La vera storia dell’impresa dei Mille 29/ La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio: Garibaldini, inglesi e i generali felloni del Borbone perdono la dignità!

La vera storia dell’impresa dei Mille 29/ La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio: Garibaldini, inglesi e i generali felloni del Borbone perdono la dignità!
8 luglio 2019

Come in quasi tutte le altre battaglie, anche a Palermo i Garibaldini subiscono pesanti sconfitte. Le prendono nella battaglia del Ponte dell’Ammiraglio, vengono sbaragliati al Ponte delle Teste e, pur tatticamente in vantaggio, sono costretti a fuggire anche da Piazza della Fiera Vecchia. Anche i picciotti di mafia, asserragliati alla Flora – oggi Villa Giulia – se la danno a gambe. Garibaldi sta per fuggire da Palazzo Pretorio, ma… Ma arriva l’incredibile ‘armistizio’ voluto dagli inglesi e firmato dai generali felloni del Borbone!  

di Giuseppe Scianò

I soldati Duosiciliani sconfiggono i Garibaldini
I soldati Duosiciliani, reduci dalla vittoriosa battaglia di Corleone, sconfiggono i Garibaldini negli scontri del Ponte dell’Ammiraglio e del Ponte alle Teste, sfondano le fortificazioni di Porta Termini, entrano da trionfatori in Piazza della Fiera Vecchia. Ma il Lanza provvede ancora una volta a… «salvare Garibaldi».

Anche se il Generale Lanza non la vuole vedere né sentire, alle prime ore dell’alba, tutta la brigata del Von Mechel è schierata sulla destra del fiume Oreto. È stata già avvistata dai Garibaldini che si sono, a loro volta, affrettati a rafforzare le posizioni in tutta l’area di Porta Termini (compresa una parte dell’attuale corso dei Mille), essendo questa la zona dalla quale si prevede che arriverà l’attacco. Alla Flora, l’attuale Villa Giulia, peraltro si erano, nei giorni precedenti, comodamente insediate le squadre dei picciotti di mafia facendone un campo rafforzato.

Ai picciotti di mafia viene dato l’ordine di difendere le proprie posizioni e di passare, al momento giusto, al contrattacco. Il Von Mechel non si impressiona e marcia deciso contro la roccaforte di Porta Termini e contro il campo della Flora. È sicuro del fatto suo. La fama della vittoria conseguita dalla brigata del Von Mechel a Corleone ha di gran lunga preceduto l’arrivo dei soldati Duosiciliani. L’allarme è già suonato infatti per il Generale Garibaldi e per l’ammiraglio Mundy, già convinti, entrambi, di tenere in pugno, attraverso il Luogotenente Lanza, l’esercito Duosiciliano. Che le cose stiano cambiando?

Una nave Duosiciliana dal mare si accinge a dare sostegno all’attacco imminente. I soldati Duosiciliani di Palermo, costretti all’inazione, sperano che, con l’arrivo del Von Mechel e dei suoi più brillanti ufficiali quali Ferdinando Del Bosco ed Emanuele Morgante, entrambi Siciliani, si possa uscire dal clima, equivoco e disfattista, dominante nell’Alto Comando Borbonico.

Come ci spiega Padre Buttà, all’interno della brigata del Von Mechel, fra il Bosco ed il Morgante, è nata una specie di competizione cavalleresca per chi dei due debba avere l’onore di guidare l’assalto a Porta Termini e di entrare per primo a Palermo. La preferenza è data al Morgante, mentre il Bosco viene destinato ad affrontare le squadre dei picciotti di mafia asserragliati alla Flora, pur sempre pericolosi, sia per il numero che per la posizione strategica. Affiancano la brigata del Von Mechel diverse centinaia di compagni d’arme, tutti volontari e tutti Siciliani, ovviamente. Ma di questa partecipazione nei testi ufficiali se ne parla ben poco. Anzi non se ne parla affatto.

Quando i soldati Duosiciliani stanno per superare il fiume Oreto passando dal Ponte dell’Ammiraglio, oltre che dal Ponte alle Teste, i Garibaldini aprono il nutritissimo fuoco. Per niente intimoriti e senza fermarsi, i soldati Duosiciliani imboccano la strada più diretta, ma anche più pericolosa, percorrendo quella via larga e diritta che oggi si chiama corso dei Mille, che raggiunge Porta Termini proseguendo per la piazza della Fiera Vecchia (oggi piazza della Rivoluzione). Quest’ultimo tratto di strada avrebbe preso, successivamente, il nome dello stesso Garibaldi.

Le case ed i palazzi che si affacciavano su quel percorso erano stati, nei giorni precedenti, occupati dai Garibaldini, che li hanno trasformati in semifortezze, dalle quali adesso possono sparare più comodamente e con maggiore sicurezza. Le suppellettili ed i mobili di quelle abitazioni sono stati, invece, buttati per strada ed utilizzati per costruire alcune barricate, piuttosto improvvisate, ma consistenti ed alte. I Garibaldini si trovano, quindi, in condizioni comunque abbastanza vantaggiose. Tuttavia lo scontro, al quale dovranno partecipare di lì a poco, non sarà truccato come i precedenti. Sarà uno scontro vero e proprio. Cioè duro.

Molti saranno i morti ed i feriti da entrambe le parti. Questa volta i soldati Duosiciliani potranno, finalmente, combattere… e vincere. Scrive il Buttà, contento di non parlare, una volta tanto, di ritirate (almeno per il momento), perché i soldati avanzano «… ad uno ad uno, e alla distanza di pochi palmi, quasi radendo le mura dei palazzi di destra e di sinistra; quelli di destra tiravano ai balconi di sinistra, e viceversa».(4)

Al centro della strada e delle due file laterali di soldati, avanza il piccolo gruppo di artiglieri che, con due minuscoli cannoni di montagna, sparano contro le barricate. Per quanto non perfette, le pur improvvisate barricate hanno consentito e consentono ai Garibaldini di sparare a più non posso attraverso apposite feritoie. Mentre i balconi dei palazzi occupati dai Garibaldini, opportunamente attrezzati con ripari costituiti da sacchetti di terra e da materassi, nel mezzo dei quali sono state realizzate feritoie, sono diventati piccoli fortini pensili, dai quali i Garibaldini possono colpire i soldati Duosiciliani senza eccessivo rischio.

Si spara in ogni direzione, dall’alto al basso e viceversa e da destra a sinistra e da sinistra a destra. Nel momento più acceso dello scontro e quando già i morti ed i feriti in campo Duosiciliano sono forse più numerosi di quelli del campo avverso, il Morgante manda alcuni guastatori ad appiccare il fuoco ai palazzi ed alle barricate.

L’iniziativa riuscirà in pieno. Molti Garibaldini, per non restare intrappolati fra le fiamme, si daranno prigionieri. Le barricate vengono, quindi, smantellate. Anche le altre truppe garibaldine, presenti ma non coinvolte nei combattimenti di prima linea, si ritirano precipitosamente consentendo ai soldati Duosiciliani di arrivare facilmente nel mezzo della piazza della Fiera Vecchia. Numerose, in questa fase, le perdite dei Garibaldini. Nelle cui file avviene di tutto. E prende corpo la logica del «Si salvi chi può!».

Un centinaio di soldati Duosiciliani, fatti prigionieri nei giorni precedenti e chiusi in un edificio della zona, approfittando dello sgomento e del disordine del campo garibaldino, riescono a liberarsi e a catturare, a loro volta, gli ex carcerieri Garibaldini che si accingevano a darsela coraggiosamente a gambe. Arriva il Capitano Nicoletti, anche lui in funzione «salva Garibaldi».
Finiti gli scontri e le sparatorie, la popolazione scende per strada e va incontro ai soldati Duosiciliani. È festosa e sicura di essere stata liberata da un incubo.

La gioia, però, sarà di bravissima durata. Facendosi largo fra la folla, arriva, infatti, trafelato, il Capitano del 6° Reggimento di linea Domenico Nicoletti, il quale grida a squarciagola ai soldati Duosiciliani di cessare il fuoco, mettendo in giro enormi, paradossali, bugie come quella secondo la quale l’armistizio sarebbe stato già confermato ed operante. Il Nicoletti afferma anche che i Garibaldini erano stati sconfitti. Sarebbe stato disdicevole, dunque, oltre che inutile, continuare a sparare o a combattere. All’Esercito Duosiciliano è dunque proibito avanzare! Proibito vincere…

Per concludere la vicenda del contrattacco Duosiciliano, ricordiamo che il Nicoletti è stato inviato appositamente dal Generale Lanza per fermare l’avanzata di quelle truppe vincitrici. Per portare a buon fine la missione, l’ufficiale porta-ordini non trova altro espediente che quello di dire che la rivoluzione è stata battuta e sottomessa e che le ostilità sono terminate. Esorta, pertanto, gli ufficiali a restare fermi e a ordinare ai loro soldati di fare altrettanto. Una menzogna veramente spregiudicata che, però, salverà ancora una volta Garibaldi.

Questi si era dimostrato, infatti, incapace di respingere l’attacco del Von Mechel, le cui avanguardie sono già vicinissime al Palazzo Pretorio. Dove, appunto, stanno asserragliati, nel più completo avvilimento, il Duce dei Mille ed i fedelissimi del suo Stato Maggiore. Portato immediatamente alla presenza del Von Mechel, il Nicoletti gli dice «papale papale»:

«Ho detto ai soldati che la rivoluzione è sottomessa, ma a voi debbo comunicare gli ordini di Sua Eccellenza: il Luogotenente del Re ha conchiuso un armistizio con Garibaldi; sarebbe slealtà militare continuare le ostilità. Date quindi ordine alla truppa, che si trova alla Flora, di cessare il fuoco e di ritirarsi».

L’avanzata Duosiciliana in città non andrà più avanti. Come più volte detto, il Von Mechel è un militare leale, che ubbidisce agli ordini. Non sospetta che l’armistizio, in quel momento, non era stato affatto firmato. Ma anche se lo avesse saputo, si sarebbe attenuto comunque all’ordine pervenutogli (tramite il Capitano Nicoletti) dal Luogotenente del Re, suo superiore. Non osa prendere l’iniziativa di continuare; o comunque, di avanzare. Anzi, ubbidisce all’ordine del Lanza e manda anche al Bosco l’ordine di ritirarsi dalla Flora, dove questi ha già sbaragliato il La Masa e sta inseguendo i superstiti gruppi di picciotti di mafia, che fuggono precipitosamente in direzione opposta alla città.

Le truppe Duosiciliane potranno, tuttavia, mantenere le posizioni occupate in città. Del resto, non si poteva fare altrimenti, perché un ordine diverso sarebbe stato motivo di ribellione. Anche in questo caso il Nicoletti si dimostrò abbastanza astuto nel fare il porta-ordini. Non insistette. Aveva già ottenuto fin troppo. Ci troviamo, insomma, di fronte ad una ulteriore tappa del tradimento a largo raggio del Lanza e ad una fase avanzata di attuazione del piano britannico.

L’armistizio, come abbiamo detto, ancora non esiste. Questo sarà firmato nel pomeriggio, a conclusione delle trattative che si svolgeranno a bordo dell’Hannibal, con inizio successivo alle stesse ore quattordici. Cioè: più tardi dell’orario concordato e previsto inizialmente.

È stata legittima la riconquista della piazza della Fiera Vecchia?
Vorremmo intanto compiere alcune brevi riflessioni, anche perché sono molti coloro che tentano di sminuire il ruolo ed i significati di quel fatto d’armi e del conseguente ordine del Lanza di fermare l’avanzata delle truppe Duosiciliane vincitrici. Andiamo con ordine.

A) La lettera, con la quale il Lanza aveva chiesto, con ostentata umiltà, a Garibaldi il permesso di fare attraversare alla delegazione Duosiciliana le linee (dell’Armata Garibaldina) per raggiungere l’Hannibal, ha creato, sì, grande ottimismo e tante speranze negli Inglesi e nei Garibaldini. Ma non può costituire in sé un armistizio, né essere considerato tale. Tanto più che il Lanza vi scrive testualmente: «… in caso affermativo (supponendo le ostilità sospese da ambo le parti) io la prego di farmi sapere l’ora in cui la detta conferenza dovrà cominciare».

Da questa lettera si evince la supposizione – e solo la supposizione, – che le ostilità verranno sospese se e quando il Generale Garibaldi darà la risposta affermativa, indicando contestualmente l’ora esatta dell’inizio della conferenza.

B) Sappiamo bene che il Lanza ha affrettato, senza pudore né dignità, i tempi delle trattative proprio a seguito della notizia dell’arrivo di Von Mechel, avuta dal buon De Palma nelle prime ore del mattino. Il Lanza, cioè, è intervenuto piuttosto in ritardo rispetto all’incalzare degli eventi. Ma ha fatto il possibile. E continuerà a farlo. Sappiamo che Garibaldi, quando ha risposto, ha indicato per le 12 l’ora dalla quale si potrà iniziare la sospensione delle ostilità; e alle 13 l’ora in cui i due Generali delegati a trattare potranno attraversare le linee; e, per le 14, l’orario della Conferenza (che, tuttavia, inizierà con un po’ di ritardo).

L’avanzata del Von Mechel verso il centro della città – iniziata all’alba e conclusa nella mattinata – è, quindi, da considerare legittima e corretta. Dovremmo dire doverosa. Ed è, peraltro, prevista ed attesa dai Garibaldini. I disinvolti manipolatori di quelle vicende storiche dovrebbero ammettere quantomeno che la lettera del Lanza e gli inciuci con il Dittatore Garibaldi e con l’Ammiraglio Mundy potrebbero, per assurdo, anche essere considerati validi erga omnes, ma non possono avere mai il requisito della retroattività.

C) Proprio sulla legittimità e sulla correttezza di quanto avviene a Palermo – soprattutto nei rapporti fra il Lanza, il Mundy ed il Garibaldi – ci sarebbe molto da discutere. Ci limitiamo ad evidenziare quanto segue:

1) alla data del 30 maggio del 1860 è già avvenuta l’occupazione di una parte della Sicilia sia pure per la decisione del Lanza di fare ritirare le truppe Duosiciliane;

2) Garibaldi agisce in nome e per conto del Re Vittorio Emanuele II;

3) centinaia di morti già si contano dall’una e dall’altra parte;

4) esiste un caos indicibile;

5) la popolazione subisce violenze di ogni genere;

6) le interferenze del Corpo Diplomatico, della flotta, dell’esercito, degli agenti dello spionaggio della Gran Bretagna e del Regno di Sardegna (leggi: Piemonte), sono evidenti, illegittime e scandalose. E, purtroppo, anche determinanti.

Insomma: avvenne tutto questo (ed altro ancora) senza che il Regno di Sardegna avesse mai dichiarato guerra al Regno delle Due Sicilie!

Con l’ipocrisia di tutte la parti in gioco, si continua, inoltre, a parlare di una rivoluzione interna alle realtà siciliana e meridionale. E non di una guerra di occupazione. È, infatti, più comodo per tutti fare così. Si preferisce che si taccia sulle violazioni delle regole del diritto internazionale e soprattutto sulla falsità e sugli imbrogli inventati dagli anglo-Piemontesi ad ogni piè sospinto.

D) La vittoria trasparente, netta, solare, delle truppe Duosiciliane, nella mattina del 30 maggio del 1860, in tutta l’area che va dal Ponte dell’Ammiraglio e dal Ponte alle Teste fino alla piazza della Fiera Vecchia, nel cuore di Palermo, dimostra ancora una volta la inferiorità militare e strategica dell’armata dei cosiddetti volontari Garibaldini. I quali saranno, con i soldati dell’Esercito Sabaudo e con i mercenari di ogni risma, sì i vincitori di quella guerra di occupazione, ma soltanto perché adottati (anzi, presi e portati di peso) dagli Inglesi. Ed aiutati dai complici, annidati negli alti comandi Borbonici.

Complici e traditori che poi diventeranno il nerbo della classe pseudo- dirigente meridionale e siciliana, unitamente agli uomini della camorra,della mafia e della ’ndrangheta.

Il prode e leale Mechel era per morire di dolore a quell’annunzio. Prima di allontanarci dalla piazza della Fiera Vecchia, riteniamo doveroso, tuttavia, restituire la parola a Padre Buttà:

«Il prode e leale Mechel era per morir di dolore a quell’annunzio: egli credeva di aver riparato abbastanza il suo errore commesso di non avere inseguito Garibaldi dalla Ficuzza a Palermo; il vedersi sfuggire di mano la vittoria fu per lui un colpo di fulmine: però fu necessità obbedire agli ordini del Generale in capo. Alla Flora succedevano le stesse scene della Fiera Vecchia. I ribelli erano stati snidati anche dall’Orto Botanico e messi in fuga, e da ogni parte si udiva il grido di Viva il Re! E preghiere per far cessare il fuoco di un vapore napoletano; il quale da sotto la casina di Cutò, tirava cannonate a palla piena contro i rivoltosi. Bosco e Morgante, al sentir l’ordine di Lanza stranizzarono, e se lo fecero ripetere più volte, non credendo alle proprie orecchie. Ecco quali sono le vittorie di Garibaldi, tanto celebrate da gonzi! Egli, invece di battersi alla testa de’ volontari a porta di Termini, se ne stava nelle magnifiche stanze del Palazzo Pretorio, che sta nel centro di Palermo: dirò nell’altro capitolo quello che fece all’annunzio della disfatta dei suoi».(5)

Vale la pena di riportare, qui di seguito, anche parte di ciò che lo stesso Buttà ci ha appena preannunciato e che racconterà ricostruendo l’antefatto dell’ordine portato dal Capitano Nicoletti al Von Mechel. Non ricostruiamo alcun fatto fondamentale nuovo o diverso da quelli che abbiamo cercato di raccontare. Ma non c’è dubbio che la narrazione del Buttà abbia, anzitutto, quel pathos e poi quella ricchezza di notizie, di dettagli e di particolari, che sono riscontrabili solo nelle parole di un testimone oculare. Quale Padre Buttà è, anche in quanto Cappellano Militare del Reggimento Duosiciliano.

«La Masa che si trovava nel combattimento di Porta Termini, vedendo i soldati, quantunque decimati, avanzarsi imperturbabili, corse al Palazzo Pretorio, e disse a Garibaldi, che tutto era perduto. Le squadre ed i volontari del continente tutti in fuga, i soldati avanzarsi senza più trovare ostacoli, tra breve invadere tutta la città, e quindi il loro pericolo essere imminente. Il Dittatore che stava dubbioso sulla sorte dei suoi, perché aveva inteso il fuoco della moschetteria sempre avvicinarsi a lui, udendo le notizie che gli recava La Masa, ex abundantiam cordis, esclamò:

‘Sopra qualche legno sardo o inglese, che si trovavano nel porto; e veramente a quelle persone che gli si paravano innanzi anelante domandava: qual è la strada più vicina che conduce al porto?’’.

«Però prima di fuggire, perché consigliato dagli amici che lo circondavano, volle tentar di nuovo la fortuna con ottener qualche cosa dal Generale Lanza, a cui mandò subito una persona fidata, cioè, il Generale Letizia, mediatore tra il capo rivoluzionario ed il Luogotenente del Re. Costui che era contento di aver mandato quest’ordine pel Capitano Nicoletti, temendo che questi potesse soffrir del male in quella baruffa, ne spiccò un altro simile a Mechel per Capitano Michele Bellucci. Quanta premura e previdenza quando trattatisi di agevolare il nemico! Garibaldi rassicurato dagli ordini dati da Lanza al Mechel, si atteggiò nuovamente a Dittatore ed eroe delle commedie».(6)

Ancora sulle barricate ad uso propagandistico.
Il decreto (datato 28 maggio 1860, che istituisce la commissione che dovrà provvedere alla costruzione di «regolari» barricate a Palermo) dimostra, fra l’altro, che fino a quella data, in città non vi erano le barricate che pure si vedono nelle tante illustrazioni e stampe propagandistiche. E dimostra anche che non vi era in corso alcuna rivoluzione. La complessità dei compiti affidati alla commissione dimostra, a sua volta, che le barricate saranno «costruite» soltanto dopo che sarà stata sottoscritta la tregua
«salva Garibaldi», ad esclusivo uso dei fotografi e degli storici «risorgimetalisti». A giudicare, poi, dai nomi illustri coinvolti nella commissione – ad iniziare da quello del più ricco e nobile della «nomenclatura» siciliana dell’epoca, il duca della Verdura – sorge il sospetto che il decreto garibaldino sia stato «retrodatato» per «retrodatare» l’adesione alla causa unitaria dei Siciliani più illustri.

Riportiamo di seguito il testo integrale del decreto, sottoscritto dal Dittatore, Giuseppe Garibaldi, e dal Segretario di Stato (Stato Siciliano) Fran- cesco Crispi.

Dopo il suo ingresso a Palermo, il Generale-Dittatore, Giuseppe Garibaldi, in data 28 ottobre 1860, nomina il Duca della Verdura, il più nobile ed il più ricco latifondista della Sicilia, Pretore della città di Palermo (il Pretore aveva il ruolo e le funzioni del Sindaco). La scelta di questo illustre personaggio (già Ministro del Governo Siciliano guidato da Ruggero Settimo nel corso del biennio 1848-1849) la dice lunga sulla presunta rivoluzione sociale che Garibaldi avrebbe introdotto in Sicilia in difesa delle fasce popolari più deboli.

Non escludiamo che tanto la nomina del Duca a Pretore, che la nomina dello stesso a Presidente della Commissione per le Barricate adottate dall’Eroe con due specifici provvedimenti con identica data (28 maggio 1860), siano stati emanati successivamente al giorno 28. E che siano stati di proposito retrodatati per non fare emergere il grande vuoto esistente a Palermo al momento dell’ingresso dell’Armata Anglo-piemontese-garibaldina e mafiosa. L’Armata in questione, infatti, non aveva trovato il consenso della classe dirigente, né alcun segno di partecipazione popolare alla operazione Unità d’Italia. Ed anche se quest’ultima osservazione fosse esagerata, il vuoto trovato a Palermo è una realtà innegabile. A prescindere dal fatto che la data del 28 maggio 1860, pur se veritiera, sarebbe comunque indicatrice dell’adozione tardiva e negligente di strumenti (come le barricate) finalizzati a dar man forte ad una presunta rivoluzione che si spaccia come avvenuta il 4 aprile del 1860 e che non avrebbe avuto mai soluzione di continuità.

(4) G. Buttà, op. cit., pag. 56.

(5) G. Buttà, op. cit., pagg. 56 e 57.

(6) G. Buttà, ibidem.

Fine della 29esima puntata/ Continua

La vera storia dell’impresa del Mille 28/ A Palermo Garibaldi e i suoi picciotti (di mafia) sono spacciati. Li salveranno i traditori del Borbone… 

La vera storia dell’impresa dei Mille 27/ I garibaldini liberano gli assassini del carcere della Vicaria che diventano subito ‘rivoluzionari’ 

La vera storia dell’impresa dei Mille 24/ Basta sconfitte: questa volta dell’entrata di Garibaldi a Palermo si occuperanno gli inglesi!

La vera storia dell’impresa dei Mille 23/ La Masa assolda i ‘picciotti’. E Denis Mack Smith ammette il ruolo della mafia nella ‘unificazione’ italiana

La vera storia dell’impresa dei Mille 21/ I garibaldini sconfitti ad Altofonte saccheggiano il paese e poi fuggono a Piana dei Greci

La vera storia dell’impresa dei Mille 20/ I prepotenti inglesi che in Sicilia fanno il bello e il cattivo tempo trescando anche con la mafia

La vera storia dell’impresa dei Mille 19/ Garibaldi sconfitto a Pioppo e salvato dai traditori. Il ‘giallo’ della morte di Rosolino Pilo

La vera storia dell’impresa dei Mille 18/ La verità sulla rivolta della Gancia del 4 aprile 1860 e sulle “tredici vittime” 

 

 

 

 

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