La vera storia dell’impresa dei Mille 20/ I prepotenti inglesi che in Sicilia fanno il bello e il cattivo tempo trescando anche con la mafia

La vera storia dell’impresa dei Mille 20/ I prepotenti inglesi che in Sicilia fanno il bello e il cattivo tempo trescando anche con la mafia
3 maggio 2019

In questo capitolo del libro Giuseppe Scianò punta i riflettori sugli inglesi che nel 1860, con le loro navi da guerra – allora le più temute del mondo – entravano e uscivano dai porti siciliani calpestando il Diritto internazionale. Con la scusa di difendere i cittadini inglesi presenti in Sicilia, sostenevano Garibaldi con la sponda della mafia. Soldi e corruzione per tutti: soprattutto per i generali del Borbone. E storia falsificata da pennivendoli. Vergogne, su vergogne su vergogne 

di Giuseppe Scianò

Porto di Palermo, 20 maggio 1860: arriva la potente Ammiraglia Hannibal – «Opportuno arrivo…» Parola di Mr. Goodwin, Console Britannico. Mentre Garibaldi si dibatte fra le difficoltà di Pioppo e di San Martino delle Scale, nel porto di Palermo entra la maestosa e potente ammiraglia Hannibal, dotata di 91 cannoni, con a bordo il Contrammiraglio George Rodney Mundy.

Abbiamo già parlato ed a lungo della strategia del Gabinetto Inglese per fare quella Unità d’Italia, che la storia ufficiale avrebbe attribuito all’esclusivo merito dei padri della Patria, alla loro genialità e al loro eroismo. Non è quindi il caso di ripeterci.

È tuttavia utile ed opportuno leggere la lettera con la quale l’Ammiraglio Arthur Fanshawe, Comandante in capo della Mediterranean Fleet, ha conferito l’incarico di andare a Palermo al Contrammiraglio Mundy:

«Da Arthur Fanshawe, Esquire, cavaliere del molto onorevole Ordine del Bagno, Vice-ammiraglio e comandante in capo, ecc, ecc… Poiché l’insurrezione siciliana contro il Governo napoletano ha dilagato nell’isola fin dall’arrivo del Generale Garibaldi con un reparto armato di Italiani, è divenuto necessario provvedere ulteriori mezzi di protezione per i Sudditi britannici e le loro proprietà. Siete perciò richiesto ed invitato a recarvi a Palermo a questo scopo con la nave di S.M. Hannibal”, che batterà la vostra insegna, prendendo ai vostri ordini la Amphion, la Argus e la Intrepid».(13)

Ci permettiamo di interrompere il Vice-ammiraglio Fanshawe per dire a priori che – veramente – non è credibile che «l’insurrezione siciliana contro il Governo napoletano ha dilagato nell’isola fin dall’arrivo del Generale Garibaldi con un reparto armato di Italiani».

Sappiamo tutti che, a Marsala, il buon Nizzardo trovò ad attenderlo soltanto gli esponenti della comunità inglese. Il deserto era tale che lo stesso Bandi domandava in più occasioni a Garibaldi dove fossero finiti gli insorti, dei quali tanto si era parlato. Ma per gli Inglesi è necessario credere e far credere che l’insurrezione vi sia. Ed è, questo, anche il motivo per il quale si dà tanta importanza alle bande dei picciotti. Alcune delle quali erano peraltro stipendiate da qualche anno.

Così continuava il comandante in capo Fanshawe:

«Vostra principale cura sarà offrire ogni assistenza e protezione a Sudditi e proprietà britannici; riguardo ai rifugiati politici, vi accludo per vostra conoscenza e norma copia di una lettera inviata da Mr. Addington al Capitano di vascello W.A.B. Hamilton, che contempla l’accoglimento di rifugiati politici a bordo di navi da guerra britanniche; lettera che ho ricevuto dal segretario dell’Ammiraglio il 14 corrente. Sarà vostra cura evitare accuratamente che ufficiali ed equipaggi prendano parte a discussioni ed a manifestazioni di carattere politico. Dato a bordo della Marlborough, a Malta, il 18 maggio 1860. A G. Rodney Mundy, Esquire, Cavaliere del Bagno, Contrammiraglio».(14)

Alla lettera di incarico viene allegata una disposizione del Foreign Office (Ministero degli Esteri del Governo Britannico), datata 4 agosto 1849, che riportava le istruzioni che il visconte Palmerston voleva che fossero impartite ai lords dell’Ammiragliato, con riferimento al comportamento dei comandanti delle navi Inglesi nei porti del Napoletano e della Sicilia.(15)

Si istituzionalizza, cioè, la prassi delle navi da guerra della Mediterranean Fleet di entrare e uscire, liberamente e a loro discrezione, dai porti del Regno delle Due Sicilie con il pretesto di salvaguardare le vite e le proprietà dei sudditi Inglesi, nonché quello di prendere a bordo i rifugiati politici e di restare comunque sul posto anche contro la volontà delle autorità portuali o militari dei padroni di casa. Il richiamo alla disposizione di undici anni prima ha lo scopo di tagliare la testa al toro: si tratta di diritti acquisiti da parte della Gran Bretagna. Nessuno li può mettere in discussione.

Il buon Mundy così commenta la vecchia disposizione improvvisamente richiamata in vita:
«È un fatto degno di menzione che un documento ministeriale di undici anni prima, compilato con riferimento ai torbidi scoppiati in quel tempo nel Regno delle Due Sicilie, fosse richiamato in vigore come guida degli ufficiali della Marina nelle difficoltà presenti».(16)

Siccome ci capiterà ancora di citare il Contrammiraglio Mundy, evidenziamo che il suo libro, pubblicato nel 1863, ha una funzione ben precisa. Quella cioè di sostenere che la presenza inglese, nelle vicende della caduta e dell’occupazione del Regno delle Due Sicilie, si era mantenuta nell’ambito di un comportamento neutrale e corretto. E nel rispetto delle norme del diritto internazionale, comunemente accettate dai Paesi Europei.
La verità è ben altra ed emerge ad ogni piè sospinto.

Il Mundy scrive che in Sicilia era in corso una grande rivoluzione sociale che aveva anche scopi unitari. Aggiungiamo che la versione dei fatti, così come ce la tramanda il Mundy, talvolta entra in contrasto con le pur disinvolte versioni degli agiografi risorgimentalisti Italiani.

Di ciò non ci lamentiamo troppo, perché le non rare inesattezze del primo, messe a confronto con le fantasie dei secondi, ci consentiranno – dialetticamente – di fare emergere una terza versione dei fatti, più aderente alla realtà. Lo speriamo, almeno. E ci adopereremo in tal senso. Perché tanta divergenza di versioni fra protettori e protetti?

Azzardiamo un’ipotesi interpretativa. La presenza della Mediterranean Fleet in tutti i più importanti porti della Sicilia viene, bene o male – come abbiamo visto, – giustificata con una serie di motivazioni legate all’esigenza di tutela della vita, beni, attività e proprietà dei cittadini Inglesi, e di assicurare protezione ai rifugiati politici sulle navi Inglesi, appunto. Tutte queste motivazioni fanno ovviamente passare inosservata la ragione della forza. Meglio, quindi, non dichiararla apertamente.

Nel 1860, poi, diventa estremamente importante far credere che tutta la Sicilia sia stata e sia in fiamme per una grande rivoluzione sociale nonché per l’Unità d’Italia (e non già per la propria indipendenza, come era avvenuto realmente nel corso della prima metà del secolo, quasi senza soluzione di continuità). Si millanta un futuro di progresso economico e sociale che non si comprende bene chi lo avrebbe potuto assicurare, considerato il fatto che in realtà gli unici che si agitano e che si fanno in quattro per l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele sono coloro che rappresentano inconfessabili interessi reazionari e retrogradi.

Salvo, ovviamente, qualche idealista, al quale, però, non saranno riservati alcuno spazio né voce in capitolo. All’immagine della rivoluzione, così rappresentata, abboccherà l’intellighentia internazionale. Non esclusi Marx ed Engels; i quali, tuttavia, avranno nel tempo modo di ricredersi. A parte la considerazione del fatto che, proprio nel Regno di Vittorio Emanuele II, nel 1860, i contadini, gli operai, le classi popolari ed il ceto medio stanno molto peggio – sotto ogni aspetto – dei contadini, operai, minatori, classi popolari ed in genere dei lavoratori Siciliani e Napoletani.

L’offensiva propagandistica del Governo Inglese, non conosce limiti…
Ovviamente l’ostentata sensibilità della Gran Bretagna verso le verbose, richieste, sia pure limitate di numero, – e talvolta non espresse liberamente – di adesione incondizionata al Regno di Vittorio Emanuele, ed il sostegno alla presunta lotta di liberazione dei popoli delle Due Sicilie, avranno fatto fremere di indignazione gli indiani e gli irlandesi che nelle rispettive patrie ben conoscevano la liberalità inglese.

Ma la versione inglese – lo ripetiamo – è quella che viene accettata dalla stampa e dall’opinione pubblica in tutto il mondo civile. E che fornisce giustificazioni plausibili alle rappresentanze diplomatiche ed ai governi europei. Anche a quelle di Stati già nel mirino della Gran Bretagna.

I ministri e gli ambasciatori di quei paesi – anche di quelli con le navi ormeggiate nel porto di Palermo – sanno bene di non poter fare altro che energiche, formali, proteste. I politici stranieri, infatti, comprendono fin troppo bene che i loro paesi non hanno la voglia, né il coraggio di essere chiamati in causa direttamente, perché non avrebbero la forza sufficiente per contrastare il progetto inglese o le tante interferenze sul destino del Regno delle Due Sicilie.

Temono, in realtà, i guai ed i guasti che la potente Inghilterra potrebbe provocare ai rispettivi interessi e agli equilibri interni ed esterni, come ritorsione.(17)

Una testimonianza di comodo sulla battaglia di Calatafimi – Diverso il punto di vista dell’agiografia italiana che non manca di avvantaggiarsi dell’intervento in campo e dell’offensiva propagandistica del Governo Britannico e che tuttavia risulterà molto più interessata ad inventare, a creare, a proporre un intero paradiso di eroi e di padri della patria. Alcuni dei quali, talvolta, così pieni di difetti e di vizi da non essere affatto presentabili se non ricorrendo a soluzioni miracolistiche.

Un esempio per tutti lo ricaviamo dalla versione – del tutto originale, per non dire altro – della battaglia di Calatafimi, che il Mundy riconoscerà attendibile e degna di essere diffusa anche con il suo libro a distanza di tre anni da quell’evento. Infatti, il Mundy, che pure non manca di definire illegale l’invasione garibaldina, finge di accettare per buona la testimonianza di tal Vincenzo Panzavecchia (opportunamente confezionata dal suo ufficiale Marryat). Testimonianza-fiume, secondo la quale «sei o settemila uomini» dell’Armata Garibaldina avrebbero affrontato e sconfitto i quattromila soldati dell’esercito delle Due Sicilie.

Il Contrammiraglio inglese ha, in realtà, l’esigenza prioritaria di legittimare, anche con la partecipazione immaginaria di alcune migliaia di rivoltosi Siciliani, le imprese dell’Armata dei Mille in Sicilia. E di rendere democratica e popolare la lotta contro l’esercito Duosiciliano. La stessa presenza dei tanti soldati e dei volontari settentrionali diventa, così, un fatto marginale. Il tradimento del Landi diventa ininfluente, perché è normale che sei o settemila combattenti abbiano la meglio sui quattromila della parte opposta.

Si allontana dalla verità, è vero. Ma tutto apparirà più legittimo e democratico. Il ruolo di Garibaldi, ovviamente, rimane importante, ma non troppo, né dotato di caratteristiche divine. Al massimo gli viene attribuita gratuitamente una trovata geniale e guerrigliera. Quella cioè di aver fatto strisciare a terra alcune centinaia di camicie rosse, che si erano finte uccise, e che invece, avvicinatesi al nemico, lo avrebbero sorpreso con un imprevisto attacco alla baionetta…(18). Una trovata che il povero Garibaldi, come abbiamo visto, neppure si era permesso di sognare. L’opinione pubblica internazionale, però, è servita! Ed anche il Governo di S.M. Britannica.
L’Ammiraglio Mundy la sa lunga… Anche troppo.
Ben diverso il taglio che la retorica risorgimentalista dà alla vicenda. I
Mille, che sono appunto mille, avrebbero sconfitto a Pianto Romano ben quattromila soldati Borbonici (e secondo alcuni testi addirittura diecimila). I primi sarebbero stati armati soltanto di fede e di coraggio. E avrebbero stravinto grazie alla geniale guida dell’Eroe dei Due Mondi.

Ed eccoci mille eroi ed un altro Padre della Patria (italiana).(19)
Ed è veramente notevole lo sforzo del Mundy di cercare di restare ufficiale e gentiluomo, nonostante il delicato ruolo diplomatico affidatogli dal Governo di S.M. Britannica. Farà, come meglio potrà, grande attenzione nel cercare parole ed argomenti adeguati alle circostanze, ogni qualvolta che lui o i suoi connazionali saranno costretti a violare le regole della neutralità. Qualche volta ci permetteremo di sorprenderlo con le mani nel sacco…

Scrive il Mundy riferendosi sempre alle vicende del 20 maggio:

«Nel corso della mattinata venne a bordo il Console di S.M. Britannica Mr. Go- odwin, che si congratulò vivamente per il mio opportuno arrivo».(20)
Convenevoli, messaggi e visite ufficiali fra il Lanza ed il Mundy.
Molti Stati Europei saranno presenti, con le loro navi da guerra, nel porto di Palermo. Ma solo gli Inglesi sanno cosa fare…

Non è solo, il Mundy, nella rada del porto di Palermo, il 20 maggio del 1860. Ha buona compagnia.

«Trovai qui la Amphion da 36 (cannoni), Comandante Cockran; la cannoniera Intrepid, Comandante Marryat (che già abbiamo conosciuto a Marsala, n.d.r.); la pirofregata francese a ruote Vauban, Comandante Lefreve; e dei piccoli vapori da guerra sardi (si tratta delle navi della marina militare sabauda Authion, “avviso a ruote” e Governolo, corvetta a ruote. n.d.A.)».

Ha annotato diligentemente il Contrammiraglio, il quale ben sa che, di lì a poco, il porto di Palermo sarà invaso da tante altre navi.

Anche le navi sarde (cioè Piemontesi o sabaude che dir si voglia) – come ci ha ricordato il Mundy – sono nella rada del porto di Palermo con lo stesso pretesto di quelle Inglesi. E grazie alla interpretazione estensiva della teoria inglese della protezione dei Sudditi dei rispettivi paesi. Le comanda il marchese Alessandro Amero d’Aste.

Il Mundy, come politico e come diplomatico, si mette subito in movimento. Finge, infatti, di scandalizzarsi per il contenuto di una lettera che il maresciallo Salzano, Comandante della guarnigione Duosiciliana di Palermo, si è… permesso di indirizzare al Corpo diplomatico presente in città. Con questa lettera il Salzano sostanzialmente dice che «se un risorgimento avvenisse in città, le reali truppe dovranno ricorrere a tutte le dolorose estremità (sic) che impone la guerra per reprimerlo, delle cui conseguenze – avverte il Salzano – io non saprei e non potrei rispondere verso gli stranieri che dimorano in questa città».(21)

Apriti cielo! Subito il Mundy mobilita il Console Goodwin per predisporre misure di evacuazione (con rifugio sulle navi britanniche) dei cittadini Inglesi oltre che dei cittadini nordamericani, avvisandone il rispettivo Console. Bisogna a quest’ultimo proposito ricordare che il Governo inglese è in ottimi rapporti con quello degli States. Lo vuole coinvolgere (e lo coinvolge) nell’operazione Unità d’Italia. Nel suo «ruolo» il Mundy si muove pertanto, a Palermo, nella stessa direzione. Ovviamente medita anche di formulare una protesta formale da indirizzare al Luogotenente del Re delle Due Sicilie, Generale Lanza, al più presto.
Il giorno 21 maggio intanto il Contrammiraglio mette in moto tutto il
cerimoniale previsto in questi casi e si reca al Palazzo Reale per «render visita ufficiale a sua Eccellenza il Generale Lanza, Regio commissario straordinario e alter ego di Sua Maestà il Re delle Due Sicilie».

Incontro diplomatico. Ognuno dei presenti sta – apparentemente – sulle sue. Così il Mundy descrive il Generale Lanza:

«Il Generale Lanza è un uomo di aspetto benevolo e le sue maniere sono improntate a dignità e cortesia; ma, prossimo all’ottantesimo anno di età, afflitto da sordità e debole di membra, non era un adatto sostituto del Principe di Castelcicala, che egli aveva rilevato solo cinque giorni prima».(22)

Condividiamo il giudizio negativo dell’inglese che, però, si limita ad evidenziare gli aspetti fisici e di salute del Lanza.(23) Non fa rilevare l’attitudine al tradimento, che sarà invece determinante per gli eventi successivi. Diremmo anzi che l’accentuazione delle carenze fisiche tende ad allontanare il sospetto, nel lettore, di probabili tradimenti. Come per il Landi, si punta sull’età e sull’incapacità. Si tralasciano le intenzioni ed il ruolo di quegli alti ufficiali. Concordiamo comunque, con il Mundy sul fatto che il Lanza «non era un adatto sostituto del Principe di Castelcicala».
Opinione, questa, largamente condivisa, persino dai consiglieri più leali di Francesco II di Borbone.

Durante l’incontro, il Mundy evita di rivolgere la parola al capo della polizia Salvatore Maniscalco. Personaggio, questo, particolarmente inviso, non solo per le misure repressive contro gli agitatori politici, ma anche e, forse soprattutto, per la lotta contro la mafia, intrapresa sia in città che nelle campagne per arginare quel già grave fenomeno, anche se sorto da pochi anni. E che, grazie alle interferenze Inglesi, era diventato gravissimo alla vigilia dello sbarco dei Mille.

A tal proposito dobbiamo ricordare che il Maniscalco era sfuggito miracolosamente (riportò soltanto una ferita) al tentativo di assassinio, messo in atto da un emissario dell’onorata società, il 27 novembre 1859.(24)

(13) G. R. Mundy, op. cit., pagg. 64 e 65.

(14) G. R. Mundy, ibidem.

(15) G. R. Mundy, op. cit., pagg. 65 e 66.

(16) G. R. Mundy, op. cit., pag. 67.

(17) G. R. Mundy, op. cit., pag. 74.

(18) G. R. Mundy, op. cit., pag. 74.

(19) Sarebbe difficile, se non impossibile, comprendere la versione propagandistica del Mundy sulla battaglia di Calatafimi (Pianto Romano). La riportiamo di seguito nella parte essenziale: «Garibaldi avanzò dal bordo di Salemi, disponendo i suoi uomini nel seguente ordine: i Piemontesi contro il fianco destro del nemico, con ordine di non rispondere in nessun caso al suo fuoco; Coppola con i suoi verso il fianco sinistro; e il resto al centro. I Napoletani cominciarono la fazione attaccando i Piemontesi, che cadevano in gran numero come se fossero uccisi, mentre in realtà strisciavano con gran tenacia su per il fianco della collina. Non appena furono giunti abbastanza vicino, saltarono in piedi, fecero una scarica e caricarono alla baionetta. Quelli che erano sull’altro lato con Coppola erano intanto pervenuti anch’essi sulla sommità, e gli sforzi uniti dei due gruppi misero i Napoletani in fuga disordinata giù per il declivio del colle, durante la quale persero molti uomini. Presero, però, un’altra posizione, ma furono cacciati anche di là, perdendovi un cannone. Ad un certo momento, anzi, avevano capovolto i fucili, infilando le canne in terra e avevano chiesto quartiere; ma il loro Generale era riuscito a far provare loro vergogna di quell’atto. Il conflitto finì con le truppe reali rifugiate a Calatafimi e gli insorti addormentati sulle posizioni dianzi occupate dal nemico. Il giorno seguente i Napoletani si ritirarono verso Alcamo, e Garibaldi, attraversata Calatafimi, si pose ad inseguirli».
Come si vede, Garibaldi da inseguito diventa inseguitore; il Landi diventa un Generale che fa provare «vergogna» ai soldati meridionali che si arrendono. E invece è l’esatto contrario, a parte il fatto che il Landi sta lontano dal campo di combattimento. Ed infine i picciotti del Coppola avrebbero combattuto «alla pari» assieme ai Garibaldini doc. Cosa, questa, smentita financo dalle pietre, oltre che da Bixio. Non è il caso di dilungarci oltre, ma il buon Mundy finge di credere persino che, a Partinico, i soldati abbiano usato pure delle bombe molotov, ante litteram per bruciare 40 case e per uccidere donne e bambini «senza altro movente che la vendetta e la rapina». Ovviamente il Mundy si cerca un alibi: è il Comandante Marryat che gli manda questo rapporto ricavato dalla testimonianza del contadino (sic) Vincenzo Panzavecchia. «La fonte era invero ben poco qualificata, ciò spiega le curiose ingenuità del racconto», afferma il Rosada nella sua nota. Ma di ingenuità non si tratta, ci permettiamo di precisare (G. R. Mundy, op. cit., pagg. 74 e 75).

(20) G. R. Mundy, op. cit., pag. 67.

(21) G. R. Mundy, op. cit., pag. 68. Nella nota il Rosada puntualizza: «La circolare ai consoli esteri del maresciallo Salzano, Comandante le Armi della Real Piazza e Provincia di Palermo, è riportata integralmente a pag. 57 della Ristampa delle proteste avvisi ed opuscoli clandestina- mente pubblicati pria della rivoluzione avvenuta a Palermo il 4 aprile e durante l’assedio a tutti il 27 maggio del 1860, compilati dai tipografi Franco Carini e Salvatore Meli, Palermo 1860».

(22) G. R. Mundy, op. cit., pag. 69.

(23) Riportiamo il profilo che il Rosada traccia del personaggio Lanza nella nota 4 (pagg. 69 e 70 della citata opera del Mundy): «Il tenente Generale Ferdinando Lanza (1788-1863) era giunto a Palermo il 15 maggio con la qualifica di Regio Commissario Straordinario e i poteri di Alter Ego del Re. Aveva fatto tutta la sua carriera in cavalleria. Si disse che la sua nomina era avvenuta col parere favorevole del Filangieri, di cui era stato sottordine alla presa di Messina (settembre del ’48), rimanendo ferito, e al fatto di essere palermitano di nascita. Si era già scontrato con Garibaldi a Palestrina nel maggio del ’49 durante la breve campagna di Ferdinando II nello Stato Romano, allorché due colonne napoletane, una al comando dello stesso Lanza e l’altra del suo subordinato, Colonnello Nevi, non erano riuscite a scacciare i repubblicani dalla cittadina laziale, ed erano infine state costrette a ripiegare dopo un’intera giornata di inconcludenti schermaglie. Secondo il De’ Sivo “il fatto di Palestrina in campagna romana del ’49 aveasi mostrato di mente grossa” (Storia delle Due Sicilie, Trieste (Napoli), 1868, II, pag. 61. Fu nel complesso una scelta assai infelice, dovuta soprattutto alla mancanza di uomini migliori fra i collaboratori più diretti di Francesco II, che era notoriamente circondato da traditori».

(24) L’incarico di pugnalare il Maniscalco, com’è noto, venne dato da uno dei comitati orga- nizzati dal Crispi (spesso in ambienti mafiosi o quasi) ad un pregiudicato per reati comuni, che Santi Correnti non esita a definire mafioso (Storia di Sicilia come storia del popolo Siciliano, Ed. Clio-Cedil, S. Giovanni La Punta, 1995, pag. 233). Il pregiudicato si chiamava Vito Fari- na, detto Farinella, «che – scrive il Correnti – effettivamente pugnalò, seppure non mortalmen- te, il capo della polizia borbonica mentre entrava nel Duomo di Palermo il 27 novembre 1859. Lo scacco della polizia fu grave, sia perché il Maniscalco fu ferito, sia perché non si riuscì ad acciuffare il feritore».

 

Foto tratta da storiain.net

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