La vera storia dell’impresa dei Mille 21/ I garibaldini sconfitti ad Altofonte saccheggiano il paese e poi fuggono a Piana dei Greci

La vera storia dell’impresa dei Mille 21/ I garibaldini sconfitti ad Altofonte saccheggiano il paese e poi fuggono a Piana dei Greci
12 maggio 2019

Allora quella che oggi si chiama Piana degli Albanesi si chiamava – molto più correttamente – Piana dei Greci. Tra Altofonte e Piana dei Greci Garibaldi, i mercenari (pagati dagli inglesi) e i ‘picciotti’ di mafia si beccano una bella lezione dai militari Duo Siciliani. Altro che marcia trionfale su Palermo! Scappano come cani bastonati. E lo stesso Abba dovrà ammettere la ritirata (che in realtà è una fuga)

di Giuseppe Scianò

È tutto un gioco delle parti la protesta del Mundy? Certamente lo è… – Al termine dell’incontro, il Mundy consegna la propria lettera di protesta contro la circolare Salzano al Generale Lanza. Cioè, sembra voler mettere addirittura le premesse di un eventuale casus belli. Tornato a bordo, dirama un ordine di servizio sul comportamento che gli ufficiali e gli equipaggi delle navi Inglesi dovranno tenere nella missione in Sicilia. Un messaggio piuttosto ipocrita che riportiamo di seguito.

«Poiché è opportuno che le navi di S.M. stazionate nei vari porti Siciliani per la protezione dei sudditi e delle proprietà Inglesi mantengano stretta neutralità riguardo alla insurrezione contro il Governo napoletano, invito i comandati delle navi di S.M. ai miei ordini a far sì che i loro rispettivi ufficiali ed equipaggi evitino con ogni cura di prendere parte a discussioni o manifestazioni politiche, ciò che renderebbe vano lo scopo della loro presenza e comprometterebbe il Governo Britannico. Gli ufficiali che intendano andare a terra devono portare l’uniforme regolarmente e devono tornare alle navi al tramonto».(25)

Perché abbiamo riportato questa disposizione tacciandola di ipocrisia? Per evidenziare meglio come proprio il Mundy sarà il primo a violarla. L’Ammiraglio, fra l’altro, manderà il Capitano Marryat con l’Intrepid nelle acque della Sicciara (Balestrate) per… «accertare da fonte sicura quali fossero le posizioni tenute da Garibaldi e quale il numero presumibile dei suoi aderenti armati».

Il Marryat – per completezza di informazione – tornerà l’indomani mattina portando testimonianze e rapporti del tipo che più converranno alla macchina propagandistica inglese in campo internazionale. Non aggiungiamo altro, perché ne abbiamo già fatto menzione a proposito della originale versione della battaglia di Calatafimi.

Il Mundy annota, altresì, che la sera del 21 maggio è entrata nel porto di Palermo la squadra navale austriaca «al comando del barone Von Wüllersdorff composta della “Schwartzemberg” da 60 (cannoni), della Dandolo, da 21, e della Santa Lucia, da 6».
La presenza della squadra austriaca ha solo una funzione d’immagine, perché in realtà il Governo di Vienna ha deciso di mantenersi rigorosamente neutrale per timore di ritorsioni Inglesi. Il Mundy comunque la terrà d’occhio.

È, infine, interessante notare come qualche volta il Mundy, parlando di Garibaldi, lo indichi come sedicente Dittatore.(26) Si tratta, ovviamente, di una cautela diplomatica, ma la terminologia ci pare esatta anche dal punto di vista giuridico-costituzionale.

Com’è comprensibile, il Generale Lanza risponde immediatamente alla pretestuosa lettera del Mundy, facendo candidamente rilevare che la protezione ai Sudditi britannici e agli stranieri sarà comunque garantita e che la disposizione del Salzano si inquadra nelle consuetudini delle nazioni civili. Con eccessiva, ostentata, mancanza di stile e di senso di responsabilità,
il Lanza, però, ribadisce la minaccia di bombardamento e scrive:

«Sono lungi dal pensare di esporre la città agli orrori di un bombardamento, e i sentimenti di umanità che animano il Governo del Re mio Signore, mi fanno rifuggire da un simile mezzo. Ma Vostra Eccellenza comprenderà che, se l’esercito fosse attaccato alle spalle dagli insorti della città, mentre è impegnato a respingere l’invasione straniera sostenuta dai ribelli, non potrei esitare un istante a reagire con le artiglierie per salvare l’armata che ho l’onore di comandare».(27)

Con questa risposta diventa più serio il gioco delle parti. Anzi: molto più spregiudicato e fantasioso di quello già in corso. Tende a creare le condizioni che «giustifichino un bombardamento», che a sua volta giustifichi il mancato utilizzo delle forze militari di terra dell’Esercito Duosiciliano (a Palermo prima e nel resto dell’impresa, poi) contro l’Armata Garibaldina.

La sera successiva, il 22 maggio, entra nella rada del porto di Palermo la pirocorvetta americana Iroquois, comandata dal Capitano di vascello Palmer. Questi ringrazierà il Contrammiraglio Inglese per la protezione offerta ai cittadini americani. Il Mundy, pur se non lo dice espressamente, è felice di avere anche la copertura americana nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.

E, sempre nella stessa giornata, entrano nel porto di Palermo «cinque navi da guerra napoletane». Sarà cura del Luogotenente Lanza tenerle inoperose…

Dobbiamo riportare un significativo episodio di interferenza inglese (sarebbe più esatto dire di prepotenza e di arroganza) nelle vicende interne del Regno delle Due Sicilie. Un episodio non importantissimo, che però rende bene il clima nel quale si muove l’impresa garibaldina.

Mr. Goodwin, probabilmente per offrire ulteriori pretesti di intervento al Mundy, gli comunica che circa un mese prima il Generale Letizia aveva costretto tutti i sudditi britannici residenti a Marsala e a Trapani a consegnare le armi in loro possesso alle autorità locali. Disposizione, di carattere Generale, dalla quale ovviamente, gli Inglesi, nonostante il loro prestigio, non potevano essere esclusi.

Precauzione che peraltro riteniamo abbastanza giustificata nell’aprile 1860, da alcune azioni rivoltose (fatto della Gancia a Palermo ed avvisaglie di sommosse, azioni di guerriglia e di provocazioni messe in moto qua e là dalle bande dei picciotti) (28) successivamente fallite o represse. Non troppo pericolose il più delle volte.

Ma sempre enfatizzabili dalla propaganda filo-sabauda. E strumentalizzate al massimo, ad impresa dei Mille compiuta.

Per la verità, alcune azioni di disturbo e qualche agguato, che sarebbe inesatto definire insurrezioni, si erano verificati nei confronti di distaccamenti della Gendarmeria o dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie. Soprattutto nel Trapanese ed a Marsala. Intendiamoci: niente di grave.
Si era trattato spesso delle solite iniziative a scopo dimostrativo, prive di consistenza reale e di seguito popolare. Come, peraltro, avrebbe dimostrato la totale mancanza di rivoltosi proprio a Marsala, al momento dello sbarco di Garibaldi. Nonostante lì non vi fosse stata più alcuna presenza militare borbonica, non si era visto un solo rivoltoso, un solo picciotto, né un attivista filo- sabaudo. Il provvedimento del Generale Letizia, comunque, era giustificato (e gli eventi successivi lo confermeranno) anche dal fatto che si aveva già notizia dell’imminente sbarco a Marsala di una spedizione proveniente dal Regno Sabaudo… con protezione britannica.

Semmai si rileva che rimaneva indecente il fatto che tanto il Castelcicala che il Letizia avessero fatto spostare, proprio alla vigilia dello sbarco dei Mille, la guarnigione militare locale da Marsala ad Agrigento. Avevano così lasciato volutamente a Garibaldi la possibilità di sbarcare e di muoversi con ogni comodità possibile.

Per via di questo inquietante precedente e per tanti altri eventi successivi riusciremo a capire meglio tutto quello che l’agiografia continua ad occultare con tenacia. E cioè che non era in corso alcuna rivoluzione, ma soltanto una tragi-commedia, recitata peraltro malissimo.

Per tornare alle armi sequestrate, diciamo che la richiesta di immediata restituzione viene accolta con tempestività dal Lanza, così come vengono accolte tutte le altre richieste Inglesi. Con lo spirito… del servitore in cerca di un nuovo padrone.

Per concludere la narrazione del significativo aneddoto, diciamo che, il solito Comandante Marryat viene mandato, il giorno 23 maggio, a Trapani con l’Intrepid per farsi consegnare le armi in questione dall’ufficiale responsabile della fortezza, nella quale queste erano state custodite.
Si tratta soltanto… di 1500 fucili.  Ma, si sa, gli Inglesi hanno il sacrosanto diritto di portare le armi quando e come vogliono. Soltanto loro, però.

A Monreale i soldati Duosiciliani potranno contrattaccare. Garibaldi fugge… – Monreale, 23 maggio del 1860. I soldati Duosiciliani ricevono l’ordine di marciare contro l’Armata Garibaldina.

«Finalmente – ci riferisce Padre Buttà – il giorno 23 venne l’ordine da Palermo di attaccare i Garibaldini».(29)

È così che il Von Mechel può (finalmente) marciare con i suoi uomini all’inseguimento dei Garibaldini in marcia sostenuta alla volta del Parco.(30)
Affronterà i Garibaldini che, divisi in due colonne, sono rispettivamente comandati dall’ungherese Stefano Türr e dal Generale-Dittatore. Si accende una prima furiosa battaglia, l’epicentro della quale è in località Pizzo di Fico. I soldati Duosiciliani, guidati dal Von Mechel in persona, lottando sodo, hanno la meglio. Questa volta non c’è il pericolo che il Generale Lanza (o qualche suo inviato) possa più fermare gli eventi.

L’altro combattimento assegna una nuova vittoria ai soldati Duosiciliani, proprio alle porte del paese. I soldati Duosiciliani sono comandati dal Colonnello Colonna e sono sopraggiunti, in tempo utile, dalla strada di Palermo. Ed è così che i Garibaldini con il loro Duce sono costretti a ritirarsi frettolosamente verso l’interno, allontanandosi dalla strada che porta a Palermo. Ripiegano verso Piana dei Greci.(31)

I picciotti sono i più veloci. Molti di loro preferiscono addirittura tagliare la corda con armi e bagagli. La ritirata dei Garibaldini da Parco a Piana dei Greci viene raccontata anche da Giuseppe Cesare Abba con accenti poetici e con finalità agiografiche. Ma il fatto resta. E non è poco. Il tutto, ovviamente, viene presentato come un momento della grande strategia del Duce dei Mille. Che il Generale, ancora una volta, sia in pericolo, anche lo scrittore ligure è tuttavia costretto ad ammetterlo.

Riportiamo il passo essenziale della noterella datata 24 maggio 1860:

«La nebbia sfumò. Allora si vide uscire di Monreale una colonna di soldati avanzare densa e sicura per la via che mena a Pioppo; occuparla tutta quanta è lunga. E non finiva mai, sebbene la testa fosse già entrata nei boschi, per venire a Parco. (sic!) Ah questa volta verranno davvero! Si diceva; e intanto i nostri del genio cominciarono a lavorare frettolosi, per costruire una batteria. Le compagnie furono schierate sulla strada. Si aspettava in silenzio, e pareva di sentire il passo di quella schiera infinita, lontana. La moschetteria cominciò laggiù sotto Parco. Sostennero il primo urto i Carabinieri genovesi: ma mentre tutto pareva preparato per tener fermo là dove eravamo, passò il Generale collo Stato Maggiore, colle Guide, di galoppo, un turbine; e noi subito dietro di loro a passo di corsa».(31)

La ritirata di Garibaldi sembra una fuga, anzi: è una fuga! – Come si vede, a prescindere dalla guerra dei numeri, le cose non sembrano andare per il verso giusto ai Garibaldini. Di entrare a Palermo neppure se ne parla e, se vogliamo – quando si sottraggono al pericolo le squadre dei picciotti, – nello schieramento garibaldino si vedono ben pochi Siciliani, volontari o no.

L’Abba però si rifugia nell’interpretazione agiografica. E tutto diventerà dunque parte della strategia del Duce dei Mille ed effetto del suo carisma…
Approfittiamo, tuttavia, del momento di sincerità dell’Autore delle noterelle per fargli completare la sua versione della ritirata strategica dei Garibaldini verso Piana dei Greci:

«Si camminava così a rotta un tratto, poi si rallentava un poco, poi si ripigliava. Vidi molti per l’affanno buttarsi a terra disperati; altri piangevano dal dolore: qualcuno narrava che i Borbonici, incendiato Parco, e rotti i Carabinieri genovesi, ci venivano alle spalle furiosi colla cavalleria, e che presto ci sarebbero stati addosso. V’aggiungevano che il nerbo di quella colonna sono Bavaresi, mercenari bruchi, che vogliono farla finita. La ritirata era un lutto, e quasi pareva una fuga. La strada che da Parco conduce qui alla Piana dei Greci, serpeggia lungo tratto in mezzo a montagne scoscese. Divorammo quel tratto sin dove, cessando di salire, la strada porta piana a scoprire questa città in seno alla valle. Trafelati, sfiniti dal digiuno, arsi dal sole, riposammo cogli occhi in questo sfondo; ma a un punto stavano tre Guide a cavallo, piantate in mezzo alla vita, e arrivando là ci fecero pigliare a destra il monte grigio, squallido, a petto. Altre Guide appostate su per i greppi, gridavan, per animarci, che il Generale era in pericolo: e noi e salire, a salire verso la vetta donde s’udiva una tromba suonare la diana con angoscia».(32)

A questo punto vorremmo interrompere ancora l’Autore per dirgli che quella ritirata non pareva quasi una fuga. Era una fuga…

Affascinati dal suo racconto, vediamo come si conclude quella cronaca. Ricordando ancora una volta che l’Abba pubblicherà le sue noterelle venti anni dopo. Con il senno del poi e con la possibilità di raddrizzare ciò che potrebbe andare di traverso alla cultura ufficiale. E così apprendiamo che la ritirata su Piana dei Greci fu opera della miracolosa prontezza con la quale Garibaldi avrebbe… prevenuto la manovra del Colonnello Von Mechel!

«Arrivammo a cinque, a dieci, come si poteva: il Generale era lassù da un pezzo. In faccia, su d’un altro monte, quello che sovrasta al nostro campo di ieri, i cacciatori Napoletani schierati sparavano contro di noi, e i loro proiettili ci fischiavano sopra come serpenti. Alcuni Carabinieri genovesi rispondevano a quel fuoco; noi, coi nostri schioppi inutili, stavamo a guardare. Durò quel gioco di schioppettate forse un’ ora; poi i cacciatori Napoletani cominciarono a ritirarsi, e sparirono di là dalla cresta della montagna. Allora ci ritirammo noi pure, per la stessa via fatta a salire, augurando a monte Campanaro che possa sprofondare tanto giù nell’abisso, quanto sorge a salire, alto e sfacciato nell’aria. Si dice che il Generale nemico avesse ideato di varcare i due monti, sperando di far a tempo, occupare Piana dei Greci prima che noi vi arrivassimo, e di qui ributtarci, perseguitandoci fino a Palermo. Ma Garibaldi lo prevenne con miracolosa prontezza. Ora si pensa che smessa l’idea, ci verrà dietro. Per la strada militare, percorsa da noi quasi fuggendo. Ho inteso che alcuni dei nostri rimasero prigionieri al Parco, e che uno d’essi è Carlo Mosto, fratello del Comandante dei Carabinieri. Pare che sia anche ferito, e si teme che tutti saranno fucilati».(33)

Ma, come vedremo meglio più avanti, il Von Mechel non ha mai fretta. Non insegue i Garibaldini e il loro Duce… preferisce che i suoi uomini si accampino al Parco e dei dintorni.

E… più che il dovere, poté il digiuno! Episodi di saccheggio al Parco – Il piccolo paese del Parco in quei giorni è costretto a passare diversi guai. La maggior parte della popolazione, terrorizzata, è sfollata. I magazzini, i depositi alimentari e non poche case lasciate dai rispettivi inquilini vengono saccheggiate dai Garibaldini e dai picciotti, autentici e no. L’arrivo dei militari Duosiciliani non farà migliorare la situazione, perché da Palermo il Lanza non farà arrivare loro gli approvvigionamenti.(34)

Avviene così che i soldati Duosiciliani, affamati, facciano man bassa di ciò che è rimasto nei magazzini. Ed è rimasto per la verità ben poco. L’unico genere che abbonda è il vino. Buono per giunta. Di quello che va dritto alla testa. I soldati, ben presto ubriachi, non mancano di creare disordine e caos.
Padre Buttà è furibondo e mortificato. Riceve le proteste delle suore del locale convento che già avevano passato le loro peripezie con i Garibaldini. A loro, il buon cappellano riesce a fare assegnare una scorta di una trentina di ottimi soldati Siciliani del Battaglione del Bosco che riescono a tenere a bada gli ubriachi e tutti i malintenzionati.

Nonostante la situazione di disagio, molti cittadini del Parco possono tornare alle loro case.

E la notte che sopraggiunge porta riposo e serenità a tutti.

Torniamo però a Garibaldi ed alla sua brigata. Dopo quella ritirata, i Garibaldini, come abbiamo visto, si rifugiano a Piana dei Greci. Qui dovranno pernottare. Una parte dell’Armata si accampa a Pianetto, contrada esterna al centro abitato. L’altra parte alloggia nel paese.

Buona l’accoglienza di Piana? Riteniamo di no. Lo deduciamo dal fatto che l’Abba non ci parla delle folle che applaudono o che si inginocchiano al passaggio del Duce dei Mille. Ci parla, invece, soltanto della cortesia dei frati della Piana dei Greci, i quali offrono a volontà pane, cacio, vino e sigari.

I frati hanno, però, anche la cattiva idea di far visitare agli ospiti continentali i locali nei quali riposano, imbalsamati, i loro morti. All’impressione, pessima, che dà ai Garibaldini la visione dei cadaveri, imbalsamati ed addossati alle pareti, si aggiunge la paura per un grido che rimbalza da una parte all’altra dell’accampamento garibaldino:

«Arrivano i Regi, saranno diecimila!».(35)

Grande panico e confusione nel campo fino a quando non verrà chiarito che si è trattato di un allarme del tutto infondato. I Garibaldini potranno quindi dormire tranquilli. Il loro sonno sarà però di breve durata. Prima ancora che spunti l’alba, suona la sveglia. Tutti in piedi! I Mille dovranno al più presto lasciarsi Piana dei Greci alle spalle e andare oltre. Velocemente. Ai più quella nuova marcia sembrerà una nuova fuga.

Dopo aver percorso alcuni chilometri, Garibaldi con il suo seguito arrivano in vista del castello di Ficuzza, nel bel mezzo dell’omonimo bosco. È, questo, un fabbricato solido, maestoso, funzionale e razionale, costruito per volontà di Ferdinando di Borbone, il quale – com’è noto – era oltre che Re di Napoli, anche Re di Sicilia, fra la fine del secolo XVIII e gli inizi del XIX. Nel bel mezzo, cioè, delle guerre napoleoniche, nelle quali la Sicilia ebbe un ruolo molto importante. Mentre Ferdinando viene quasi sospeso dalle funzioni regali, che vengono svolte dal figlio Francesco, principe ereditario e Luogotenente.

I Garibaldini, tuttavia, non avranno modo di godere dell’ospitalità di quel castello. Potranno, a distanza, ammirarne la bellezza. Hanno ben altro da fare…

Piana dei Greci. Arrivano e partono anche i soldati Duosiciliani.
All’alba dello stesso giorno (25 maggio 1860) il Von Mechel, che come abbiamo compreso, non ama la premura, marcia finalmente verso Piana dei Greci. I suoi soldati sono tornati alla sobrietà, alla disciplina e al senso del dovere. Avanzano in ordine di battaglia e con il morale di nuovo alto.

Verso mezzogiorno arrivano a Piana. La cittadina è deserta. O almeno così appare, a giudicare dal fatto che per strada non si veda nessuno e che le porte e le finestre siano ben chiuse e sbarrate.

Superata la delusione, Padre Buttà si mobilita per rompere il ghiaccio. Si mette in contatto con un collega di rito Greco-ortodosso, Papas Ignazio, e con lui va di casa in casa a tranquillizzare la popolazione. I due sacerdoti danno assicurazioni che i soldati Duosiciliani non hanno cattive intenzioni e che sono lì per combattere contro gli invasori.

Le loro parole hanno successo. Si viene, ben presto, a creare un clima di amicizia e di collaborazione. Quanti si erano allontanati dal paese e si erano rifugiati in campagna, decidono di rientrare. Il clima migliora ancora di più, quando i contadini, i commercianti, gli artigiani e i cittadini tutti di Piana constatano che i soldati sono ben educati. E che, soprattutto, pagano, senza lesinare sul prezzo, tutto ciò che prendono. Comprano di tutto: conigli, polli, frutta ed ogni altra cosa che il mercato kianoto può offrire. Si comportano, insomma, con il massimo della correttezza.

Dal punto di vista politico è fin troppo evidente che nessuno in quel momento simpatizza per Garibaldi e tantomeno per Vittorio Emanuele. Il tempo però vola e si avvicina l’ora di andare via. E il Buttà così ci descrive la scena della partenza della colonna Duosiciliana:

«Quella popolazione della Piana de’ Greci, quanto di spavento avea provato all’arrivo dei soldati, tanto dispiacere mostrò nel vederli partire. Moltissimi uomini, donne, e ragazzi ci accompagnarono per più di un miglio, gridando, Viva il Re, viva la truppa! I ragazzi, già fatti amici dei soldati, voleano portar loro il fucile o il sacco, e quelli che ottenevano tanto favore, se ne pavoneggiavano».(36)

È opportuno rilevare che la colonna Duosiciliana si sposta con l’intenzione di affrontare Garibaldi e di sconfiggerne definitivamente l’Armata. Secondo una certa storiografia, invece, la colonna del Von Mechel, avrebbe girato a vuoto, per strategia, perché nessuno avrebbe rivelato, né ai Borbonici né ad altri, gli spostamenti dei Garibaldini.

È vero l’esatto contrario. A parte il fatto che neppure ai ciechi poteva sfuggire il passaggio dei Garibaldini. Ma lasciamo che i fatti parlino da sé.

 

(25) G. R. Mundy, op. cit., pag. 72.

(26) G. R. Mundy, op. cit., pag. 73.

(27) G. R. Mundy, op. cit., pag. 77.

(28) Antonio Rosada, a pag. 79, nota n. 1, della citata opera del Mundy così riassume i ter- mini della questione relativa alle contestate misure di sicurezza adottate dal Generale Letizia.

(29) G. Buttà, op. cit., pag. 36.

(30) Parco, in siciliano Parku (di solito usato con l’articolo ’u Parku o, il Parco) che prima del 1860 portava l’aggettivo di «Reale» e/o «Borbonico» e che era un piccolo comune a 11,5 chilometri da Palermo, a 359 metri d’altezza sul livello del mare. Dal 26 febbraio 1930 il suo nome è stato trasformato in Altofonte. Ancora oggi è tuttavia molto usata l’antica denominazione di Parku ed i suoi abitanti vengono indicati con l’altrettanto antica denominazione di parkitani. Fin dai tempi più antichi la zona (tutt’oggi è molto interessante dal punto di vista naturalistico e paesaggistico) era considerata la riserva di caccia dei Re di Sicilia, a cominciare dal Re Ruggero II (Re di Sicilia dal 1130). Altofonte è ricco di chiese, di monasteri e di monumenti.

(31) Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi) è un paese fondato nel 1488 da una colonia di profughi provenienti prevalentemente dalla Morea e dalla regione che grosso modo coincide con la «grande Macedonia». I profughi, di religione greco-ortodossa, erano reduci dalla lunga lotta condotta da Giorgio Castriota, detto Skanderberg, contro l’invasione dei Turchi. L’antico – e a nostro giudizio, un po’ più appropriato – nome di Piana dei Greci (essendo quella comunità di lingua albanese fortemente legata, e con radici profonde, alla cultura greco-bizantina ed alla religione greco-ortodossa) venne nel 1941 dal regime fascista mutato in «Piana degli Albanesi». Una decisione adottata, peraltro, per meglio rispondere alle esigenze della politica dello Stato Italiano che allora conglobava nell’Impero italiano anche il Regno di Albania, attribuito al Re d’Italia Vittorio Emanuele III, dopo la conquista, appunto, dell’Albania. La tendenza a far diventare più albanese la popolazione di Piana è tuttavia ancora oggi seguita dal Governo italiano, il quale, sia pure in modo differente del fascismo, ha sempre grandi interessi nell’Albania. Precisiamo che la popolazione di Piana costituisce un interessante unicum etnico-culturale siculo-ellenico-albanese. E che quindi costituiscono attentati alla sua sopravvivenza non solo la tendenza ad albanesizzare per far coincidere la cultura e la lingua di quella comunità con quella dell’odierna Albania (nazione oggi diversa da quella del 1488), ma anche la tendenza a de-ellenizzare e a de-sicilianizzare. A proposito della tendenza a sopprimere la componente siciliana, acquisita nel tempo dalla cultura di quella comunità, vorremmo sottolineare che oggi i toponimi sono indicati in lingua italiana e in lingua albanese, mentre la toponomastica siciliana è stata quasi del tutto soppressa. Tutto ciò è assurdo soprattutto se si pensa che l’Albania di oggi si è arricchita (ed è stata quindi modificata in tal senso) dall’apporto etnico e culturale plurisecolare dei turchi, contro i quali si era abbattuta l’etnia alla quale appartengono gli abitanti di Piana, anche in nome della civiltà occidentale e del Cristianesimo. Com’è noto, in Albania oggi l’80% della popolazione è musulmana. L’Albania di oggi è qualcosa di profondamente diverso dall’Albania alla quale apparteneva la comunità di Piana. Di ciò se ne dovrebbe tener conto. Cambiando discorso, ricordiamo che a Piana degli Albanesi esistono molte testimonianze artistiche ed architettoniche fra le quali la Chiesa Matrice di San Demetrio (XVI secolo), quella di Santa Maria di Odigitria (XVII secolo) e quella di San Giorgio. Piana è sede dell’Eparchia (o diocesi) degli italo-albanesi cattolici di rito greco-ortodossi. Collocata a 720 metri sul livello del mare, dista da Palermo una ventina di chilometri. Nel suo territorio esiste un lago artificiale di una superficie di 40 chilometri quadrati ben inserito nel contesto ambientale e naturalistico che lo circonda. Piana è oggi una cittadina ricca ed operosa con buone prospettive di successo anche nel settore turistico. Va anche detto per concludere che la stragrande maggioranza della popolazione di Piana non ha affatto dismesso la componente siciliana della propria identità, nonostante le manovre politiche in corso. Analogo discorso vale per le altre comunità Greco-Albanesi della Sicilia.

(32) G. C. Abba, op. cit., pagg. 103, 104 e 105.

(32) G. C. Abba, op. cit., pag. 104.

(33) G. C. Abba, op. cit., pag. 105.

(35) G. C. Abba, op. cit., pag. 106.

Foto tratta da castelbuonolive.com

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