La vera storia dell’impresa dei Mille 18/ La verità sulla rivolta della Gancia del 4 aprile 1860 e sulle “tredici vittime”

La vera storia dell’impresa dei Mille 18/ La verità sulla rivolta della Gancia del 4 aprile 1860 e sulle “tredici vittime”
14 aprile 2019

Ma quante bugie ci hanno raccontato fino ad oggi anche sulla vicenda delle “tredici vittime” che, ancora oggi, danno il nome alla piazza di Palermo? Come ci racconta in questo capitolo del suo libro sull’impresa dei Mille Giuseppe Scianò, a pagare per una rivolta mancata furono tredici disgraziati popolani, mentre i nobili – che erano gli organizzatori – si salvarono grazie all’intervento degli inglesi e al tradimento dei generali borbonici. E c’è anche un ‘giallo’: l’eliminazione di un testimone scomodo…

di Giuseppe Scianò

Complicità ed affari di ogni tipo a Palermo, fra emissari di governi e… doppiogiochisti – In quei giorni difficili l’Ammiraglio Mundy trova il tempo e lo spirito di iniziativa per compiere un cavalleresco passo diplomatico a favore dei mandanti del cosiddetto Moto della Gancia (QUI UN NOSTRO ARTICOLO). Con ogni accortezza, però, e senza fare capire all’opinione pubblica internazionale che le tredici vittime di quei moti altro non erano che poveri diavoli, ignoranti di politica ed assoldati all’ultimo momento, per sparare qualche schioppettata.

Con un solo tragico imprevisto: fra di loro vi era infatti un testimone – troppo scomodo – del grande inciucio in corso. Ed era quest’ultimo che doveva morire, senza dare troppo nell’occhio.

Un altro gesto di buona volontà, l’ineffabile Luogotenente del Re Ferdinando, il generale Lanza, lo compie accettando con la consueta sollecitudine una raccomandazione del Contrammiraglio Mundy in favore di quattro prigionieri accusati ed arrestati con l’imputazione di aver cospirato contro il Regno delle Due Sicilie, essendo stati individuati come mandanti della modesta, ma grave, sommossa del 4 aprile 1860.

Si tratta di prigionieri illustri e nobili. Il Contrammiraglio inglese non può disinteressarsene. Tanto più che è stato sollecitato, con una lettera riservata, ad intercedere dalle giovani mogli di tre di essi. Il quarto, monsignor Lanza, ovviamente non ha moglie che possa sensibilizzare il Mundy. Ma potrà beneficiare comunque dell’intervento collettivo. I prigionieri, così ben raccomandati, sono il principe di Giardinelli, il nobile Gabriele Colonna Cesarò dei principi di Fiumedinisi e l’altrettanto nobile Giovanni Notarbartolo. Oltre ovviamente al già citato monsignor Ottavio Lanza.

Con ostentato distacco e con una punta di ironia, il Mundy ci parla del caso che, il giorno 22 maggio, ha richiesto il suo interessamento, personale e diplomatico:

«Nel pomeriggio ricevetti una missiva di tre giovani signore dell’aristocrazia siciliana, i cui mariti erano detenuti nella cittadella, sotto l’accusa di alto tradimento, nella quale esse mi chiedevano di intercedere presso il Generale Lanza per salvar loro la vita. Naturalmente queste nobildonne, principessa Pignatelli, principessa Niscemi, baronessa Riso, mi assicuravano che i loro amati mariti erano vittime di una cospirazione e innocenti come agnellini. Esse mi chiedevano, inoltre, un abboccamento per potermi spiegare dettagliatamente l’ingiustizia del loro arresto, fermamente persuase che una parola dell’Ammiraglio inglese avrebbe portato al loro rilascio. Convinto che niente di buono poteva risultare da un nostro incontro, declinai la visita che mi proponevano, ma feci loro sapere che avrei parlato in favore dei loro mariti al Regio Commissario, non appena fosse venuto a bordo».(1)

Cogliamo l’occasione per fare alcune considerazioni che riteniamo utili e che vanno anche al di là del caso concreto.

L’ironia degli inglesi – Il fatto che il Mundy faccia dell’ironia dicendo che «…i loro mariti erano vittime di una cospirazione e innocenti come agnellini», riferendosi alla lettera delle nobildonne palermitane, fa capire che egli stesso è convinto del contrario. Ma fa intuire anche che la sua autorità e la sua influenza sul Luogotenente del Re, Lanza, sono tali da consentirgli un intervento così delicato e compromettente persino a favore di persone realmente colpevoli del reato loro contestato. Della rivoluzione, e dei tanto celebrati moti del 4 aprile 1860 e delle complicazioni che ne seguirono, abbiamo già fatto cenno.
Adesso focalizziamo meglio l’evoluzione del caso nel quale viene tanto graziosamente coinvolto il Contrammiraglio inglese. È infatti un evento illuminante.

Gli organizzatori ed i mandanti dei disordini del 4 aprile sono stati alcuni esponenti della migliore nobiltà palermitana, facessero o no ufficialmente parte del Comitato rivoluzionario filo unitario. Si sono avvalsi – come di consueto – però, dell’opera di popolani e/o di piccoli delinquenti. Meglio non rischiare direttamente. Paradossalmente tuttavia, a confermare alla Polizia Duosiciliana le accuse contro i suddetti nobili sarebbe stato proprio il loro braccio destro e capo della squadra protagonista dei fatti della Gancia: il fontaniere Francesco Riso.

Questi era stato mortalmente ferito negli scontri. Catturato, soccorso e portato in ospedale dalla polizia avrebbe raccontato tutto, facendo anche i nomi dei mandanti. Non sappiamo se a seguito di torture o di pentimento. Certo è che le notizie ed i nomi forniti risulteranno esatti.

A furka è pu puvireddu – Un proverbio siciliano dice: «A furka è pu puvireddu»; il significato è abbastanza chiaro:

«La forca è per il poveretto».

Si sottintende, cioè, che la persona ricca ed influente ben difficilmente finisce sulla forca. In un modo o nell’altro riesce a cavarsela ancorquando abbia commesso reati uguali o maggiori di quelli del poveraccio.

Per i moti del 4 aprile, vennero condannati a morte in realtà soltanto tredici popolani (il soltanto è riferito al termine popolani e non al numero dei condannati che parve eccessivo anche ai benpensanti dell’epoca).

Questi ribelli improvvisati certamente erano stati sorpresi con le armi in mano, ma erano manovalanza e probabilmente avevano avuto ruoli non determinanti, se non marginali. Non si esclude che si trattasse di poveri diavoli in difficoltà economiche e che, per l’occasione, fossero stati pagati molto bene. Sulle loro storie, sulle loro personalità, sulle loro bibliografie, non si è saputo per la verità, molto.

Significativo tuttavia era il fatto che una delle vittime della fucilazione, avvenuta peraltro frettolosamente il 14 aprile 1860, fosse stato Giovanni Riso, padre del fontaniere, nonché capo-sommossa, Francesco. Particolare, questo, inquietante. L’esecuzione del padre di Francesco Riso potrebbe infatti significare che le autorità borboniche, spesso colluse – soprattutto ad alto livello – con gli unitari e con gli agenti Inglesi, avessero voluto eliminare un testimone scomodo e probabilmente loquace quanto il figlio. E che, peraltro, avrebbe potuto ulteriormente convalidare le accuse mosse da Francesco Riso al fior fiore dell’aristocrazia palermitana.

Non dimentichiamo che Francesco Riso, per quanto mortalmente ferito, alla data del 14 aprile 1860, era ancora vivo. Sarebbe morto il 27 aprile. Dopo diversi giorni, quindi, dalla sommossa della Gancia. Ma le sue ferite erano per l’epoca incurabili.

Disatteso l’ordine di Francesco II – Come, fra gli altri, asserisce Luigi Natoli (lo scrittore e storico che Gramsci accusa di unitarismo ossessivo), il Re Francesco II aveva disposto che i tredici condannati non fossero uccisi.
Ma le autorità locali (adducendo a pretesto una dimostrazione svoltasi a Palermo il giorno 13), avevano disobbedito platealmente alla disposizione del Re, ed avrebbero ordinato – dopo un processo sommario – la fucilazione delle tredici persone arrestate con le armi in pugno e che, ripetiamo, non erano affatto nobili ma poveri, modesti, proletari e sottoproletari, per niente o quasi politicizzati. Questo zelo da parte delle autorità borboniche conferma i nostri sospetti sul pericolo che Giovanni Riso (o qualche altro) avesse potuto parlare.

Ci pare significativo, proprio per la posizione culturale del Natoli, il fatto che lo stesso scrivesse nel 1935 (in pieno regime fascista ed unitario):

«La sera del 7, il Maniscalco, capo della polizia, supponendo che capi del movimento fossero i nobili, saputo che in casa del duca di Monteleone erano adunati alcuni giovani signori, li colse e li fece arrestare. Erano, oltre al Monteleone, il barone Riso, il cavaliere Notarbartolo di San Giovanni, il principe di Giardinelli, ai quali, spontaneo, si aggiunse il principe di Niscemi: Maniscalco li fece condurre ammanettati, a piedi, fra un nugolo di birri, per via Toledo fino al Castello. Poco dopo arrestava il padre (sacerdote, n.d.A.) Lanza a bordo di una nave americana. Il marchese di Rudinì si poté salvare con la fuga».(2)

Ancora più interessante – ai nostri fini – è quanto il Natoli conferma a proposito dell’esecuzione della condanna a morte dei tredici poveracci.

«Intanto si istruiva il processo contro gli arrestati fra il 4 e il 12 aprile. Francesco II, ubbidendo alla spontanea pietà, aveva ordinato che nessuna sentenza di morte si eseguisse senza sua autorizzazione; ma il giorno 13 ebbe luogo una dimostrazione, che fu repressa dalla polizia; e questo bastò, perché non si tenesse conto dell’ordine reale e (i) tredici fossero fucilati il 14 aprile».(3)

Venduti al Piemonte da nobili e da borghesi parassiti – Via via che ci addentriamo nella narrazione dei fatti, che in un modo o nell’altro determinarono la conquista della Sicilia, ci accorgiamo di come i principali fautori del progetto unitario fossero stati e fossero – in Sicilia -esponenti della nobiltà e di una certa alta borghesia parassitaria. Questi – se si eccettuano i pochi idealisti – sono sicuri di trarre vantaggi, personali e di casta, dall’assoggettamento della Sicilia al Regno Sabaudo. Ottimi ed intensi quindi i loro rapporti con gli agenti Inglesi, alle cui direttive si attengono, e con gli agenti del Governo di Vittorio Emanuele II.

Anche per queste ultime considerazioni ci pare sempre meno sostenibile la tesi – ancora dominante nella cultura ufficiale – secondo la quale l’occupazione della Sicilia debba essere intesa come fatto sociale, interno alla Società Siciliana. Addirittura come un momento della lotta di classe dei contadini e dei lavoratori contro l’aristocrazia dominante.

Tutto il contrario cioè di ciò che era avvenuto prima, durante e dopo l’annessione della Sicilia all’Italia.

Riportiamo alcune osservazioni che in proposito compie Orazio Cancila, nel suo interessante e documentato libro Palermo, seppure in un contesto ideologico diverso dal nostro:

«Fu più agevole per il Comitato rivoluzionario coinvolgere nella cospirazione influenti popolani, tra cui il maestro fontaniere Francesco Riso e il sensale Salvatore La Placa, con il compito soprattutto di ingaggiare squadre e acquistare armi, utilizzando i fondi già raccolti. Ovviamente, nel reclutamento dei volontari non si consideravano tanto le qualità morali e – come ricordava un quindicennio dopo alla Giunta per l’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia” il duca di Cesarò, già membro del Comitato – a nessuno si chiedeva di mostrare la fedina penale pulita, perché era […] naturale che quando si doveva fare una rivoluzione non si badasse tanto pel sottile […], era naturale che persone pacifiche, persone oneste non si mettessero in queste schiere di bravi. Nessuna meraviglia, quindi, se i due rivoluzionari Salvatore Licata e Antonino Giammona anni dopo saranno tra i più noti mafiosi».(4)

Riportiamo di seguito anche la ‘nota 6’ dello stesso Autore:

«L’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876), a cura di S. Carbone e R. Grispo, Roma 1968, p. 521. Con il duca di Cesarò concorderà Francesco Brancaccio di Carpino, influente membro del Comitato palermitano (cfr. F. Brancaccio di Carpivo, Tre mesi nella Vicaria di Palermo nel 1860, Napoli 1901, p. 70)».(5)

Fra gli emissari del Governo di Torino in Sicilia operava un certo Enrico Bensa, arrivato in Sicilia nel febbraio del 1860, del quale Francesco Brancato scrive:

«Era stato così stabilito di inviare Enrico Bensa in missione nell’isola per saggiare meglio il terreno e far conoscere agli amici del Piemonte i veri propositi del Re».

Il Bensa, che s’era recato in Sicilia con lettera di presentazione del D’Ondes Reggio indirizzata al principe Pignatelli di Monteleone, aveva potuto prendere contatto con i maggiori esponenti del moderatismo liberale palermitano, fra cui il barone Riso, il marchesino di Rudinì, il duca di Cesarò Francesco Brancaccio di Carpino, ai quali secondo le istruzioni ricevute, aveva continuamente ripetuto:

«Insorgete se siete sicuri della riuscita; però dovete contare sulle Vostre sole forze, poiché nessuno aiuto potreste ricevere dal Piemonte prima che riusciste nell’impresa. A fatti compiuti l’appoggio del Governo Piemontese non Vi mancherà».(6)

Il Brancato ci riferisce altresì che il Bensa – stando ai rapporti della polizia Duosiciliana – si era presentato come cugino del conte di Cavour e quando il 18 febbraio 1860 era ripartito per tornare a Torino portava con sé una lettera per il Re Vittorio Emanuele, sottoscritta da molti notabili Siciliani che addirittura chiedevano l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo.

Per concludere la trattazione della cosiddetta Rivolta della Gancia del 4 aprile 1860, dobbiamo dire che il tutto doveva servire – a prescindere dalla sua riuscita – a fare molto rumore per giustificare l’intervento in Sicilia della Spedizione dei Mille e dimostrare contestualmente che l’occupazione anglo-piemontese-sabauda-mafiosa ed ungherese della Sicilia altro non fosse che un sostegno spontaneo e popolare ad una rivoluzione (spesso definita sociale, soprattutto dalla stampa inglese) interna alla Società Siciliana.
E questo spiega l’imbarazzo dell’Ammiraglio Mundy nei confronti delle signore dell’Alta Società Siciliana, che avrebbero voluto banalizzare e minimizzare i fatti rivoluzionari accaduti. Mentre l’Ammiraglio inglese aveva il ruolo istituzionale di sostenere l’importanza di quella sommossa popolare.

Foto tratta da wikipedia.org

Fine 18esima puntata/ Continua

(1) G. R. Mundy, op. cit., pag. 76.

(2) Luigi Natoli, Storia della Sicilia, S.F. Flaccovio, Palermo, 1978 (2a ed.) pag. 292.

(3) L. Natoli, ivi.

(4) Orazio Cancila, Palermo, La Terza, Bari, 1988.

(5) O. Cancila, ivi. Vorremmo inserire una piccola annotazione a nostra volta. I bravi ai quali fa riferimento la citazione sopra riportata, sono, in sostanza, i picciotti di mafia, ante litteram, della Lombarda del XVII secolo. Questi furono resi famosi nel celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

(6) Francesco Brancato, Dall’unità ai fasci dei lavoratori, in «Storia della Sicilia», Società editrice «Storia di Napoli e della Sicilia», vol. VIII, 1977, pag. 92.
(7) F. Brancato, ivi.

 

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