La vera storia dell’impresa dei Mille 25/ La battaglia al Ponte dell’Ammiraglio: 4 mila tra garibaldini e mafiosi contro 260 reclute! Ma non si vergognano?

La vera storia dell’impresa dei Mille 25/ La battaglia al Ponte dell’Ammiraglio: 4 mila tra garibaldini e mafiosi contro 260 reclute! Ma non si vergognano?
11 giugno 2019

Oggi Giuseppe Scianò ci racconta l’entrata di Garibaldi a Palermo. Che non fu affatto “trionfale”, come ci racconta l’agiografia garibaldina, ma farsesca, come tutte le ‘imprese’ di Garibaldi in Sicilia. La battaglia al Ponte dell’Ammiraglio fu un’ennesima farsa. Il tradimento dei generali borbonici. La fuga dalla città della popolazione. Il saccheggio di migliaia di case da parte dei picciotti di mafia. “Piazza della rivoluzione” senza rivoluzione. La costruzione delle finte barricate. Vergogne, vergogne e ancora vergogne

di Giuseppe Scianò

Palermo. Su porte e finestre i cartelli con la scritta «domicilio inglese»
La gente fugge anche verso il mare, pagando ad altissimo prezzo un posto in barca o in nave. Ma c’è di più e c’è di peggio.

L’alta nobiltà ed i più ricchi borghesi, già da qualche giorno hanno attakkatu li kani – come si dice in Sicilia – hanno cioè adottato le loro precauzioni spostandosi con le loro carrozze e la loro servitù nelle ville delle periferie agricole se non addirittura all’interno dei rispettivi feudi anche a molti chilometri di distanza dalla città. Le loro case di città sono affidate alle guardianìe mafiose e vigilate da picciotti svegli. Per il resto della popolazione – anzi per la stragrande maggioranza dei cittadini, – i problemi si aggravano di ora in ora. Ovunque regnano caos, squallore, disagi.

Una buona parte di cittadini del ceto medio e del ceto medio-alto, ai quali, per intenderci, appartengono impiegati, piccoli borghesi, nobiltà minori, modesti possidenti e simili, cercano scampo sul mare comprando l’ospitalità su navi, pescherecci e barconi. È una ricerca disperata e dispendiosa del posto. Questa gente porta con sé quanto ha di più prezioso, come gioielli, soldi, documenti.

Un centinaio di imbarcazioni riusciranno a collocarsi, nella rada del porto, alle spalle delle navi straniere. Altre imbarcazioni si disseminano al largo dei porticcioli e delle borgate marinare nell’ampia fascia costiera palermitana. Altri cittadini fuggono dalla città come possono, anche a piedi. I più ovviamente restano in città. Nel terrore di ciò che potrebbe accadere… E che purtroppo accadrà!

Chi è più informato (e più furbo) si procurerà una bandiera straniera, (soprattutto l’Union Jack – come abbiamo anticipato) o appronta un cartello con la scritta: «DOMICILIO INGLESE».(1)

Altro che rivoluzione spontanea di tutta la città! Altro che tricolore italiano con o senza lo stemma sabaudo! Altro che folle osannanti! È una tragedia immane, che si abbatte sulla città e su un’intera popolazione.

Immaginiamo pure che le imbarcazioni della salvezza siano state centinaia e che siano state migliaia i cittadini che con le rispettive famiglie si erano dati alla fuga, anziché fare la rivoluzione filo-unitaria e filo-sabauda inventata, pressoché per intero, dalla cultura ufficiale italiana, in vena di sostituire con il mito la cronaca dei fatti realmente accaduti.

Gli errori e le verità romanzate di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Come vive quei momenti il principe Fabrizio, protagonista del romanzo ‘Il Gattopardo’ (uno dei libri più letti in Sicilia) e che, come sappiamo, è quel principe di Lampedusa che aveva mandato l’invito al Contrammiraglio Mundy? Con ostentata serenità, ma anche con senso della realtà. Precisiamo: ‘Il Gattopardo’ è una grande opera letteraria, di valore indiscusso. Le interpretazioni della storia, le considerazioni di carattere politico e sociale sono invece troppo personalizzate da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nipote – secondo la teoria prevalente, – del principe realmente protagonista delle vicende raccontate. Le sue considerazioni, per quanto interessanti, non hanno quindi valore scientifico. Spesso sono, anzi, fuorvianti.

Riportiamo tuttavia un piccolo passo del romanzo, perché in questo trova conferma la notizia della fuga verso il mare della popolazione. O, meglio, di buona parte della popolazione di Palermo. Nel caso in questione si tratta del cugino del principe, il nobile Ciccio Màlvica, il quale, in quanto tale, può disporre della ospitalità a bordo dei legni Inglesi, rifugio molto sicuro. Se non altro il Tomasi, ottimo scrittore, rende benissimo il clima nel quale l’alta aristocrazia (quella, però, che è estranea alle congiure) vive la novità dell’impresa garibaldina. Un clima diverso ovviamente sia da quello ottimista degli aristocratici che hanno congiurato, sia da quello, drammatico e triste, del vero Popolo Siciliano. Così scrive il Tomasi:

«Quando si risvegliò, il suo cameriere entrò: sul vassoio recava un giornale e un biglietto. Erano stati inviati da Palermo da suo cognato Màlvica, ed un servo a cavallo li aveva recapitati poco prima. Ancora un po’stordito dal suo pisolino pomeridiano, il Principe aprì la lettera: “Caro Fabrizio, mentre scrivo sono in uno stato di prostrazione senza limiti. Leggi le terribili notizie che sono sul giornale. I Piemontesi sono sbarcati. Siamo tutti perduti. Questa sera stessa io con tutta la famiglia ci rifugeremo sui legni Inglesi. Certo vorrai fare lo stesso; se lo credi ti farò riservare qualche posto. Il Signore salvi ancora il nostro amato Re. Un abbraccio. Tuo Ciccio”. Ripiegò il biglietto, se lo pose in tasca e si mise a ridere forte. Quel Màlvica. Era stato sempre un coniglio. Non aveva compreso niente, e adesso tremava. E lasciava il palazzo in balia dei servi; questa volta sì che lo avrebbe ritrovato vuoto! “A proposito, bisogna che Paolo vada a stare a Palermo; case abbandonate, in questi momenti, sono case perdute. Gliene parlerò a cena”».(7)
Un accenno a Garibaldi, infine, non guasta:
«Aprì il giornale. “Un atto di pirateria flagrante veniva consumato l’11 maggio mercé lo sbarco di gente armata alla marina di Marsala. Posteriori rapporti hanno chiarito essere la banda di sbarcata di circa ottocento, e comandata da Garibaldi. Appena quei filibustieri ebbero preso terra evitarono con ogni cura lo scontro delle truppe reali, dirigendosi per quanto ci viene riferito a Castelvetrano, minacciando i pacifici cittadini e non risparmiando rapine e devastazioni etc… etc…” Il nome di Garibaldi lo turbò un poco. Quell’avventuriero tutto capelli e barba era un mazziniano puro. Avrebbe combinato dei guai. “Ma se il Galantuomo lo ha fatto venire quaggiù vuol dire che è sicuro di lui. Lo imbriglieranno”».(8)

Sia pure incidentalmente facciamo rilevare come l’autore del Gattopardo abbia sposato pienamente la versione dominante, secondo la quale Garibaldi avrebbe avuto idee e progetti diversi da quelli di Vittorio Emanuele, Re galantuomo. E che, soltanto dopo, sarebbe stato imbrigliato ed imbrogliato.
Il Tomasi considera altresì mazziniano puro quel Garibaldi che detestava Mazzini e che, da questi, era ricambiato con analoghi sentimenti.

I due Padri della Patria in realtà si conoscevano troppo bene. E non poteva, quindi, succedere niente di diverso fra di loro se non un continuo rinnovarsi di manifestazioni di reciproco disprezzo, di reciproca diffidenza. Quando ovviamente l’opportunismo politico non richiedesse comportamenti più diplomatici, che sono poi quelli che la storiografia ufficiale ha fatto propri aggiungendovi le esagerazioni di volta in volta utili.

26 maggio 1860: raduno garibaldino a Gibilrossa. L’indomani l’Armata Garibaldina a Palermo.

Nessuna rivoluzione popolare a Palermo. La sera del 26 maggio a Palermo vengono consegnate ai destinatari alcune copie della lettera con la quale Garibaldi da Gibilrossa comunica al suo collaboratore Narciso Cozzo (altro nobile, tanto per cambiare, che appartiene al casato dei conti di Gallitano) il suo progetto di entrare in città all’alba del 27 maggio.

Il Cozzo è il principale esponente del Comitato Rivoluzionario. Nessuna meraviglia, dunque, che Garibaldi dia pure a lui ufficialmente la notizia, che peraltro moltissimi già conoscono, dell’imminente ingresso a Palermo da Porta Termini.

Come abbiamo visto, la campagna garibaldina si muove nell’ottica della propaganda piuttosto che in quella dei piani segreti militari o degli attacchi a sorpresa o delle tattiche Sudamericane tanto decantate. Da un punto di vista psicologico, per mostrare sicurezza di sé e certezza nella riuscita dell’impresa, la diffusione del contenuto della lettera raggiunge, negli ambienti interessati, il suo effetto. A sua volta, il Cozzo farà, come vedremo, infruttuosamente i suoi sforzi per fare trovare la popolazione della Capitale in rivolta, campane che suonano all’impazzata e soprattutto bandiere tricolori e Generale rivoluzione, come dice il Buttà.(9)

Gli sforzi e la buona volontà del Cozzo, però, non spostano di un millimetro quella che è la situazione della città o l’animo dei cittadini di Palermo, molto diffidenti e ostili verso i sedicenti liberatori.

Non sono mancate altre forme di pubblicità se è vero che a Garibaldi, prima ancora di entrare in città, sarebbero arrivate ben tremila richieste d’impiego. E se è vero, come abbiamo più volte accennato, che le bande di picciotti di città non sono state da meno di quelle dei picciotti di campagna in quanto a finanziamenti e a movimenti.

Fare però una vera e propria rivoluzione è ben altra cosa. E poi, si sa, le rivoluzioni si fanno quando c’è la volontà del popolo di farle. Ed il Popolo Siciliano, come aveva dimostrato con la rivoluzione vera del 1848, voleva ottenere la indipendenza e la sovranità della Sicilia, voleva raggiungere altri traguardi politici. Non certamente quello di cadere dalla dipendenza dal Governo di Napoli alla schiavitù del Governo di Torino, peraltro ancora più lontano, ancora più estraneo. Non voleva passare da un Re che parlava italiano e napoletano, ad un altro Re che parlava francese e piemontese.

Non era quindi affatto strano che a Palermo, alla vigilia del grande evento, nessuno si fosse mosso o muovesse, nonostante il doppiogiochismo del Lanza, e nonostante la martellante opera degli agenti Inglesi e cavouriani, della mafia, dei massoni, degli scontenti di ogni tipo. I fatti del 4 aprile erano rimasti circoscritti e non avevano coinvolto né tantomeno trascinato, né a Palermo, né altrove, il Popolo vero e proprio.

Il Colonnello Eber si dimostra prezioso per Garibaldi.
Proprio alla vigilia del grande evento, l’indifferenza della città – secondo quanto scrive Padre Buttà, – avrebbe fatto entrare in una delle non rare crisi lo stesso Garibaldi. Questi avrebbe voluto attendere ancora qualche altro giorno per vedere se si fossero o no venute a creare migliori opportunità. Diversamente si sarebbe imbarcato sulle navi Inglesi.

Al fianco di Garibaldi c’è, però, il Colonnello Eber, molto più importante di quanto lo stesso Buttà ritenesse, che è Colonnello della Legione Ungherese; che conosce per filo e per segno uomini e cose dell’esercito Duosiciliano; che ha visitato una per una le fortezze e le piazzeforti di Palermo, camuffato ed accreditato come giornalista, corrispondente del Times, fino a qualche giorno prima; che ha concordato con il Contrammiraglio Mundy ciò che dovrà fare.

Ed è proprio l’Eber a cancellare ogni incertezza. La sua presenza è, in sé, una garanzia. L’Eber e gli altri consiglieri (Türr, Tüköry, Crispi, La Masa, Bixio e gli altri) possono tranquillizzare il Generale-Dittatore sulla intenzionale, scarsa, consistenza delle forze messe a guardia dei due accessi principali di Porta Termini e di Porta S. Antonino e lo possono informare compiutamente sulle «…relazioni con qualche Duce regio e le promesse che da costui avevano ricevute».

E il Buttà aggiunge: «Infine gli assicurarono che la popolazione di Palermo sarebbe tutta per lui (Garibaldi), appena apparissero le bande garibaldine».

Una frase mai detta: «Nino domani a Palermo!»
Garibaldi, che ben conosce il ruolo e l’attendibilità dell’Eber, supera ogni esitazione. Comprende che quello di marciare su Palermo è quasi un ordine. Dispone, quindi, che si marci su Palermo. Quel momento sarà poi esaltato dalla retorica risorgimentale italiana ed immortalato in tanti monumenti. Alcuni dei quali di grande pregio artistico, come quello che è di fronte al Giardino Inglese, a Palermo.(10)

In tutti questi monumenti il Nizzardo è rappresentato a cavallo con il dito indice rivolto in avanti, che ripropone la scena, puramente immaginaria, dell’Eroe intrepido, nel momento in cui, spronando i propri seguaci (ed il proprio cavallo) e rivolgendosi a Nino Bixio, avrebbe pronunziato la storica frase: «Nino, domani a Palermo!».

Purtroppo (e negando, così, una conoscenza più completa di quelle vicende), la retorica risorgimentale non ha dato visibilità né spazio all’Eber o ai suoi connazionali. Quasi tutti mercenari. Seppure di gran valore e di grande professionalità. Ma che, come tutti i mercenari, fanno schifo sia agli amici che ai nemici.

La retorica risorgimentale farà di più: li considererà quasi come mai esistiti (quanto meno in una legione a se stante). E ne tacerà il numero, tanto elevato da assicurare la tenuta ed il controllo delle posizioni, delle popolazioni e dei territori conquistati in Sicilia.

Alla vigilia della conquista di Palermo, tuttavia, il grosso della Legione Ungherese, già mobilitata, non è ancora arrivato in Sicilia.
Arriverà nel mese di luglio.

Alto tradimento a Palermo: il Generale Lanza rende ancora più facile l’ingresso in città dei Garibaldini
Cos’è avvenuto nel frattempo nel comportamento e nella strategia del Luogotenente del Re Francesco II a Palermo? Niente di nuovo e niente di buono.

Il Lanza – lo ricordiamo – aveva eliminato la possibilità che il contingente comandato dal Colonnello Colonna, si posizionasse a Villabate, punto strategico per tagliare la strada verso Palermo al Nizzardo e per costringerlo finalmente ad un combattimento non concordato, né taroccato.
Al Colonna era stato, infatti, perentoriamente ordinato di lasciare quella posizione, peraltro a suo tempo voluta dal Von Mechel a copertura della via d’accesso alla città. Il Colonna deve ovviamente obbedire ai nuovi ordini che gli vengono dal Luogotenente Lanza. Si sposta, pertanto, prima a Monreale e poi nel Piano del Palazzo Reale a Palermo.

Fra le truppe, cioè, che devono stare immobili per agevolare l’occupazione di Palermo.(11)

Il Colonna obbedisce, ma non si rassegna. Cerca di convincere il Lanza a contrattaccare, a prendere qualche iniziativa, se non al di fuori della città, almeno a difesa della città.

Niente da fare: il Lanza è irremovibile. Si limita a ripetere la minaccia di bombardare nel caso in cui i Garibaldini fossero entrati a Palermo. Evidentemente il copione non gli consente di fare altro.

Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1860, come previsto, i Garibaldini con l’aggiunta delle bande dei picciotti di mafia (circa quattromila uomini complessivamente), divisi in due colonne, sono intanto scesi indisturbati da Gibilrossa lungo la sponda destra del fiume Oreto.

La mattina del 27 si avviano verso i due ponti principali, Ponte delle Teste e Ponte dell’Ammiraglio. Comandante supremo delle bande dei picciotti è il La Masa. Fra i capi delle più grosse bande si distinguono i fratelli Mastricchi e i Fuxa.

Porta Termini e Porta S. Antonino sono, come abbiamo detto, le porte della città meno dotate di guarnigioni ed anche quelle naturalmente meglio esposte all’ingresso dei Garibaldini, in quanto guardano verso Misilmeri, Villabate e Gibilrossa. Si tratta delle zone, cioè, dalle quali è previsto (ed è anche risaputo) che entrino in città picciotti e Garibaldini. E attraverso le quali si sarebbe concretizzata la loro offensiva per la conquista di Palermo.

Il Generale Lanza, però, non si limita a fare in modo che le suddette porte restino vulnerabili. Farà di più, come vedremo.

Al Ponte dell’Ammiraglio, passaggio obbligato per entrare in città, si dirigono i Garibaldini con Garibaldi, che non sta certamente in prima linea.
L’inaffidabile Landi, non potendo più fingere di ignorare il percorso di marcia dei Garibaldini, manda loro incontro soltanto 260 reclute. E tiene inchiodate, nel Piano di Palazzo e nel Piano di S. Teresa, nelle caserme e sulle navi, le truppe scelte ed il grosso dell’Esercito Duosiciliano a sua disposizione.

A Porta Termini la guarnigione è composta soltanto da 59 uomini.(12)
Di male in peggio, insomma. Ci avvaliamo, ancora, della testimonianza del Buttà – in questo caso condivisa da tanti altri narratori – per dire che il Lanza non cambia atteggiamento neppure quando lo tempestano di comunicazioni ufficiali (e non) sull’attacco in corso da parte dei Garibaldini. Una di queste gliela consegna il Generale Marra.(13)

Il Luogotenente del Re delle Due Sicilie ripete al Marra di essere pronto a bombardare i Garibaldini e, se necessario, la città. Per il momento non se ne comprende il perché. Ed è questo il vile pretesto per non fare combattere l’Esercito e per dare alla diplomazia inglese l’occasione per intervenire apertamente nella conquista della città da parte dei Garibaldini.

Ma, come ben sappiamo, il suo comportamento da duro è un tassello del gioco delle parti. Bombardando la città, il Lanza provocherebbe – ed è quello che farà – l’indignazione dell’opinione pubblica siciliana e di quella internazionale. E, soprattutto, renderebbe necessaria e legittima la mediazione del Contrammiraglio Inglese Mundy. Nessuno, inoltre, potrà pensare che proprio il Lanza sia il principale traditore, per via della linea dura che lo stesso aveva preannunziato.

Alle primissime ed incerte luci dell’alba del 27 maggio, al Ponte dell’Ammiraglio avvengono i primi scontri fra le 260 reclute comandate dal Capitano Giuseppe Palma ed i Garibaldini. Nella vicina Porta Termini la piccola guarnigione di guardia Duosiciliana, comandata dal Capitano Giuseppe Follo, attende il nemico a piè fermo. Il coordinamento di queste e delle altre poche forze mobilitate è affidato al Generale Bartolo Marra.
Il Capitano Follo, ferito in modo non grave al primo scambio di fucilate, si ritira dai combattimenti.

Non così il Palma e le reclute che avevano affrontato con coraggio, sul Ponte dell’Ammiraglio e sul Ponte alle Teste, le soverchianti (è il caso di dirlo) forze garibaldine le quali ammontavano, con le bande e con i picciotti di mafia, ad oltre quattromila uomini. Per dovere di cronaca dobbiamo tuttavia ripetere che la storiografia ufficiale non parla di bande, ma di squadre. La sostanza, però, non cambia.

Un gruppo di reclute, ad un certo punto, osa addirittura un audace contrattacco. Il gruppo è comandato dall’Alfiere del 9° Cacciatori Ferdinando Fiore. L’azione, riuscita in buona parte, verrà poi interrotta per la eccessiva inferiorità numerica dei combattenti Duosiciliani. Le reclute sapranno, poi, ritirarsi ordinatamente. Lasciano però sul terreno non pochi compagni, fra morti e feriti gravi e ripiegano, sempre sparando, verso il Palazzo Reale.

Il loro contrattacco non è stato vano, anche perché viene ferito al ginocchio il Colonnello Lajos Tuköry, che è uno dei più valorosi ufficiali ungheresi ed uno dei più stretti collaboratori del Nizzardo, che in quel momento comandava l’avanguardia dell’Armata Garibaldina. Verrà ricoverato e curato all’albergo Trinacria di Palermo, dove morirà comunque dopo qualche giorno. E dopo enormi sofferenze, per l’incancrenirsi della ferita.
A questo punto il Generale Lanza, con calcolato ritardo, decide di mandare contro i Garibaldini uno soltanto dei battaglioni a sua disposizione: il primo di linea agli ordini del Generale Gioacchino Auriemma. Il battaglione è forte di quattro cannoni e dispone di un buon numero di artiglieri addetti, comandati dal Capitano Ludovico De Sauget. Un gruppo di fuoco, cioè, molto pericoloso. Quando il battaglione arriva sul posto, la maggior parte dei Garibaldini è già entrata in città. I cannoni sparano quindi soltanto verso la campagna. Non si sa con quali risultati. Probabilmente fanno tanto rumore per nulla.

Anticipiamo che il Capitano De Sauget, dotato di buona preparazione tecnica, sarebbe passato nell’Esercito Italiano. Non subito, ma… soltanto nell’agosto del 1860. Nell’Esercito Italiano, avrebbe, poi, fatto una discreta carriera raggiungendo il grado di Maggior Generale.(14)

In questa circostanza, leale e valoroso, invece, si dimostra il giovanissimo alfiere Vincenzo Scala,(15) che riesce, sparando a mitraglia, a tenere sgombra la zona circostante il Convento di Sant’Antonino e l’accesso di via Maqueda.

Altre perdite, per la verità, l’Armata anglo-garibaldino-piemontese e mafiosa, le subisce a causa del fuoco aperto dalle artiglierie delle navi alla fonda nel golfo di Palermo, che colpiscono le forze garibaldine incautamente attardatesi sullo stradone, che oggi si chiama via Lincoln.

I Garibaldini doc, tuttavia, subiscono pochissime perdite.

Soltanto dopo che i Garibaldini hanno sfondato dalla parte di Porta Termini, il Luogotenente Lanza si decide a fare uscire il Generale Landi – che ben conosciamo – con una brigata. Mentre il Colonnello Marulli con un contingente del 9° battaglione di linea viene autorizzato a marciare, attraversando la via Maqueda, in direzione di Porta Sant’Antonino.

Com’era prevedibile, il Landi, non appena avvista il nemico, fa fare marcia indietro al grosso delle forze ed ai soldati già autorizzati a combattere. Lasciando così ai Garibaldini la possibilità di attaccare da ogni lato la colonna del Marulli che combatte regolarmente e che continuerà a compiere prodigi di valore.

Dopo una strenua resistenza, il Marulli è tuttavia costretto a ritirarsi a sua volta (sempre combattendo), verso il piano di Santa Teresa ed il piano del Palazzo Reale. Analoga scelta è costretto a fare il Generale Bartolo Marra, il quale per la verità non dispone di molti uomini.

La tattica del Lanza è sempre la stessa. Consente di combattere, a seconda dei casi, a questo o a quel contingente in modo isolato e disorganico e con molto ritardo rispetto all’incalzare degli avvenimenti. Fa vedere, così, che in qualche modo vuole fronteggiare la situazione. Nei fatti, però, fa il gioco del nemico, consentendo a questi di sopraffare o di respingere il piccolo contingente Duosiciliano che, di volta in volta, viene mandato all’attacco in condizioni di inferiorità.

Arriva Garibaldi con cautela… ma piazza Fiera Vecchia è deserta…
Scrive amareggiato Giacinto De’ Sivo:
«Quando la strada di Porta Termini (oggi via Giuseppe Garibaldi) fu sicura d’ogni pericolo, Garibaldi, montato a cavallo, entrò da quella porta. Ecco la vera parte del pericolo che si scelse l’eroe di due mondi, il dure della rivoluzione cosmopolita, di cui si raccontarono, e tutt’ora si raccontano, meraviglie della sua entrata in Palermo la mattina del 27 maggio del 1860.»(16)

La via di Porta Termini conduce alla piazza della Fiera Vecchia (oggi piazza della Rivoluzione), nel centro cioè della parte antica della città. Una piazza sempre affollatissima e punto d’incontro di cittadini e di commercianti. Garibaldi, in verità e checché ne dicano non pochi scrittori di scarsa obiettività, trova quella piazza completamente deserta. Anche l’Abba è costretto ad ammetterlo quando scrive:

«“Ma che cosa fanno i palermitani, che non se ne vede?” Chiesi ad un popolano che sbucò da una porta armato di daga».

Lo scrittore, però, ha pronta una favoletta per attenuare l’effetto di ciò che ha appena confessato. Subito dopo infatti riferisce la risposta che gli avrebbe dato il popolano:
«Eh, signorino, già tre o quattro volte, all’alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando “Viva l’Italia”, “Viva Garibaldi”. Chi era pronto veniva giù, e i birri lo pigliavano senza misericordia. Oh!… E i palermitani ora han paura d’un nuovo tranello?», avrebbe esclamato e chiesto il nostro Autore.(17) Bugie su bugie, insomma. Anche di fronte alla tragedia. Ed all’evidenza dei fatti.

Persino Giancarlo Fusco (anche lui probabilmente scrittore filo-garibaldino, seppure, non di rado, ironico e dissacrante), così scrive:
«La piazza (della Fiera Vecchia) è deserta. Le case di due, tre, perfino cinque piani, tacciono sotto il cielo perfettamente azzurro. L’eco degli spari e il vocío confuso dei combattenti arrivano soffocati in quel silenzio. Solo per un istante a un ultimo piano, si apre una finestra. Un uomo si affaccia, come il cucù di un orologio, grida: “Evviva!” e scompare».(18)

Evviva rivolto a chi? Supponiamo al vincitore del momento.
Anche il buon Fusco con quell’evviva ha, in pratica, messo la sua pezza. Ma, stando al suo racconto, soltanto dopo mezz’ora la piazza si sarebbe riempita di gente.

Le case e le porte chiuse…

Non diverso ero stato il racconto di Luigi Natoli, che così scrive:
«Sebbene si sapesse dal Comitato che Garibaldi doveva venire quel giorno, la piazza della Fiera Vecchia all’entrare dei volontari era deserta: le case e le porte chiuse. Forse il Comitato non se l’aspettava per quell’ora. Il popolo non sapeva nulla».(19)

Come si vede, il Natoli, filo-garibaldino e ossessionato dall’unitarismo (per parafrasare ancora la espressione del Gramsci), non esita a dire che il popolo non avrebbe visto né sentito alcunché, nonostante la vicinanza della piazza con Porta Termini e con il Ponte dell’Ammiraglio.

Naturalmente il buon Natoli non può esimersi dal ricorrere, a sua volta, ad un’altra pezza ed aggiunge frettolosamente:

«Ma quasi subito da tutte le case si rovesciò una folla di uomini e donne, vecchi e fanciulli; la piazza si riempì».(20)

Non sappiamo che tempi volesse dare il Natoli a quel quasi subito, ma è certo che se «la piazza si riempì» significa che al momento dell’arrivo dell’Eroe (il quale, com’è noto, è arrivato a cose fatte) la piazza era proprio vuota. E tutti sapevano di quell’ingresso in città già da qualche giorno.
E nonostante il fatto che avessero visto molto bene, fin dalle prime ore del mattino, quel che succedeva.

La versione dei fatti, divulgata da Indro Montanelli e da Marco Nozza, è molto disinvolta. Secondo questi scrittori il Generale Garibaldi sarebbe ricorso alle «sue vecchie astuzie Sudamericane», facendo accendere, la sera precedente, dei fuochi di bivacco sulle colline circostanti la città di Palermo, sia per fare credere (al Lanza) di avere ai propri ordini forze molto superiori, sia per lasciare ai propri avversari il dubbio «su che punto avrebbe fatto forza».

Quindi i due scrittori filo-garibaldini proseguono scrivendo:

«Il giorno dopo, 27, Garibaldi si presentò davanti alla Porta Termini, la cui fragile barricata venne presa d’assalto e facilmente demolita da Bixio. I legionari trovarono solo una popolazione festante che fece ala al passaggio del Generale acclamandolo lungo quella strada che ora porta appunto al suo nome».(21)

Non è neppure il caso di smentire una versione dei fatti che sorpassa in fantasia le stesse agiografie risorgimentali del secolo diciannovesimo e del secolo ventesimo.

Vogliamo tuttavia evidenziare come ancora, in quel 1966 (anno di pub- blicazione dell’opera), due scrittori di fama internazionale, in un best seller, avvertissero l’esigenza di esaltare e rafforzare il mito garibaldino.
Esigenza, questa, che per la verità è avvertita ancora ai nostri giorni soprattutto dai partiti politici Italiani dominanti in Sicilia e nel Meridione, che temono di essere delegittimati da un improvviso risveglio culturale e dal conseguente bisogno, da parte di tutti i popoli dell’ex Regno delle Due Sicilie, di riappropriarsi della rispettiva memoria storica. Diritto, questo, ancora oggi, sostanzialmente negato.

Un po’ di bottino ai picciotti di mafia, a questo punto bisogna pur consentirlo. Anche perché per il momento questo è il loro principale desiderio. Il tutto, ovviamente, in attesa del grande saccheggio.

Scartati i palazzi della grande nobiltà, protetti, come è facile intuire dai vertici della mafia, si punta alle case della piccola e media borghesia. Viene così consentito, a piazza Ballarò, il saccheggio del palazzo del signor Filadelfio Mistretta «creduto spia della polizia», dice il De’ Sivo.(22)
Anticipiamo che gli assalti ed i saccheggi, nei confronti dei palazzi e delle case di Palermo, si centuplicheranno dopo che l’Esercito Duosiciliano avrà lasciato la città.

Intanto constatiamo che il pretesto di accusare il Filadelfio Mistretta di spionaggio nei confronti della polizia Duosiciliana è un modello dei pretesti che serviranno a giustificare anche altri saccheggi, altre violenze, altri delitti. E che servono a terrorizzare quelli che non si sono ancora affrettati a passare dalla parte dei conquistatori Anglo-Piemontesi-garibaldini e mafiosi.

A proposito delle «barricate» destinate a diventare famose…
A Palermo, per volontà del comando garibaldino, si cominciano a costruire tante barricate, talvolta a regola d’arte; il più delle volte in modo molto improvvisato ed inadeguato. Anche queste barricate saranno utili, perché non pochi scrittori le faranno apparire come realizzate prima dell’ingresso di Garibaldi, nell’ambito di una rivoluzione popolare e spontanea.

Parleremo, più avanti, addirittura di una Commissione per le Barricate, insediata dallo stesso Garibaldi.

Anticipiamo che (sempre dopo) le barricate saranno fotografate, entrando a far parte della storia della fotografia (se non della vera storia dell’occupazione della Sicilia) che in quell’anno fa appunto grandi progressi. Attraverso il trucco della retrodatazione quelle fotografie serviranno a rafforzare il mito (e la menzogna) della grande rivoluzione unitaria e filo-garibaldina della città di Palermo.

Entrato a Palermo, Garibaldi riconosce ed insedia, nella nuova realtà, un Comitato Generale costituito poco prima e finalizzato a supportare la storiella della grande rivoluzione in corso a Palermo. Il Comitato è presieduto da Gaetano La Loggia.(23) A questo Comitato ed al Segretario di Stato, Francesco Crispi, vengono dati tutti i poteri della civica amministrazione.

Garibaldi, intanto, si insedia nel Palazzo Pretorio dal cui balcone può arringare i picciotti ed i loro amici. Ma in realtà è come se parlasse a se stesso, anche se, quando si tratta di arringare le folle, il Generale-Dittatore conosce ogni trucco di scena e non ha rivali.

Come ben sappiamo, a Palermo, sono pochissimi coloro che comprendono o comprenderanno ciò che di volta in volta l’eroe di Varese ha già proclamato o che proclamerà successivamente.

Nel 1860, infatti, in Sicilia si parla quasi esclusivamente in lingua siciliana. I pochissimi che parlano italiano, lo parlano con accento e tonalità non certamente uguali a quelli usati nell’Italia Settentrionale. La reciproca incomprensione è pressoché totale. Ed è quindi molto difficile, soprattutto per le masse, comprendere quello che dicono soprattutto gli Italiani del Nord (come Garibaldi, appunto), quando questi si cimentano in comizi adottando la lingua di Dante Alighieri. I picciotti di mafia sanno solo che – in qualche occasione – debbono applaudire ed acclamare l’Eroe dei Due Mondi e lo fanno come meglio possono. Con reciproco vantaggio.

 

(6) G. C. Abba, op. cit., pag. 123 e G. Bandi, op. cit., pag. 188. Come abbiamo accennato, il Bandi attribuisce le proprietà di bandiere straniere appunto a famiglie straniere. Ma in realtà si tratta dello stesso fenomeno del «Domicilio inglese», che non era abitato da… Inglesi.

(7) Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli (Edizione Speciale Club de- gli Editori), 1969, pag. 45.

(8) G. Tomasi di Lampedusa, op. cit., pagg. 45 e 46.

(9) G. Buttà, op. cit., pag. 49.

(10) Il monumento in questione è opera del grande scultore Siciliano Giovanni Ragusa.

(11) G. Buttà, op. cit., pag. 49.

(12) G. Buttà, ibidem.

(13) Il Generale Marra aveva mostrato al Lanza una lettera nella quale un cittadino Siciliano rivelava la data fissata per l’ingresso in città e, per filo e per segno, quelle che sarebbero state le mosse dei Garibaldini (G. Buttà, op. cit., pagg. 47 e 48).

(14) R. M. Selvaggi, op. cit., pag. 227.

(15) Vincenzo Scala merita di essere ricordato come esempio di Patriota Meridionale Duosi- ciliano. Figlio del Generale di brigata Giuseppe, era nato a Napoli il 13 marzo 1844. Rimasto orfano a soli 8 anni, aveva studiato alla Nunziatella con ottimo profitto e all’età di 15 anni riusciva a conseguire la promozione ad Alfiere di artiglieria. Si trattò di un’eccezione, autoriz- zata dal Re Ferdinando II, per le grandissime capacità del giovane. L’11 settembre del 1860 fu promosso Capitano mentre combatteva a Capua. Costretto a sconfinare negli Stati Pontifici, poté fare ritorno a Napoli soltanto qualche anno dopo l’annessione. Per la sua preparazione tecnica e per la grande professionalità ebbe diverse offerte di ingaggio nell’Esercito Italiano. Fu coerente e rifiutò, rimanendo fedele al concetto di Patria Duosiciliana. Collaborò con i giornali legittimisti che di volta in volta riuscivano ad essere pubblicati, con rischio ed a fati- ca, nel napoletano. Morì a Napoli il 30 agosto del 1925 (vedi R. M. Selvaggi, op. cit., pagg. 143 e 144).

(16) G. De’ Sivo, op. cit., pag. 51.

(17) G. C. Abba, op. cit., pagg. 119-120.

(18) G. Fusco, op. cit., ibidem.

(19) L. Natoli, op. cit., pag. 299.

(20) L. Natoli, ibidem.

(21) I. Montanelli e M. Nozza, op. cit., pagg. 373 e 374.

(22) Giacinto De’ Sivo, op. cit., pag. 68.

(23) Gaetano La Loggia è una figura di medico e di scienziato di notevole spessore. Nato a Palermo il 23 dicembre 1808, a vent’anni era già laureato in medicina e, ancora giovanissimo, ebbe la cattedra di fisiologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Palermo, subentrando al Prof. Foderà (vedi Mario Di Liberto, Nuovissimo stradario storico della Città di Palermo, ed. Grifo, Palermo 1993, pagg. 222 e 223). Partecipò ai moti indipendentisti Siciliani ed ebbe un ruolo di primo piano nella rivoluzione del 1848. Di lui ebbe stima anche il capo della polizia Maniscalco. Si vociferò che tale stima derivasse dal fatto che l’illustre medico gli avrebbe salvato la figlia da sicura morte. Nel 1849, fallita la rivoluzione, il La Loggia era emigrato (con altri illustri rivoluzionari Siciliani) in Liguria, godendo dell’ospitalità del Governo Sabaudo, che si affrettò a conferirgli l’incarico d’insegnamento presso l’Università di Genova. Da quel momento – così come avvenne per la quasi totalità dei rivoluzionari Siciliani ospitati da Vittorio Emanuele II – il La Loggia avrebbe lavorato per l’annessione della Sicilia al costituendo Regno d’Italia, secondo i voleri dello stesso Vittorio Emanuele. Dopo l’annessione, Gaetano La Loggia, molto preso dall’attività scientifica e professionale, non trascurerà la politica. Soprattutto a livello comunale, ma con forti legami con l’azione dei politici Siciliani entrati nella nomenclatura del nuovo Regno. Orazio Cancila (op. cit., pag. 81) ci ricorda che il La Loggia butterà acqua sul fuoco delle polemiche scoppiate a seguito del fallimento della
«marcia su Roma» tentata da Garibaldi nel 1862 e bruscamente interrotta sull’Aspromonte. E che peraltro lo stesso aveva opportunamente sconsigliato. La Loggia avrà inoltre incarichi di enorme prestigio nel settore sanitario e sarà direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Palermo (manicomio), allora uno dei più grandi e prestigiosi d’Italia. Sarà nominato Senatore del Regno nel 1876. Un cursus honorum di tutto rispetto, insomma. Abbiamo l’impressione, tuttavia, che Gaetano La Loggia, e con lui altri Siciliani, non numerosi in verità, che avevano in buona fede condiviso e legittimato l’annessione della Sicilia, abbiano mascherato, nella loro irrequietezza politica, la grande delusione che li avrebbe colpiti – in un secondo tempo – nel profondo del loro animo. E che sarebbe stato tanto più grande quanto più puro era stato il loro ideale. A prescindere dai riconoscimenti ricevuti.

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