Storia & Controstoria

La vera storia dell’impresa dei Mille 42/ E così i generali felloni borbonici regalarono Messina a Garibaldi!

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Dopo aver praticamente perso tutte le battaglie in Sicilia – da Calatafini a Milazzo, passando per Altofonte e Corleone – gli inglesi e i garibaldini, stanchi di buscarle, cambiano strategia: basta armi, meglio ‘accattarisi a tutti (comprare tutti) e farsi consegnare le città dai traditori ben pagati. Quella che vi raccontiamo – o meglio che vi racconta Giuseppe Scianò – è la ‘conquista’ di Messina da parte dei garibaldini. Un’ignobile farsa portata avanti senza vergogna! 

La città di Messina, che è stata ormai «regalata» dai Generali traditori, viene occupata dagli «invasori»

Il 22 luglio 1860, anche a Messina si parla di tradimento. E tradimento è…
Alla caduta di Milazzo, fa seguito la ritirata delle truppe Duosiciliane da Messina verso la parte continentale dello Stato del Sud.

Il 22 luglio il Clary, in combutta con il Ministro della Guerra Pianell, fa partire per le Calabrie «due battaglioni di lancieri, il reggimento di carabinieri a piedi e il 4° di linea».(17) Brutto segno, come vedremo.
Il Pianell (o Pianelli) ha già, per conto suo, inviato al Clary un telegramma nel quale dà via libera a quella inspiegabile e vile ritirata.

A Messina peraltro non è in corso alcuna rivoluzione, né si intravedono scontri armati con l’esercito garibaldino (certamente anche questa verità è scomoda per gli agiografi del Risorgimento). Ma i fatti sono fatti. Niente giustifica quindi quella scandalosa decisione, se non… il tradimento, commissionato ed eseguito senza dignità e senza onore.

Con il dispaccio telegrafico il Pianell diceva testualmente al Clary:

«Le do facoltà in tutto: se crede tornare sul Continente, il faccia senza esitare».

Insomma il Ministro della Guerra, a Napoli, finge di voler proseguire i combattimenti contro l’invasione anglo-piemontese-garibaldina, di fatto però lavora per agevolare il nemico. La ritirata delle truppe verso il Continente (anziché il loro invio al campo di battaglia di Milazzo) è già di per sé significativa.

Ma il Pianell avrebbe fatto molto di più con un’allucinante serie di movimenti di truppe a vuoto e con la preposizione – a posti di alta responsabilità – di gente sbagliata, laddove avrebbe avuto a disposizione molte persone più idonee. Ed il suo è principalmente un astuto gioco di demolizione dall’interno dell’Esercito Duosiciliano e dello Stato. Un gioco diabolico, di cui abbiamo già fatto cenno. Il Pianell non fa, infatti, che aggiungere al suo curriculum nuove benemerenze da sottoporre al Governo di Torino nel momento in cui avrebbe fatto il cambio della divisa, già da tempo programmato.

In questo bailamme di ordini e di contrordini il morale dei soldati Duo- siciliani viene messo a durissima prova, ma non crolla, ancorato com’è all’amore per la patria e per il Re che la rappresenta, il pio e buon Francesco II. Per la verità troppo buono e troppo pio, anche se intelligente e non privo di grandi potenzialità politiche.

Per puro dovere di cronaca sottolineiamo che il 22 luglio 1860 è proprio il giorno in cui il Clary manda al Colonnello Bosco quel telegramma depi-stante, nel quale in perfetta malafede preannuncia l’imminente arrivo a Milazzo di rinforzi.

La politica del tradimento e dei falsi messaggi continuerà senza fine soprattutto in quei cinque o sei giorni successivi alla battaglia di Milazzo. Il Clary continua a mandare ufficialmente messaggi e segnali nei quali fa mostra di voler combattere contro Garibaldi, mentre sottobanco si fa autorizzare dal Pianell a lasciare Messina.

Con l’aiuto del suo collaboratore ed amico Capitano D’Ayala (un altro doppiogiochista), si procura addirittura un incontro segreto con il Generale Medici in casa del Console del Regno di Sardegna (Piemonte), concordando i dettagli della resa.(18) Ed infine, inventandosi addirittura duri scontri con il nemico (scontri nella realtà evitati o comunque mai avvenuti), il 25 luglio fa ritirare le truppe Duosiciliane da Messina senza combattere e senza che la popolazione (quella almeno rimasta in città), si sia pronunziata a favore o contro questa scelta.

Qualche contingente di soldati Duosiciliani viene assegnato alla Cittadella, che resta saldamente in mano Duosiciliana. Il grosso dell’Esercito Duosiciliano viene invece ignominiosamente imbarcato su navi mercantili francesi che il Ministro Pianell, in men che non si dica, ha già fatto convergere su Messina. Sempre lo stesso giorno, i primi Garibaldini possono entrare nella città, tranquillamente.

Ancora una volta Garibaldi potrà constatare che, dopotutto, è stato informato bene dai suoi amici e dai suoi protettori. Il 26 luglio si ufficializza la resa dal Clary, al quale i soldati Duosiciliani vorrebbero ora fare la pelle per il suo comportamento disonesto. Mentre il Generale Medici, al quale non sembra neppure vero poter conquistare senza colpo ferire e senza nulla rischiare, una città così importante, entra nella città di Messina. Una vera manna dal cielo, se confrontata con le difficoltà nelle quali si era trovato a Milazzo, con le gravissime perdite di uomini, di mezzi e di immagine.

Nell’accordo stipulato non si fa ovviamente riferimento al tradimento dei vertici Borbonici ma, con buona dose di ipocrisia e di faccia tosta, alla reciproca volontà (fra Savoiardi e Borbonici) di non versare altro sangue. Sangue che, per la verità, avrebbero poi versato abbondantemente sia il Popolo Siciliano sia tutti i Popoli del soppresso Regno delle Due Sicilie.
Restituiamo tuttavia la parola al Buttà, perché nessuno meglio di lui ci può spiegare cosa sia avvenuto in quei giorni a Messina ed in particolare in campo Duosiciliano.

«Clary, il 26, giusta la conversazione fatta col Medici, cedeva Messina con lo specioso pretesto di volersi contenere dal versar sangue, ed imbarcare i soldati senza molestia. A’ regi rimaneva la Cittadella, i forti D. Blasio, la lanterna e il Salvatore, con venti metri di zona neutrale intermediaria. Fu stabilito ancora che la Cittadella restasse inoffensiva sino alla fine della guerra, e rispondesse solo se fosse attaccata. Si obbligarono di rispettare le navi con le bandiere de’ belligeranti. […] Questa convenzione era, al solito, tutta a favore de’ Garibaldini e contro i regi, poiché quelli vollero la neutralità della Cittadella, affinché da Messina avessero libero il passo per gittarsi nelle Calabrie: a’ regi si legavano le mani, a’ Garibaldini si dava la libertà d’azione. […] Clary, dopo di aver ceduto tutto al Medici, mandò a Napoli il Capitano Canzano per chiedere la facoltà di sottoscrivere la tregua. Il Ministero liberale rispose: “Si facesse tregua senza ledere i diritti del Re sulla Sicilia, serbandosi la Cittadella. Il Governo sebbene potesse continuare la guerra, rinunzia alla lotta fratricida per facilitare l’alleanza sarda, (ancora questa alleanza!) e liberare l’Italia dal Tedesco”».

«Nella bella convenzione di Messina sembra che vi sieno stati patti segreti, dappoichè il 28 luglio si ordinava l’abbandono delle altre Fortezze che restavano a’ regi in Sicilia, Augusta e Siracusa. Si era ivi recato il celebre bombardatore di Palermo, il Generale Briganti, per eseguire l’ordine. Il Re vietò un’altra gloria a quel Generale di cedere quelle Fortezze in suo nome. Clary, prevedendo il contrordine, avea scritto al Briganti che facesse presto la cessione di Augusta e Siracusa: questa volta però non furono fortunati nel cedere; l’ordine sovrano giunse a tempo».(19)

È appena il caso di fare rilevare come il Governo liberale e costituzionale di Napoli fosse succube, anche nel linguaggio, del Governo di Torino. Fa, infatti, riferimento ad un tedesco che certamente non occupa il Regno delle Due Sicilie, che invece di lì a poco sarebbe stato occupato completamente e schiavizzato senza pietà dal Regno Sabaudo.

Aggiungiamo qualche altra considerazione del Buttà, fra le tante che il povero cappellano-scrittore ci ha lasciato nel suo prezioso volume di testimonianze.

«Eseguita la ritirata della truppa da Messina, rimase Comandante della Cittadella il Generale Fergola, soldato onoratissimo e fedele al Re. I soldati, frementi di rabbia per l’onta che aveano ricevuta, intesero che i Garibaldini volessero sorprendere il forte D. Blasio. La sera, udito un colpo di fucile, cominciarono un fuoco ben nutrito di avamposti e gli artiglieri sfondarono le porte ov’era la munizione. Corse il Clary e volea punire il custode di quelle munizioni; ma i soldati gli dissero: “Siamo stati noi che abbiamo abbattute le porte del magazzino, perché il nemico ci assale, e noi abbiamo i fucili scarichi. Un soldato, salutando alla militare, si piantò innanzi a quel Generale, e gli disse: “Se un soldato qualunque ci tradisse, gli daremmo un bagno con una grossa pietra ligata al collo”. La sera di quel giorno vi fu un altro baccano: gli artiglieri e i pionieri caricarono i cannoni; Clary volea mettere ordine a quel disordine cagionato dal suo comandare equivoco, perlocchè più di una volta i soldati gli gridarono: “Fuori il traditore”. Clary scrisse questo fatto al Ministero, esponendogli che gli artiglieri e i pionieri smaniavano di assalire i Garibaldini per saccheggiare Messina. Sempre menzogne e calunnie! Con queste menzogne e calunnie, Clary tradiva la sua condotta militare tenuta sino allora. Sei soli soldati rimasti nella Cittadella avessero potuto respingere i Garibaldini, in guisa da restar loro il campo libero per saccheggiare Messina, che non avrebbero fatto 22 mila uomini ben diretti? Ciò è chiaro, secondo lo stesso Clary, avrebbero stritolato il nemico. Intanto egli aveva preferito di capitolare, per deficienza di forze militari. […] Clary, mentre era in procinto di essere ucciso da’ soldati da un momento all’altro, fu chiamato a Napoli; comunicò l’ordine occultamente al Fergola, e partì. In Napoli fu ricevuto malissimo da tutti, cioè dagli amici, e da’ nemici. Il Re non volle riceverlo. Pianelli, che si era dimenticato il frasario di terrorista, cioè l’avea conservato per altre circostanze, adoperandone un altro all’infretta, ricevè il Clary e gli disse: “La patria ha molto a dolersi di voi”».(20)

Alle parole del Pianell cadrebbe appropriata la battuta «Da quale pulpito viene la predica!» Ma in realtà non si tratta di predica, bensì di un ennesimo saggio dell’astuzia con la quale si muove il Ministro-Generale, più che mai pronto ad abbandonare il suo posto per servire meglio il nemico.

Commedia all’italiana fra il Re Piemontese e Garibaldi.
Riportiamo di seguito le due lettere che sostanzialmente sono una unica missiva che Vittorio Emanuele II invia a Garibaldi il 22 luglio 1860, proprio in coincidenza con l’epilogo delle vicende belliche che porteranno all’occupazione della città di Milazzo da parte delle truppe Garibaldino- piemontesi.

La prima lettera è quella ufficiale: in questa il Savoia finge di sconsigliare al suo Generale di oltrepassare lo Stretto di Messina e di sbarcare in Calabria per conquistare anche la parte continentale del Regno delle Due Sicilie.
Il Re si inventa di voler accedere a ipotesi di trattative, che in realtà sono in corso ma che servono soltanto ad ingannare l’ingenuo Re di Napoli e a tranquillizzare l’imperatore francese, che comincia a nutrire non pochi sospetti sull’operazione di ingrandimento del Regno Sabaudo, voluto dagli Inglesi e non dichiarato.

Nella seconda lettera Vittorio Emanuele dice, invece, all’Eroe dei Due Mondi (che peraltro è a sua volta una mosca cocchiera come lui) di rispondere che non può aderire al desiderio del Re e che ha il dovere di proseguire in piena libertà di azione.

Insomma: una tragi-commedia squallida che doveva servire a rendere credibile l’intera operazione di conquista del Sud e che invece la discrediterà ulteriormente. Anche perché le lettere in questione sono state ritrovate, dopo diversi anni, nell’archivio privato del conte Litta Modiglioni, che a suo tempo aveva avuto il delicato incarico di consegnare le due lettere a Garibaldi. Missione, a suo tempo, compiuta brillantemente.

Documento n. 12. Lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi.

22 luglio 1860
Caro Generale
Lei sa che allorquando Ella parti per la spedizione di Sicilia non ebbe la mia approvazione; ora mi risolvo a darle un suggerimento nei gravi momenti attuali, conoscendo la sincerità dei Suoi sentimenti verso di me.
Per cessare la guerra fra Italiani ed Italiani io La consiglio a rinunziare all’idea di passare con la sua valorosa truppa sul continente Napoletano, purché il Re di Napoli si impegni a sgombrare tutta l’Isola e lasciare liberi i Siciliani di deliberare e disporre delle loro sorti. Io mi serberei piena libertà d’azione riguardo alla Sicilia, nel caso che il Re di Napoli non volesse accettare questa condizione.

Generale, ponderi il mio consiglio e vedrà che è utile all’Italia, verso la quale Ella può accrescere i suoi meriti, mostrando all’Europa che, come sa vincere, così sa fare buon uso della vittoria.

Ora, dopo aver scritto da Re, Vittorio Emanuele Le suggerisce di rispondere presso a poco in questo senso, che so già essere il suo. – Dire che il Generale è pieno di devozione e di reverenza pel Re, che vorrebbe poter seguire i suoi consigli, ma che i suoi doveri verso l’Italia non gli permettono di impegnarsi a non soccorrere i Napoletani quando questi facessero appello al suo braccio per liberarli da un Governo nel quale gli uomini leali ed i buoni Italiani non possono aver fiducia. Non potere dunque aderire ai desideri del Re volendosi riservare piena la sua libertà d’azione.

Documento n. 13. Lettera del 27 luglio 1860. Garibaldi risponde.

«Sire, la Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la Sua persona, e quanto io bramo di ubbidirLa. Però V.M. deve ben concepire in quale imbarazzo mi porrebbe un’attitudine passiva in faccia alle popolazioni del continente napoletano… a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività […] Al termine della mia missione deporrò ai piedi di V.M. l’autorità che le circostanze mi hanno conferito,[…] ben fortunato d’ubbidirLa per il resto della mia vita.»

Quello sopra riportato è il testo della lettera ufficiale che Garibaldi manda al Re piemontese in data 27 luglio 1860, secondo imbeccata. Nella riproduzione della lettera sono contenute le affermazioni più servili, che oggi danneggerebbero il mito dello stesso Garibaldi… se conosciute.

(17) G. Buttà, op. cit., pag. 97.

(18) G. Buttà, op. cit., pag. 101.

(19) G. Buttà, op. cit., pag. 102.

(20) G. Buttà, op. cit., pagg. 102 e 103.

 

 

Le ‘gesta’del Generale siciliano-palermitano Salvatore Pianell

Il Generale Giuseppe Salvatore Pianell, nato a Palermo il 1° maggio 1810, fece un’ottima carriera militare nonostante in più occasioni avesse tramato contro il Regno delle Due Sicilie. Le sue doti militari e la benevolenza di Ferdinando II, prima, e di Francesco II, dopo, fecero sì che la sua carriera non ne risentisse.

Gli fu facile avere contatti segreti con i Piemontesi e con gli Inglesi. E quindi con- dusse, nel 1860, un «doppio gioco» senza dubbio fatale per le sorti del Regno delle Due Sicilie. Dal mese di luglio al 2 settembre 1860 fu Ministro della Guerra di Francesco II compiendo un’infinità di manovre militari che sostanzialmente giovarono ai Garibaldini e consentirono loro di avanzare fino a Napoli.

Il 2 settembre 1860 il doppio gioco finì perché il Pianell (poi italianizzato in «Pianelli») si dimise dall’Esercito Duosiciliano e chiese al Re Francesco II di essere sollevato da ogni vincolo di fedeltà.

All’indomani della caduta di Gaeta e quindi dopo la fine effettiva del Regno delle Due Sicilie (anche se qualche resistenza ancora rimaneva), il Pianelli, recatosi intanto a Torino, poté entrare con tutti gli onori nell’Esercito Sabaudo, che poi diventerà «italiano». Le sue non comuni doti di stratega ed i servigi resi con il suo tradimento di alto livello, gli assicurarono l’eterna simpatia dei Piemontesi e soprattutto del Re Vittorio Emanuele II che lo avrebbe insignito del «Collare dell’Annunziata», oltre che di numerose onorificenze militari.

Sarebbe morto a Napoli, il 28 agosto 1888, dopo essersi tuttavia riconciliato con il suo ex Re Francesco II, contro il quale aveva consumato i tradimenti più gravi e più ignobili. Ed al quale aveva fornito alcune giustificazioni, giudicate da tutti poco attendibili, ma che comunque furono accettate da quel Re che sarebbe passato alla storia, quella vera, per la eccessiva bontà.

Foto tratta da Sicilians

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