ricevute non devono averlo soddisfatto. Tanto che il Bandi non può fare a meno di sfoderare la sua consueta dose di razzismo antisiciliano, dicendo che la lingua parlata dal carrettiere Siciliano gli sembra «poco meno che turca».

I Garibaldini avvistano gli uomini del Tenente Colonnello Sforza che vengono loro incontro, piuttosto minacciosi. Intanto le alture circostanti sono affollate di «torme di villani, che con le loro bestie andavano a cercare ricovero lassù, e a godersi la battaglia imminente, e risolvere, secondo l’esito di questa, a gridar viva Garibaldi! o viva Re Francesco!» (7).

Queste parole del Bandi non ci fanno sorridere, perché confermano che in quel momento la Sicilia subisce quelle aggressioni e quella conquista esterna, delle quali, ancora oggi, l’agiografia risorgimentale italiana non vuole neppure ipotizzare l’esistenza.

Dobbiamo, ancora una volta, ricordare che la Sicilia si era ribellata costantemente negli ultimi cinquant’anni contro i Borbone. Ma per la propria indipendenza, non certo per diventare colonia interna dell’istituendo Regno d’Italia. Né i Siciliani volevano diventare sudditi della dinastia regnante a Torino.

L’uno e l’altra forse peggiori dei precedenti e, soprattutto, meno rispettosi dei diritti del Popolo Siciliano. Ed il Popolo Siciliano si ribellerà ancora. Questa volta contro il Regno d’Italia, prima ancora che si fossero concluse le operazioni di conquista.

Quando parla dei Soldati Duosiciliani, il Bandi non fa distinzioni numeriche né di funzioni, fra quelli che il Generale Landi tiene fermi a distanza e quelli che invece scendono dall’apice dell’altura di Pianto Romano. Lascia credere che tutti i soldati Duosiciliani siano in movimento.

Ma sia lui che Garibaldi, che i picciotti di mafia, che tutta l’armata di liberazione, sanno bene quale sia la realtà. E cioè quella che vede il Generale traditore Landi tenere fermi, alle porte di Calatafimi, ben tremila soldati proprio per consentire all’Armata Garibaldina di superare lo scontro di Pianto Romano e di poter marciare, poi, tranquillamente verso la città di Palermo.
Foto tratta da orsomarsoblues.it

(34) Natale Turco, L’essenza della questione siciliana – Storia e diritto 1812-1983, Ed. Cen- tro Studi Storico-Sociali Siciliani, Catania, 1983, pag. 70 e 71.

(35) Parleremo ampiamente in altra parte del testo della battaglia di Milazzo. In questa sede anticipiamo che il combattimento maggiore e finale si sarebbe svolto il 20 luglio del 1860.

(36) N. Turco, op. cit., pag. 71.

(37) Indro Montanelli e Marco Nozza, Garibaldi, Rizzoli, Milano, 1996, pag. 368.
(38) G. C. Abba, op. cit., pag. 66.
(39) Giacinto De’ Sivo, op. cit., pag. 57.

(1) G. Bandi, op. cit., pag. 91.

(2) G. C. Abba, op. cit., pag. 67.

(3) G. Bandi, op. cit., pag. 92.

(4) G. C. Abba, op. cit., pag. 68.

(5) G. C. Abba, op. cit., pag. 68.

(6) G. Bandi, op. cit., pag. 92.

QUI TROVARE LA DODICESIMA PUNTATA

La vera storia dell’impresa del mille 11/ La vergogna di Salemi: Garibaldi si autoproclama dittatore, sputtanato pure da Giuseppe Mazzini

La vera storia dell’impresa dei mille 9/ E da Marsala a Salemi Garibaldi comincia ad arruolare i picciotti di mafia… 

 

 



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