La vera storia dell’impresa dei Mille 31/ Il tradimento dei generali borbonici a Catania (sulla pelle dei catanesi)

La vera storia dell’impresa dei Mille 31/ Il tradimento dei generali borbonici a Catania (sulla pelle dei catanesi)
22 luglio 2019

Quando parliamo dei generali Duosiciliani felloni, si fa quasi sempre riferimento alle battaglie di Calatafimi e Palermo. Ma senza lo ‘scientifico’ tradimento degli ufficiali borbonici andato in scena a Catania (peraltro sulla pelle dei catanesi che non hanno mai sopportato i piemontesi!), l’impresa dei Mille sarebbe finita nel nulla. Una delle tante vergognose pagine di storia nascoste dalla storiografia officiale 

di Giuseppe Scianò

I «liberatori» con il denaro dei Siciliani faranno di tutto… Anche i loro comodi!
Con la data del 1° giugno 1860 George Rodney Mundy annota con la
massima naturalezza che grazie ad una clausola dell’accordo stipulato fra
il Generale Lanza, Luogotenente del Re Francesco II delle Due Sicilie ed
il Signor Crispi, Segretario di Stato del Governo Garibaldino, furono consegnate ai «liberatori» Garibaldini ben un milione e duecentomila sterline in moneta, prelevate dal Palazzo delle Finanze.

Una somma enorme per quei tempi, per la maggior parte proveniente
da depositi dei cittadini Siciliani. Ventimila Garibaldini, volontari e non, picciotti di mafia e idealisti, possono così essere pagati e percepire pure gli arretrati. Si tratta di un fiume di denaro, sottratto all’economia siciliana, che sarà speso allegramente e senza obbligo di darne seriamente conto. E, come sottolinea il Mundy, a Garibaldi rimane pure un margine per acquistare altre armi in Europa.

Riteniamo doveroso riportare di seguito le testuali parole del Mundy:

«1° giugno – In ottemperanza alle clausole della convenzione firmata ieri dal Generale Lanza e dal signor Crispi, segretario di stato del Governo provvisorio, le Finanze o Regia Zecca vennero consegnate agli insorti. Nei loro forzieri si rinvenne un milione e duecentomila lire sterline in moneta, in gran parte depositi. Siccome fino ad oggi le squadre che riscuotevano il soldo ammontavano a circa ventimila uomini, questo danaro permetteva di saldare gli arretrati, e rimaneva anche un ampio margine per acquistare armi e munizioni in Europa».(15)

Da qui l’ulteriore conferma che i picciotti delle squadre «erano pagati».
La retorica risorgimentalista attribuisce a Garibaldi anche il merito di
aver distribuito la terra ai contadini. Un mito falso e bugiardo, questo, come tanti altri. E forse peggiore.

In realtà il Dittatore Garibaldi, il 2 giugno 1860, decreta che «…chiunque si sarà battuto per la patria» avrà il diritto alla quota di terra certa e senza sorteggio. Il terreno sarà prelevato dal demanio di Uso Civico o da
quello dello Stato o della Corona (Borbonico). Se le terre del Comune saranno abbastanza estese da superare il bisogno della popolazione, al patriota filo-unitario verrà assegnata una doppia quota. Insomma: è una cuccagna.

Chi sarà danneggiato da tanta generosità? Ovviamente più di tutti il
contadino, capo di famiglia povera, che ai sensi della legislazione siciliana
in materia di Usi Civici era l’unico titolare del diritto ad ottenere una quota
del demanio comunale di uso civico.

Anche questo nobile decreto dimostrava come ben pochi fossero i volontari e coloro che in Sicilia volevano l’unità d’Italia. Bisognava quindi comprarne il consenso e l’appoggio.

Un’altra considerazione è doverosa. Il milite o il combattente o il rivoluzionario garibaldino e/o l’affine che avesse avuto assegnata la quota di
proprietà della terra, poteva comunque avere diritto anche alla pensione
ereditaria. E ad altri privilegi. A prescindere dal fatto che fosse ricco o povero.

La battaglia di Catania con le tragiche ed ambigue vicende

Tralasciamo per pochi istanti di parlare di ciò che avviene nel Palermitano per andare a vedere cosa stia succedendo in quegli stessi giorni nel Catanese. Qui il comando dell’Esercito Duosiciliano è affidato al Generale Tommaso Clary, che dispone di una forte dotazione di armi e di militari e che, all’esterno della città, è coperto, ad abundantiam, dal forte contingente
del maresciallo Gaetano Afan De Rivera, reduce dalla vergognosa ed indolore ritirata da Girgenti (Agrigento) e da Caltanissetta (città regalate, ovviamente ai Garibaldini).

L’Afan De Rivera è accampato presso la foce del fiume Simeto. A pochissima distanza, quindi, dal grosso dell’Esercito Duosiciliano agli ordini del Clary. È una posizione di forza che nemmeno la Legione di mercenari Ungheresi potrebbe facilmente vincere.

A Mascalucia troviamo, invece, accampati i nemici. Gli uomini cioè della spedizione guidata dal garibaldino modenese Nicola Fabrizi, arrivato
da Malta, fresco di benedizione britannica. Agli ordini del Fabrizi sono state messe, altresì, le formazioni di rivoltosi, organizzate da alcuni ex indipendentisti come il pur valoroso Colonnello Poulet, ora convertito alla causa unitaria di Vittorio Emanuele di Savoia, e da altri capi-rivoluzionari come Testai, Caudullo e Antonio Gravina.

Questi ultimi hanno messo a punto, per la prima volta, una particolare
forza d’urto formata da numerosi minatori e carusi delle solfare. Anche
costoro erroneamente convinti che con il nuovo Governo di Vittorio Emanuele se la sarebbero passata meglio. E – perché no? – convinti forse di potersi prendere una non meglio definita rivalsa sociale a discapito dei cittadini e dei borghesi di Catania.

La ricca ed operosa città etnea è, quindi, il loro obiettivo.

Il Clary, che per la verità è un personaggio molto discusso, un vero e proprio traditore (secondo Padre Buttà e secondo Giacinto De’ Sivo), della causa del Regno delle Due Sicilie, non dimostra alcun interesse a vincere. Non
vuole «tenere» Catania né la sua provincia.

Da una parte fa di tutto perché le sue truppe vengano destinate alla sconfitta. Le manda a combattere senza convinzione. Dall’altra parte renderà
impopolare la presenza dell’Esercito Duosiciliano nell’area etnea con una
serie di iniziative controproducenti.

In occasione dei fatti d’arme di Milazzo e di Messina si comporterà ancor peggio. Gaetano Alfan De Rivera è sulla stessa lunghezza d’onda. Così
come si è ritirato da Agrigento e da Caltanissetta, vuole ritirarsi da Catania
e poi dalla Sicilia. Meglio evitare i combattimenti…

C’è, infatti, il solito rischio di vincere.

Pure a Catania, tuttavia, malgrado i tradimenti e le cattive intenzioni dei
Generali Borbonici, avviene, in quei giorni, qualcosa di simile a quello che
era avvenuto a Calatafimi ad opera del Tenente Colonnello Michele Sforza.
Un altro ufficiale che va controcorrente. Non è affatto disposto a ritirarsi e,
peggio, a regalare la città di Catania ai rivoltosi Garibaldini e filo-garibaldini, i quali ormai l’hanno in mano al sessanta per cento e che continuano ad
avanzare praticamente indisturbati, grazie alla ritirata obbligata degli uomini
del Clary.

Il contestatore – anche in questo caso – è un Siciliano. Si tratta di Giuseppe Ruiz de Ballestreros (1) che a Catania, il 31 maggio 1860, compie l’unica
azione di gran valore della sua carriera militare e forse di tutta la sua vita. Pur disponendo, infatti, di un numero di uomini decisamente inferiore a quello dei garibaldesi inaspettatamente decide di passare al contrattacco.
Ed è un vero e proprio imprevisto, sia per il Clary, che non riesce a fermarlo in tempo, sia per i rivoltosi, ormai piazzati nelle posizioni più vantaggiose ed ingannati dall’atteggiamento remissivo, fino a quel momento dimostrato dalle truppe Duosiciliane.

Diremmo che i Garibaldini ed i loro amici già assaporavano la facile vittoria. Se la sentivano in tasca. Ma, nonostante il vantaggio, per sette ore consecutive furono contrastati dai soldati Duosiciliani. E probabilmente anche da gran parte della cittadinanza catanese. I Garibaldini, così, incapperanno in una disfatta completa.

Secondo il Buttà, molti dei rivoltosi (filo-garibaldini) salveranno la
loro vita invocando pietà e gridando «Viva Francesco! Viva il Re!». A loro
volta la maggior parte dei catanesi, che già ne avevano viste di tutti i colori, saranno ben contenti del ritorno dell’ordine nella loro città. Le sorti sembrano, dunque, capovolte.

Ma il tradimento, negli alti comandi Borbonici, continuerà a farla da padrone. Anche a Catania l’Esercito del Regno delle Due Sicilie dovrà… perdere. Ad ogni costo. E perdere in tempi brevi. Prima, cioè, che l’opinione pubblica internazionale possa venire a conoscenza, non solo della
gravità delle violazioni del diritto internazionale e del diritto dei popoli alla
loro esistenza, ma anche delle ostilità e delle resistenze popolari che incontra il progetto britannico di un nuovo equilibrio europeo e mediterraneo, nel quale rientra appunto la creazione di un Regno d’Italia che vada dalle Alpi al centro del Mediterraneo.

Avviene così che il Clary e l’Afan de Rivera – disposti ad obbedire ai
traditori di grado più elevato – ricevano l’ordine di ripiegare su Messina,
con tutti i loro uomini e con tutte le loro armi. La battaglia vittoriosa di Catania, nella quale, da una parte all’altra, sono morte numerose persone, non è servita a niente. Anche la città di Catania dovrà essere regalata al nemico. Cioè all’Armata Anglo-piemontese-garibaldina e mafiosa.

Il giorno 3 giugno 1860 potranno, pertanto, entrare in città da vincitori
quei rivoltosi che ne erano stati scacciati come sconfitti. Il Clary compirà un’ultima azione da quinta colonna. Passando dalla città di Acireale pretenderà, sfacciatamente, la contribuzione di guerra di diciassettemila ducati, suscitando indignazione nei cittadini e facendo perdere popolarità e prestigio a quelle truppe che è indegno di comandare. E che continua a portare alla deriva.

Secondo lo storico Roberto Maria Selvaggi, il Clary non è da considerare un traditore. Sarebbe rimasto semmai vittima delle assurde disposizioni emanate di volta in volta dall’Alto Comando Borbonico ed in particolare da quelle del Generale Enrico Pianelli. Il Selvaggi ci ricorda in proposito che il Clary, successivamente ai fatti che in Sicilia lo riguardano, sarebbe stato accusato di codardia e di tradimento.

Respinte, però, le accuse e superate le diffidenze nutrite nei suoi confronti, il Clary raggiungerà, prima a Civitavecchia e poi a Roma, il Re Francesco; dopo la resa di Civitella del Tronto, sarà fra i più validi organizzatori della guerriglia e della resistenza delle popolazioni Meridionali contro le forze di occupazione «Piemontesi».

Subirà continue persecuzioni da parte del Governo Italiano, anche dopo la fine della lotta armata e dopo il suo ritiro a vita privata a Napoli.

Tommaso Clary, che era nato a Monreale (Palermo) il 25 novembre
1809 e che sarebbe morto a Napoli l’8 marzo 1878, è dunque, un traditore
o no?

Non vogliamo smentire le accuse di tradimento che il Buttà ed il De’ Sivo rivolgono al Clary. Ma non osiamo smentire neppure la tesi dello scrupoloso Roberto Maria Selvaggi, il quale peraltro, essendo un nostro contemporaneo, ha potuto fare analisi e ricerche più approfondite e più serene di quanto non abbiano potuto fare i primi due autori.

Tuttavia, azzardiamo una terza ipotesi.

Il Clary, dopo una serie di accondiscendenze verso le pressioni e gli ordini «superiori» e dopo qualche errore personale, constatate le conseguenze disastrose di quella vera e propria guerra di conquista, potrebbe essere
entrato in una forte crisi di coscienza. Pentito, si sarebbe pertanto deciso a
mettere la propria vita e la propria professionalità al servizio del Popolo
Duosiciliano e del Re Francesco II.

Insomma: un ravvedimento sincero ed operoso. Ma purtroppo tardivo.

(15) G. R. Mundy, op. cit., pag. 139.

(1) Giuseppe Ruiz de Ballestreros, nato a Palermo il 29 maggio 1812, aveva il grado di tenente Colonnello al momento dei combattimenti citati. Il seguito della sua campagna di guerra non sarà, però, altrettanto brillante. L’ufficiale Siciliano si sarebbe, infatti, comportato male in Calabria e peggio nella battaglia del Volturno. Probabilmente, pur restando in servizio e dimostrando fedeltà al suo Re ed all’Esercito Duosiciliano, il Ruiz avrà avuto un crollo fisico e psichico dovuto al cattivo andamento delle sorti politiche e militari del Regno delle Due Sicilie. Oggi parleremmo di un forte esaurimento nervoso. Anche per queste ragioni sarebbe stato molto aiutato nella carriera dal fratello Giovanni, uomo di fiducia e poi anche segretario di Francesco II. Che la salute dello Ruiz non fosse più buona lo dimostrano tuttavia due fatti: il ricovero all’ospedale di Gaeta e la successiva partenza per Napoli. Raggiunse comunque il grado di Generale dell’Esercito
delle Due Sicilie. Fu congedato dal Governo Italiano nel giugno del 1861. Entro lo stesso anno il Ruiz pubblicò un opuscolo nel quale difendeva il suo operato da ogni contestazione. Dopo cinquant’anni, nel 1910, il figlio Gaetano, pur essendo Colonnello dell’esercito italiano, rifece pubblicare, con l’aggiunta di note e di integrazioni, quell’opuscolo per difendere l’onore militare del padre. Lo storico Selvaggi, tuttavia, pur dando atto al Ruiz del valore e del coraggio dimostrati a Catania, ritiene che successivamente questi si sia comportato da «vera nullità».

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Foto tratta da catania.italiani.it

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