La vera storia dell’impresa dei Mille 39/ E anche a Milazzo i Duosiciliani brillano e i garibaldini arrancano

La vera storia dell’impresa dei Mille 39/ E anche a Milazzo i Duosiciliani brillano e i garibaldini arrancano
30 settembre 2019

A Milazzo i Duosiciliani sono in netta inferiorità numerica. Anche perché, dal mare, protetti dagli inglesi, continuano a sbarcare, a ritmo continuo, aiuti per le truppe garibaldine. Ma queste ultime, anche se meglio armate e più numerose, debbono subire addirittura gli attacchi condotti da alcuni ufficiali che le varie ‘feccie’ inglesi e piemontesi non erano riusciti a corrompere  

di Giuseppe Scianò

Una giornata di combattimenti e di episodi di eroismo Duosiciliano. «No pasaràn». Vanificato l’assalto garibaldino.

All’alba del 20 luglio, alla marina di Milazzo, si accosta il piroscafo Veloce che fa sbarcare altre truppe scelte dell’Armata Garibaldina. Lo sbarco avviene in un punto strategico dal quale si potrebbe sorprendere più facilmente alle spalle il Bosco ed i suoi soldati. Il Veloce resterà in rada per sparare a palla ed a mitraglia sulle truppe Duosiciliane che le dovessero capitare a tiro. Ma servirà anche ad altro, come vedremo.

In campo Duosiciliano il Bosco si prepara ad utilizzare al meglio i suoi soldati, la cavalleria ed i pochi pezzi di artiglieria a sua disposizione. Ha già fatto cambiare il tocco delle trombe per evitare equivoci e disguidi nel caso in cui disertori o spie avessero comunicato il vecchio codice al Comando Garibaldino.

Ma andiamo con ordine seguendo anche ciò che scrive Padre Buttà.

La prima cosa che impressiona il nostro Cappellano Militare – oltre che l’enorme spiegamento di truppe garibaldine – è il brulichìo di bande di picciotti di mafia e di bande comuni che avanzano dalla campagna per aggredire la città di Milazzo. Cercano fortuna in qualunque modo.
In questo contesto movimentato, l’Armata Garibaldina si muove per attaccare e per conseguire una vittoria scontata.

«Egli (Garibaldi) e il Medici si avanzarono con due Divisioni al centro del punto di attacco; un Malenchini con un’altra Divisione all’ala sinistra; un Simonetta con una quarta Divisione alla destra; Cosenz e Fabrizi furono lasciati di riserva tra Merì e S. Pietro. In sulle ore sette del mattino investirono la fronte de’ regi dall’uno all’altro mare, divisa dall’istmo, il quale in sul principio si allarga di molto. Il Veloce sostenendo il fianco sinistro, sbarcava uomini e munizioni dalla parte dell’ovest di Milazzo, ma ben lungi da questa città».(5)

A questo punto dobbiamo osservare che la Flotta Militare Duosiciliana di stanza a Napoli non si è fatta coinvolgere nella battaglia, alla quale avrebbe dovuto e potuto dare un grande apporto sia trasportando truppe Duosiciliane, sia interrompendo il continuo trasporto di soldati Piemontesi e di mercenari. Il trasporto delle truppe Sabaudo-garibaldine è stato ed è effettuato soprattutto con navi Inglesi ed Americane da Palermo alla Marina di Milazzo. Da queste navi vengono altresì sparate cannonate in direzione delle truppe Duosiciliane comandate dal Bosco. Mentre la diserzione, di fatto, della Marina Militare Duosiciliana, è in corso da tempo.

A Napoli peraltro opera un Governo Costituzionale, filo-cavourriano e filo-inglese che si definisce liberale; che è sostenuto dalla camorra; che cerca di boicottare la resistenza del Re e del Popolo contro l’invasione dello Stato Duosiciliano.

I vertici della Marina Militare, inoltre, sono quasi totalmente al servizio degli emissari Inglesi massoni e degli interessi Piemontesi. Non chiedono di meglio che stare a vedere come andranno a finire le cose. Fatte salve ovviamente alcune lodevoli eccezioni. Detto questo, torniamo su quello che sta per diventare il campo di una grande battaglia.

Il Bosco, per niente intimorito dalla pessima situazione in cui si viene a trovare, si muove con grande abilità. Prende pure le necessarie precauzioni nel caso in cui i Garibaldini, praticamente padroni del mare, decidessero di sbarcare un contingente di truppe alle sue spalle per accerchiarlo.

Così prosegue la testimonianza del Buttà:

«Bosco in sul mattino divise l’artiglieria in quattro sezioni, una alla spiaggia presso S. Giovanni, una seconda a Casa Unnazzo, una terza al Ponte delle Grotte, e la quarta sulla strada maestra destinata a proteggere i mulini. Lasciò una piccola riserva, della quale avea il comando il tenente Colonnello Marra, ed egli alla testa di non più di Mille uomini, uscì fuori Milazzo e si distese nella pianura per opporsi al nemico che si avanzava. Avuto riguardo alla grandissima ineguaglianza delle forze, siffatta lotta sembrava quella del pigmeo col gigante; pur tuttavia assalì con tale slancio e si difese con tale destrezza, come se avesse avuto diecimila uomini sotto il suo comando. L’assalto cominciò al centro, poi sulla dritta, in seguito fu generale. L’artiglieria di otto piccoli cannoni fu chiamata sul campo di battaglia, e seminò la morte nelle falangi de’ Garibaldini. I soldati Napoletani, vedendo il loro Duce sempre alla loro testa e sfidare qualunque pericolo, combatteano da valorosi. Si slanciavano in mezzo alle numerose e serrate schiere garibaldine, direi non più con l’ordinario coraggio comune a’ buoni soldati, ma con quello dell’entusiasmo e della più sublime abnegazione».(6)

È d’obbligo cedere ancora la parola a Padre Buttà perché rimane uno dei pochi scrittori che hanno visto la battaglia di Milazzo coi propri occhi e che sono in grado di dare un nome ed un volto a quei valorosi soldati Duo- siciliani (poco più di duemila). Ovviamente la più grande ammirazione – e non a torto – il Buttà la riserva ad un altro Siciliano: il Colonnello Bosco.
Così il nostro testimone descrive la prima fase della battaglia:

«Io avea visto più volte Bosco combattere con quel coraggio che tutti avevano ammirato, ma nella giornata di Milazzo oltrepassò i limiti di quella prudenza, dalla quale un Duce, che comanda in capo non dovrebbe mai allontanarsi. Io lo vedea montato un suo favorito e focoso cavallo, Alì; quell’uomo di statura gigantesca, saltar fossati, accorrer là ove la pugna era più micidiale, animare i soldati con la voce e con l’esempio, dir loro piacevolmente de’ frizzi che erano abituali in quell’uomo, roteando la spada arrecare lo scompiglio e la morte nelle file nemiche. Io lo guardavo, e mentre mi entusiasmavo a tanto coraggio, temevo tuttavia non dovesse ad ogni momento vederlo stramazzare e soccombere. Questo caso non avvenne; spesso nelle battaglie muoiono o rimangono feriti i vili che fuggono o si nascondono; gli animosi, che, baldi e intrepidi, combattono sotto il fuoco nemico, si salvano; perché hanno tanto impero sopra sé stessi da saper quel che fanno, e tanto sangue freddo da scansare i colpi per quanto è possibile. L’ala dritta de’ Garibaldini rotta e gettata indietro, e quantunque soccorsa da nuova gente, fu di nuovo respinta.
Allora il Medici chiamò la riserva di Cosenz. Questi, antico ufficiale napoletano, disertore del 1848, assaltò con gente straniera i suoi connazionali ed antichi compagni d’armi. Egli dispose sì bene i suoi dietro i canneti e le muraglie de’ giardini, da offendere principalmente l’artiglieria, ed in parte vi riuscì. In effetti furono danneggiati i dipendenti del tenente Gabriele, che comandava il fuoco di un cannone, lungo la strada maestra, e quel tenente fu costretto abbandonarlo, perché ebbe quattro artiglieri gravemente feriti e due morti. Fu allora che il Gabriele, quasi piangendo, corse presso Bosco, e gli disse l’accaduto; e costui, voltosi al tenente Luciano Faraone, de’ cacciatori a cavallo, gli disse: “Tenente alla carica; ripigliate il cannone”. Il Capitano Giuliano, Comandante que’ cacciatori a cavallo, voleva slanciarsi alla testa di costoro, ma Faraone con pochi cavalieri, senza contare i nemici e la difficoltà de’ luoghi, si era slanciato alla carica contro gli assalitori, restando presso di Bosco quel Capitano in posizione quasi di riserva.
Faraone sbalordì i Garibaldini con quel brusco e brillante attacco, recando a’ medesimi danni non lievi. Ma non trovò il cannone; si seppe poi che fu inchiodato dagli artiglieri superstiti, e preso da’ Garibaldini. Quella carica alla Murat costò la perdita di sette cavalieri, ed il tenente Faraone si ebbe cinque ferite, due gravissime; pur nondimeno si mantenne a cavallo, fino a che fu condotto all’ospedale del Forte. Intanto il Capitano Giuliano, rimasto in posizione presso Bosco, dapprima fu ferito alla mano sinistra, e poi una seconda palla lo colpì al petto e l’uccise. Dopo la ritirata de’ regi, i Garibaldini la fecero da beccamorti; non già seppellendolo, ma spogliando il cadavere di quel valoroso Capitano: e si disse che aveva addosso assai moneta di oro».(7)

Ci pare doveroso, prima di continuare a descrivere il proseguimento delle vicende belliche, ricordare che gli ufficiali Luciano Faraone,(8) Fortunato Gabriele(9) e Pasquale Giuliano(10) fanno parte di quella grande schiera di valorosi combattenti Duosiciliani, cancellati dalla storiografia ufficiale ed ignorati persino dalla toponomastica dei rispettivi luoghi di nascita.

Sull’armamento individuale delle camicie rosse di Garibaldi e di quello dei mercenari stranieri al suo servizio, che la letteratura risorgimentalista vuole fare apparire sempre ridotto al minimo e comunque inferiore a quello dei soldati Duosiciliani, ci sembra, invece, opportuno riportare l’illuminante nota di Antonio Rosada:

«In realtà l’armamento individuale delle camicie rosse era molto migliorato con le successive spedizioni e a Milazzo i reparti di Medici, Cosenz e Dunne erano dotati del fucile inglese rigato modello. “Enfield ’53”. La compagnia dell’inglese Peard era armata con la carabina revolver americana “Colt”, di cui il costruttore aveva mandato in dono a Garibaldi un centinaio di pezzi».(11)

Fine 39esima puntata/Continua

Foto tratta da wikipedia

(5) G. Buttà, op. cit., pag. 86.

(6) G. Buttà, op. cit., ibidem.

(7) G. Buttà, op. cit., pagg. 87 e 88.

(8) Luciano Faraone, nato a Palermo il 2 settembre del 1817, proveniva dal ruolo dei sottufficiali e soltanto il 1° marzo del 1860 era passato dal grado di alfiere a quello di 2° tenente. A Milazzo compie prodigi di valore e rimane, come abbiamo visto, gravemente ferito. Sopravviverà miracolosamente e continuerà a combattere a Capua ed a Gaeta. Francesco II lo visiterà personalmente all’ospedale di Napoli, dove era stato ricoverato dopo la battaglia di Milazzo e gli appunterà sul petto la «croce di diritto di San Giorgio». Il Faraone, rimessosi in forze, tornerà nei ranghi a combattere. L’11 settembre 1860 a Capua viene promosso al grado di 1° tenente. Dopo la resa di Gaeta il valoroso ufficiale Duosiciliano, ormai cinquantenne e privo di mezzi di sussistenza, chiede ed ottiene di essere ammesso ai servizi sedentari dell’Esercito italiano, contro il quale aveva tanto a lungo combattuto con lealtà e nell’adempimento del proprio dovere.

(9) Fortunato Gabriele, nato a Palermo l’8 maggio 1827, fu primo tenente durante la battaglia di Milazzo, appartenne al glorioso Corpo Reale di Artiglieria. Morì a Napoli l’8 settembre del 1878.

(10) Di Pasquale Giuliano non abbiamo molte notizie.

(11) Antonio Rosada. Nota a pag. 178 del testo più volte citato di G. R. Mundy.

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