La vera storia dell’impresa dei Mille 22/ Garibaldi si prepara ad entrare a Palermo con in tasca il tradimento del generale Lanza

La vera storia dell’impresa dei Mille 22/ Garibaldi si prepara ad entrare a Palermo con in tasca il tradimento del generale Lanza
19 maggio 2019

Dopo le batoste prese prima a Calatafimi e poi a Monreale e ad Altofonte, Garibaldi non vuole più rischiare. Sa che gli inglesi – che sono i suoi veri padroni-padrini – hanno, di fatto, occupato il porto di Palermo (dove festeggeranno pure il compleanno della Regina Vittoria con un party!). E prima di muovere verso il capoluogo siciliano vuole la garanzia che gli ufficiali del Regno delle Due Sicilie siano dei traditori. E queste garanzie le avrà proprio dagli inglesi, veri padroni della situazione in Sicilia…

La cosiddetta beffa o diversione di Corleone ed i fatti di Palermo

Garibaldi marcia in direzione di Palermo, Orsini verso Corleone.

Dopo aver percorso ancora qualche chilometro, Garibaldi si ferma in un nodo stradale. Si tratta di un trivio, dal quale si dipartono la strada che porta a Ficuzza, quella che, attraverso i paesi di Marineo, di Misilmeri e di Villabate, porta a Palermo ed infine quella dalla quale lo stesso Garibaldi è pervenuto da Piana dei Greci. L’Eroe di Varese si consente una breve sosta per fare il punto della situazione.

Strada facendo, per la verità, egli ha già manifestato ai suoi collaboratori più diretti (Türr, Sirtori, Orsini, Crispi e pochi altri) l’intenzione di non dirigersi subito su Palermo, ma di fermarsi in montagna, in una posizione difendibile, in attesa che la situazione migliori. Ha qualche timore, avendo già peraltro notato che le squadre (meglio dire le bande) dei picciotti sono sempre pronte a prendere il largo tutte le volte che dovrebbero affrontare seriamente un combattimento.

Ha anche constatato a proprie spese che non sono pochi, gli ufficiali Siciliani e Meridionali dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie, che, nonostante le pressioni, i tradimenti ed i boicottaggi, vogliono fare fino in fondo il proprio dovere. E che – in verità – sanno farlo con coraggio e con professionalità. L’esempio del Tenente Colonnello Sforza non è affatto un caso isolato. Non parliamo poi dei soldati semplici, motivati, fedeli e capaci di combattere in campo aperto sulle montagne meglio di quanto non sappiano fare i Garibaldini.

In quel momento Garibaldi ha di certo molti dubbi. Ma riteniamo che il Buttà sia piuttosto esagerato, quando pensa che il Nizzardo sia, lì per lì, per cercare «il tempo ed il modo di mettersi in mare e ritornare al continente».(1)

Il Duce dei Mille è in realtà deluso per la mancata rivoluzione. Ma sa molto bene che, sulla sua persona e sulla sua sorte, veglia la grande Inghilterra. Ciò, è per lui, più che sufficiente. Sa bene, altresì – e probabilmente l’ha pure vista dall’alto dei monti – che da qualche giorno nel porto di Palermo è entrata l’ammiraglia inglese Hannibal con le insegne del Contrammiraglio George Rodney Mundy. Ed ha già capito (da tempo!), che il Governo Inglese, sotto la guida di Lord Palmerston, è molto interessato a fare l’Unità d’Italia. Più di quanto… non lo sia lo stesso Governo di Torino. E di quanto non lo sia la maggioranza degli Italiani. O di quanto lo siano i cittadini del Regno delle Due Sicilie.

Dicevamo che Garibaldi qualche timore lo ha comunque per via del suo fiuto, che gli dice che non è un caso che l’insurrezione Generale a Palermo non vi era stata e che non vi sarà… Se non, a cose fatte, per fare finta di aiutare il vincitore. E quindi soltanto dopo che lui sarà in città, da vincitore, appunto. In quel momento, deve individuare pertanto il modo migliore per sfruttare, a suo vantaggio, il sostegno britannico ed il capillare lavoro che è stato svolto presso la mafia e presso gli alti comandi Borbonici. E, perché no? Per assecondare soprattutto la fortuna che fino a quel momento non gli ha mai voltato le spalle. Il tutto, ovviamente, salvando la propria faccia ed il proprio mito.

Non stiamo esagerando. Sembra che Garibaldi, a un certo punto, volesse veramente ritirarsi, seppur momentaneamente, fra le montagne dell’interno, in attesa di tempi migliori e dei nuovi sbarchi di volontari e di soldati, che il Governo di Torino sta facendo partire verso la Sicilia; senza sosta. L’idea di andare a Corleone sarebbe stata, quindi, più reale di quanto poi non si fosse voluto far credere? Pensiamo proprio di sì.

Così il Buttà descrive quei momenti decisivi:

«Questo progetto di Garibaldi, fu oppugnato dal Türr e dal Crispi i quali gli fecero osservare che i popoli medesimi che l’aveano acclamato vincitore in Calatafimi, gli darebbero addosso se lo vedessero perseguitato dalla truppa sui monti. Quindi consigliavano ardire, unica salvezza. In questo consiglio, fu stabilito di cacciarsi audacemente dentro Palermo per la via di Marineo e di Misilmeri, ed ivi tentare la sorte. Nel caso di un rovescio, almeno i capi avrebbero ove rifugiarsi, trovandosi nel porto le navi sarde (Piemontesi n.d.A.) ed Inglesi. Per ingannare la truppa che lo perseguitava, ma lentamente, fu commesso ad Orsini di proseguire per la via dei monti, lasciandogli i cannoni, un piccolo distaccamento di Garibaldini, e le squadre siciliane, superstiti dopo la rotta di Parco».(2)

Sarà questa la grande manovra del Nizzardo che passerà alla storia come la diversione (o la beffa) di Corleone e che sarà celebrata come un’azione bellica degna di Annibale o di Napoleone. Si dirà anche che tutto fu fatto in grande segretezza. Per questa volta, sarà addirittura elogiata, in maniera esagerata per essere sincera, addirittura l’omertà dei Siciliani. Menzogna pietosa verso i Garibaldini ed offensiva verso i Siciliani, che servirà tuttavia a blandire questi ultimi per accattivarsene l’amicizia, seppure tardivamente, e per far capire che la manovra geniale del Dittatore era riuscita grazie anche al loro silenzio.

Nella realtà, invece, della iniziativa di Garibaldi, della consistenza delle forze affidate all’Orsini, artiglieria compresa, delle direzioni rispettivamente prese, il Von Mechel ed i suoi soldati, provenienti da Piana e giunti al medesimo trivio, vennero immediatamente informati dai contadini, dai pastori, dai boscaioli e non ultimo dal mastru di casa del Castello di Ficuzza.
Il trivio sarà così testimone di un altro mini-consiglio di guerra. Questa volta degli ufficiali Duosiciliani.

Il Von Mechel viene tratto in inganno? No, ma sbaglia ugualmente perché ha sottovalutato la pericolosità del traditore Lanza.

Così ne parlerà il Buttà:

«Giunta la colonna Mechel al trivio di Ficuzza, il guardiano di quel sito reale confermò le notizie che già si sapeano, cioè che Garibaldi era disceso verso Marineo, e che Orsini avea preso la via dei monti. Mechel si mostrò indeciso di seguire la marcia di Garibaldi, perché avea un desiderio matto di impadronirsi degli innocui cannoni di Orsini. Chiamò a Consiglio i capi de’ battaglioni, ed in mezzo alla strada si pose con essi a ragionare: io mi trovavo presente ed eravamo forse allo stesso luogo ove Garibaldi avea tenuto pure Consiglio! Il Mechel era di opinione che si dovesse inseguire Orsini, per togliergli i cannoni e distruggere le torme rivoluzionarie da lui condotte, le quali avrebbero potuto divenir pericolose lasciandole alle spalle. Non temeva della marcia di Garibaldi sopra Palermo, perché sarebbe stata sufficiente la brigata Colonna che si era distaccata da noi, per attenderlo all’entrata di Palermo, e stritolarlo. Bosco gli fece osservare che Palermo si leverebbe a rivoluzione al comparire di Garibaldi che la vera guerra sarebbe colà ove fosse costui; che sarebbe necessità di guerra inseguirlo, ed ove occorresse, entrare in Palermo combattendolo alle spalle; che le bande Orsini, ed i suoi cannoni sarebbero un affare di pochissimo momento, potendosi tenere a segno con mezzo battaglione distaccato dalla nostra brigata, e che si scioglierebbero immediatamente all’annunzio della disfatta di Garibaldi».(3)

Il piano del Von Mechel, per la verità, non sembra molto convincente, perché lascerebbe comunque a Garibaldi la possibilità di sganciarsi e di marciare su Palermo. Bisogna tuttavia tenere conto del fatto che il Von Me- chel, alle altre ragioni alle quali abbiamo fatto cenno, aggiunge il convincimento che a Palermo esistano truppe numerose ed efficienti, le quali – senza problemi – potrebbero sconfiggere i Garibaldini e le bande dei picciotti di mafia che eventualmente lo spalleggiassero.

Occorre anche dire che le carenze del piano del Von Mechel vengono compensate dalla contestuale decisione del Colonna di non partecipare all’inseguimento dell’Orsini e di marciare invece con il suo battaglione e a gran velocità verso Palermo per tagliare la strada a Garibaldi, prima del suo ingresso in città, prevedendone un eventuale attacco a sorpresa. Il Colonna porterà brillantemente a compimento la prima parte del suo progetto. Batte infatti sul tempo i Garibaldini, seguendo spesso e con abilità sentieri diversi, ed arriva nei pressi della città di Palermo. Fa quindi posizionare i suoi uomini sia a Villabate, sia all’altezza del Ponte alle teste.

È tutto a posto? No, perché a questo punto avviene il solito imprevisto. Recatosi al Palazzo Reale, per fare il proprio rapporto al Generale Lanza, il Colonna riceve l’ordine di lasciare le proprie posizioni e di trasferire l’intero battaglione a Palermo all’interno del quadrilatero del disonore. Inoperoso.(4)

Evidentemente né il Von Mechel né il Colonna avevano capito in tempo di che pasta fosse fatto il Generale Lanza, al quale, peraltro, preme lasciare libera a Garibaldi ogni via d’accesso alla città.

Lanza si reca in visita sulla Hannibal per incontrarsi col Mundy.

Torniamo, intanto, a Palermo per vedere cosa stesse succedendo. Ad appena due giorni dal suo arrivo a Palermo, il Contrammiraglio Mundy è già il personaggio più importante della città. Per ciò che rappresenta, ovviamente. Il 23 maggio riceve la visita del Luogotenente del Re, il Generale Ferdinando Lanza, accolto con tutti gli onori del proprio rango. Riceve, altresì, le visite degli ufficiali delle altre marine militari, presenti nella rada del porto di Palermo. Questi ufficiali, nei fatti, gli riconoscono la leadership morale e politica.

Ma al Mundy succede di più: viene fatto segno a lettere, a suppliche, a messaggi e ad incombenze simili. Esamina tutto con occhio benevolo. Non lo fa pesare eccessivamente, ma sa bene di essere il più alto in grado fra i rappresentanti delle altre forze armate e di quelle dell’Impero della Gran Bretagna in Sicilia. Ed è consapevole della delicatezza della posizione Inglese, nonché dell’importanza della Patria messa in moto dal Governo Palmerston. E gli Ufficiali Inglesi sono gli unici – delle navi straniere nel porto – che possono, in divisa regolamentare, entrare e uscire dalle rispettive navi per recarsi dove vogliono… Sia in città che nei dintorni.

Se così non fosse… sarebbero più difficili, e soprattutto più radi, i contatti con i rivoltosi e con i congiurati. Ecco cosa scrive, in proposito e candidamente, il Mundy, invocando stranamente il diritto di libera scelta per gli Ufficiali Inglesi. Diritto, per la verità, insolito in una marina militare, soprattutto nel corso di una guerra. E con quanta eleganza il Contrammiraglio inglese parla di una visita degli ufficiali stranieri e di una visita, di due ore, del Luogotenente Lanza.

«Dopo essersi trattenuto due ore, il Generale Lanza lasciò la nave salutato da diciannove colpi di cannone. Subito dopo la sua partenza ricevetti la visita del commodoro austriaco e dei comandanti delle navi da guerra straniere, i quali erano tutti ansiosi di ottenere informazioni circa i progressi dell’insurrezione. Sebbene notassi tra loro divergenze di opinione su molte questioni di carattere politico, li trovai tutti d’accordo nel voler negare agli ufficiali delle rispettive navi il permesso di andare a terra, sia in città che nei dintorni. Sembrarono quindi stupiti quando li informai che non interferivo mai nelle libere scelte degli ufficiali, salvo che nelle più gravi circostanze. Al contrario, ritenevo che la loro presenza a terra, con alcune limitazioni, si sarebbe risolta in un vantaggio per l’ordine pubblico, in quanto avrebbe mostrato, come infatti avvenne, piena confidenza nelle amichevoli disposizioni dei due partiti verso gli ufficiali della Marina britannica, che sbarcavano per proprio svago e diporto vestendo l’uniforme del loro rango, senza pensare affatto ad immischiarsi negli affari degli isolani».(5)

Appare – a questo punto – quasi beffarda la precisazione finale, secondo la quale, gli ufficiali Inglesi non pensavano affatto di immischiarsi negli affari degli isolani. Sarà proprio il Mundy infatti ad inviare incontro a Garibaldi ufficiali Inglesi. Nonché il celebre Colonnello Eber, ungherese, del quale avremo modo di parlare a lungo.

Il 23 maggio è giornata densa di avvenimenti. Il Mundy ha anche il piacere di ricevere un bel biglietto per uno strano invito. Ecco come racconta l’aneddoto:

«Il Conte Tasca, che possiede una villa in posizione elevata fuori Porta Termini, ha offerto un biglietto di ammissione per tutti gli ufficiali che io voglia prescegliere affinché possano avere l’opportunità di osservare gli avvenimenti e di riferire in proposito. Chiesi venia di dover declinare questa gentile proposta».(6)

La notorietà del percorso (non già della data esatta creduta il giorno 24, anziché il 27 maggio) che il Duce-Dittatore avrebbe fatto per occupare Palermo, rende più evidenti le responsabilità ed il tradimento del Luogotenente Lanza, che cercherà con ogni mezzo di rendere vulnerabile proprio quel lato della città.(7) Ed il Lanza ha, a portata di mano, oltre 18.000 soldati bene addestrati e volenterosi di battersi. Ebbene: il gentile invito del conte Tasca, soprattutto, ci dà la conferma del clima politico e serve a dimostrare ulteriormente che alcuni nobili Siciliani sono impazienti di vedere la concretizzazione dell’occupazione Piemontese della Sicilia tanto che il conte Tasca… l’anticipa di tre giorni.

Diciamo, a sua discolpa, che gli imprevisti non sono mancati e che, troppo affrettatamente, si era ritenuto – in campo Anglo-piemontese – che il Von Mechel, pur se determinato (e certamente non venduto) non fosse un grosso ostacolo. Ed erroneamente si prevedeva che i soldati Duosiciliani sarebbero fuggiti alla sola vista di Garibaldi e dei suoi Mille.

Non era quindi per niente dimostrata la tesi che l’ondata irresistibile del-le squadre dei picciotti di mafia avrebbe travolto i soldati Duosiciliani in pochissimi giorni.

Il Contrammiraglio Mundy ha buone notizie sul Dittatore sardo.
Il Mundy ha, comunque, il piacere di far sapere ai suoi lettori di avere acquisito moltissime informazioni sui movimenti di Garibaldi. Sono informazioni manipolate con grande classe, ovviamente. Ad esempio il Contrammiraglio scrive che la notte precedente, cioè del 22 maggio, il Duce dei Mille, al Parco (Altofonte) ha dormito in casa dell’eletto (ossia del consigliere anziano o vice sindaco di quel Comune) e che poi era partito per «Bagheria e Misilmeri, villaggi a nove o dieci miglia circa ad oriente di Palermo».

Entra poi nei dettagli:

«Da Misilmeri esiste una carreggiabile per Palermo ed anche un sentiero dietro le montagne per Mezzagno e Belmonte, da dove un altro tratturo conduce attraverso una gola alla piana ad occidente di Maria di Gesù. È probabile che per mezzo di questa via secondaria i supremi capi delle Squadre, La Masa e Fuxa, si riuniranno alle forze del Dittatore Sardo. Si dice che un attacco da questo lato sia fissato per domani».(8)

È corretto il Mundy quando indica Garibaldi con il titolo di Dittatore Sardo (che poi vuol dire piemontese), ma esagera quando esalta la partecipazione popolare e delle masse di rivoltosi che gli andrebbero incontro, come vedremo meglio via via che andremo avanti con gli avvenimenti. Ha infatti le sue ragioni quando scrive:

«Ieri, ottomila uomini delle reali truppe si erano messi in marcia da Monreale e avevano preso la strada che conduce alla stretta di Piana dei Greci, direzione in cui si erano visti i Piemontesi (sic). Siccome non erano numerosi si sperava di distruggerli prima che potessero riunirsi alla massa principale dei paesi in rivolta (sic)».(9)

Solita musica, insomma: i regi sono sempre numerosi come le cavallette ed i paesani sono in rivolta ed impazienti di rivoltarsi e di aggregarsi ai Garibaldini e a quel galantuomo del Re Sabaudo. È, questo, ciò che vorrebbe sentirsi dire il Governo Inglese ed è anche quello che si deve dare in pasto all’opinione pubblica internazionale. Un solo lapsus: il Mundy chiama Piemontesi i Garibaldini. Lo ringraziamo per questo squarcio di verità.
O, per meglio dire: per questo lapsus.

Il Mundy però, evita di evidenziare che è sguarnita la parte della città che guarda verso Gibilrossa e Villabate, comprese la Porta Sant’Antonino e la Porta Termini. Non è un caso. Pur essendovi migliaia di soldati a disposizione e truppe scelte imbottigliate nelle cinque navi da guerra che il Lanza blocca nel porto e nelle fortezze di mare. E che resteranno in queste condizioni fino all’ingresso di Garibaldi.

Lo sanno tutti. Anche il conte Tasca. Si sa in particolare da che parte Garibaldi dovrà entrare in città. Gli Inglesi hanno una mappa precisa della dislocazione delle difese disposta dal Lanza. Ed il corrispondente del Time (guarda caso ungherese ed agente dello spionaggio inglese) Ferdinando Eber, si preoccupa ogni giorno – fingendo di fare il giornalista – di controllare che tutto proceda secondo i piani prestabiliti. Rilevando dati sulla posizione di fortezze, sulla qualità e la quantità delle truppe, sui mezzi ecc. Parlavano di piani prestabiliti. Ma da chi? Da chi ben sappiamo.(10)

Con sorpresa del conte Tasca, – dicevamo – l’entrata di Garibaldi a Palermo non potrà avvenire prima del giorno 27 maggio 1860. Si festeggia il compleanno della Regina Vittoria d’Inghilterra.

Non sarà tuttavia una giornata persa quella del 24 maggio per la Flotta Inglese. E neppure noiosa. Alle otto del mattino l’Hannibal, infatti, alza lo stendardo reale sull’albero maestro. Tutta la squadra britannica esibisce il Gran Pavese. È già festa. È infatti il genetliaco (o più semplicemente: il compleanno) della Regina Vittoria. E in onore di S.M. Britannica, anche le navi militari Austriache, Americane, Francesi, Sarde (Piemontesi), Turche, Spagnole, Duosiciliane ed altre di ogni nazionalità, seguono l’esempio delle navi Inglesi.

Gran pavese per tutte e per tutti.

Ovviamente l’allegria non è condivisa dalla cittadinanza di Palermo, troppo angosciata per l’avvicinarsi dell’invasione e dei combattimenti, previsti da un giorno all’altro. A mezzogiorno gran fracasso. I cannoni sparano le salve prescritte per il saluto reale. Li sentono, dall’alto dei monti che circondano Palermo, i soldati Duosiciliani ed i Garibaldini. Gli alti ufficiali di tutte le navi da guerra presenti nel porto di Palermo, tirano fuori le divise di gran gala per il grande ricevimento sull’Hannibal. Non sarà un ricevimento comune. Né mancheranno le belle ed eleganti signore.

«God save the Queen» a bordo dell’Hannibal – Alle 19 (del giorno 24 maggio 1860) si svolge finalmente il tanto atteso ricevimento a bordo dell’Hannibal. È un’altra esibizione del ruolo egemone del Mundy, nonché della superiorità Britannica e del suo diritto di supervisione su ciò che accade in quei giorni a Palermo ed in Sicilia.

«Fu un successo in ogni senso», scrive soddisfatto il Contrammiraglio, al quale lasciamo il compito di descrivere il party:

«Alle sette ricevetti a bordo della Hannibal per un pranzo di gala in onore della festività della Regina i Comandanti delle navi ai miei ordini e i Comandanti delle navi da guerra straniere, e cioè: il Commodoro Wüllersdorf, della fregata austriaca Schwartzemberg; il Com.te Barry, del piroscafo austriaco Dandolo; il conte Lefevre, della fregata francese Vauban; il Com.te Boyer, del piroscafo francese Mouette; il Com.te Palmer, della corvetta americana Iroquois; il Com.te Flores, della corvetta napoletana Ercole; e il Com.te marchese d’Aste, del piroscafo sardo Governolo».

Dopo aver elencato i presenti il Mundy racconta:

«L’unico brindisi proposto fu alla salute della nostra graziosa sovrana, al quale tutti i miei ospiti si unirono con molta cordialità. Dopo che la nostra eccellente banda, il cui maestro era un napoletano, ebbe suonato due volte il God Save the Queen, il riservo che aveva regnato fino allora sembrò sciogliersi e la conversazione divenne Generale. Poiché era presente il Comandante della forza navale di Sua Maestà Siciliana, era necessario esser cauti nel parlare del presente stato di cose in città ed evitare di fare allusione, per quanto possibile, agli avvenimenti in atto nell’Isola. Fortunatamente si osservò la dovuta circospezione e non accadde nulla di increscioso. La riunione fu un successo in ogni senso, poiché il party oltrepassò i termini di tempo cui si è abituati in Marina e vi regnò molta cordialità e sentimento conviviale. Notai naturalmente che il marchese D’Aste, che rappresentava la Marina di Re Vittorio Emanuele, e il Capitano di vascello Flores, che comandava la squadra di Francesco II, non scambiarono convenevoli durante la serata. Probabilmente il malcelato desiderio del Governo Sardo d’un successo dei ribelli è stato la causa di questa freddezza».(11)

Non si comprende bene se, dietro l’aria affettatamente seriosa, il Contrammiraglio faccia o no ironia quando stigmatizza la freddezza dell’ufficiale Duosiciliano Flores nei confronti del rappresentante della marina militare di Vittorio Emanuele II, Marchese D’Aste. Vuole cioè far finta di credere che veramente il Governo di Torino sia estraneo alla spedizione garibaldina in Sicilia?

Sarebbe paradossale, in quanto lo stesso Mundy ha indicato talvolta i Garibaldini con la denominazione di Piemontesi, e ha definito Dittatore piemontese l’eroico Garibaldi. E, cosa più grave, invasione illegale quella dei Garibaldini. Ovviamente il Mundy opera affinché i suoi lettori pensino che lui stesso ed il Governo di S.M. Britannica siano del tutto estranei alle vicende raccontate.

Francamente: ci pare che pretenda troppo dai suoi lettori. E da noi…

(1) G. Buttà, op. cit., pag. 42.

(2) G. Buttà, op. cit., pag. 42 e 32.

(3) G. Buttà, op. cit., pag. 43.

(4) G. De’ Sivo, op. cit., volume II, pagg. 64 e 65.

(5) G. R. Mundy, op. cit., pag. 83.

(6) G. R. Mundy, ibidem.

(7) Giacinto De’ Sivo, op. cit., vol. II, pag. 66.

(8) G. R. Mundy, op. cit., pag. 83.

(9) G. R. Mundy, op. cit., pagg. 83 e 84.

(10) Dagli Inglesi e non certo da Vittorio Emanuele, né da Garibaldi, né dal Cavour. Questi sono tutti, o quasi, esecutori. Ed esecutore è soprattutto il Lanza, il quale, in tutta la vicenda, fa una squallida figura. Quest’ultimo opera, imperturbabile, in modo riprovevole, anzi orrendo. E così diventa uno dei principali strumenti dell’occupazione della Sicilia. È la Sicilia, infatti, la prima tappa della distruzione del Regno delle Due Sicilie, della sua conquista e dell’asservimento semicoloniale della nazione napoletana e della nazione siciliana, agli interessi del Regno del Nord. Con a capo Vittorio Emanuele di Savoia.

Foto tratta da wikipedia

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