Emergenza Coronavirus: non è che il Governo Conte bis sta continuando a sbagliare?/ MATTINALE 471

18 ottobre 2020

Noi ricordiamo gli errori commessi dall’attuale Governo nazionale la scorsa Primavera. E abbiamo la sensazione che questi signori stiano replicando. Il Sud Italia e la Sicilia, a nostro modesto avviso, farebbero bene a seguire il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che sta dimostrando di avere la testa sulle spalle 

Quanti DPCM ha firmato l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, da quando in Italia è esplosa la pandemia? Difficile tenere questa particolare contabilità. Che effetti hanno sortito tutti questi provvedimenti sulla cui costituzionalità non mancano dubbi? I risultati sono sotto gli occhi di tutti: piaccia o no, l’Italia è di nuovo in emergenza Coronavirus. E la responsabilità non è delle persone, come la televisione – oggi più che mai di popperiana memoria – cerca di farci credere. La responsabilità è dell’attuale Governo nazionale che, da quando è scoppiata la pandemia da Coronavirus, ha commesso errori su errori. E ne continua a commettere.

Anche se l’argomento è stato rimosso dal potere italiano in tutte le sue sfaccettature, non si possono certo dimenticare gli errori commessi ad inizio pandemia: errori sintetizzati nel corso di una conferenza stampa tenuta presso la Camera dei deputati dal virologo di fama internazionale, Giulio Tarro, dal giudice Angelo Giorgianni e dal medico Pasquale Mario Bacco:

“Con il Coronavirus è stata commessa una strage di Stato ed il lockdown è stato completamente sbagliato nella sua gestione”.

SI FARA CHIAREZZA? – Non sappiamo se si farà mai chiarezza su quanto avvenuto in quei giorni, quando, tra le altre cose, si “sconsigliavano” le autopsie: considerata la storia d’Italia che va dal 1860 al 1992, tra stragi, depistaggi e silenzi di Stato, non ci sarebbe da stupirsi: sarebbe, alla fine, tutto nell’ordinario.

Però, accanto agli ultimi 15 giorni di Febbraio, tra “Milano non si ferma”“Bergamo non si ferma” (anche quei giorni rimossi con i protagonisti sempre in piedi), accanto all’inferno di Marzo e di Aprile, accanto ai meridionali che vivevano nel Nord e che, in piena pandemia, si riversavano nel Sud e in Sicilia (chissà se qualcuno se ne ricorda oggi che anche al Sud e in Sicilia il numero dei contagi si impenna verso l’alto), accanto alle riaperture, prima timide e poi sempre più sfacciate (delle migliaia di giovani del Sud Italia e in Sicilia volati in vacanza a Malta ne vogliamo parlare?), tra spiagge affollate, movide e via continuando, qualcuno si soffermerà su debito pubblico italiano, schizzato, in poco meno di un anno, a quota 2 mila e 600 miliardi di euro (questa la previsione al Dicembre di quest’anno), con 190 miliardi di euro in più in poco più di un anno.

L’ESPLOSIONE DEL EBITO PUBBLICO – Pensate un po’ che stranezze: da almeno un mese la televisione ci delizia con dotti commentatori dell’importanza “storica” dei 207 miliardi di euro che la Ue destinerà all’Italia con il Recovery Fund: soldi che, bene che andrà, si materializzeranno tra la fine del 2021 e il 2022 (in coincidenza con la campagna elettorale per le elezioni politiche: ma guarda che combinazione…).

Ma nessuno parla dei 190 miliardi di nuovo debito pubblico che l’Italia del Governo Conte ha contratto in tempi brevissimi. Come mai questo silenzio? Non è una notizia ‘interessante’? E’ servita questa montagna di soldi che gli ignari italiani pagheranno con aumenti di tasse e imposte? A ridurre il rischio del Coronavirus no di certo, se è vero che la situazione si aggrava di giorno in giorno.

Intanto abbiamo 10 mila casi di Coronavirus in un giorno. D’accordo, sono in maggioranza positivi asintomatici. Ma una parte di questi sviluppa la malattia e una parte dei malati finisce n terapia intensiva. Questo dato – a differenza dei 190 miliardi di debito pubblico contratto in poco meno di un anno, non può essere nascosto.

Inquieta un articolo pubblicato da OPEN dove leggiamo:

“Il professore dell’università di Padova Andrea Crisanti e l’infettivologo del San Martino di Genova, Matteo Bassetti, spesso e volentieri in contrasto su molti punti, su una cosa ora sembrano tristemente concordare: dopo la prima ondata bisognava prepararsi presto e bene per la seconda”.

“Giorni fa – prosegue l’articolo – Crisanti era stato piuttosto chiaro sulla necessità di mettere in piedi un vero e proprio piano di investimenti per «nuove assunzioni del personale, nuove risorse e competenze che avrebbero avuto un impatto graduale», convinto che «intervenire esclusivamente con l’app Immuni oggi non avrebbe senso». Un tempo di tregua nella trasmissione di contagi che doveva dunque essere sfruttato molto meglio, come ha spiegato nel dettaglio anche il virologo Bassetti al Messaggero. «Il sistema andava potenziato», ha dichiarato l’infettivologo, sostenendo che con i ritmi attuali di crescita «sarà molto difficile poter reggere fino a Marzo». Una posizione piuttosto chiara quella dello scienziato che pone ulteriori interrogativi sul non intervento preventivo di molte Regioni d’Italia”.

IL SISTEMA SANITARIO ITALIANO? POTREBBE NON REGGERE FINO A MARZO – Le notizie sono due. La prima è che due scienziati, spesso su posizioni diverse, oggi concordano sulle difficoltà del momento. La seconda notizia è che il sistema sanitario italiano potrebbe non reggere fino a Marzo.

Il professore Crisanti ha lavorato molto bene in Veneto. Mentre Bassetti opera in Liguria.

“Negli ultimi quattro mesi in Liguria – racconta Bassetti a OPEN – abbiamo lavorato per decidere dove erano i posti di terapia intensiva, di semi-intensiva, di bassa e di media complessità”. Bassetti si chiede “perché l’iter di preparazione ad una prevista seconda ondata di contagi non sia stato altrettanto messo in atto da tutto il resto del Paese”.

“Se ci sono Regioni già in difficoltà, significa che non è stato fatto quello che si doveva. Bisognava tenere la macchina con il motore acceso”.

Bassetti è pessimista:

“Quando vedo una persona fare otto ore di coda per un tampone, penso che chiaramente qualcosa non ha funzionato”, spiega l’infettivologo, definendo la burocrazia italiana come “il peggior nemico della lotta al Covid”.

Ancora OPEN:

“Ambulatori convertiti in tempi biblici, finanziamenti bloccati, accesso ai fondi complicato. Difficoltà ben evidenti anche nella seconda ondata e su cui, secondo Bassetti, non si è lavorato abbastanza”.

Oggi come prima, il tempo rimane il nemico più grande contro cui combattere. Serve velocità sui tamponi, sulle diagnosi, sull’assistenza sanitaria da fornire, personale e reparti che accolgano i ricoveri di bassa complessità in modo da rendere più agevole la gestione dei casi più gravi. Una corsa che però, secondo gli esperti, poteva essere cominciata ben prima di un allarme come quello scattato negli ultimi giorni, e che ora vede nuovamente l’intero sistema costretto a grandi sacrifici.

Leggiamo sempre su OPEN:

“Il Covid è una patologia in cui il tempo è fondamentale. Bisogna fare presto. Come fai a gestirla con un sistema farraginosamente lento?”.

“La prospettiva futura, seppur sconosciuta nei dettagli, delinea un’incapacità nel tenere testa al virus e lo sconto amaro di quanto purtroppo non si è riusciti a fare con senso di anticipo e prevenzione”.

“Rischiamo di scontare pesantemente questi ritardi, la curva cresce in modo improprio”, conclude Bassetti.

VINCENZO DE LUCA HA RAGIONE – Si sta facendo qualcosa per provare a prevenire eventuali problemi? Il presidente della Regione Compania, Vincenzo De Luca, ha chiuso le scuole. Subito criticato dalla Ministra della Pubblica Istruzione, Lucia Azzolina. 

Quello delle scuole aperte è un problema serio che, forse, il Governo nazionale sta sottovalutando. La Ministra fornisce dai tranquillizzanti: basso numero di studenti infettati e via continuando. Il dubbio è che non si colgano appieno gli effetti dell’inevitabile ‘socializzazione’ prodotta dalle scuole aperte.

A parte che, per disorganizzazione, cioè per mancanza di aule, tantissimi ragazzi studiano a casa, a parte le tante classi in quarantena, stupisce l’affermazione stando alla quale nelle scuole non ci sarebbero contagi. A noi hanno insegnato che quando si è in presenza di una pandemia i contagi sono ovunque!

Insomma: come si può affermare che le scuole sono esentate dai contagi? Che ha di scientifico una simile affermazione?

Non solo. Le scuole, tra genitori, nonni, zii e parenti vari interessano i due terzi della popolazione: e il fatto che i giovani contagiati siano pochi (ma è proprio così?) significa poco, anche perché non c’è una tracciabilità del virus a tappeto. E’ impossibile conoscere con certezza quello che sta avvenendo con le scuole aperte: l’unico dato certo è che i ragazzi vengono a contatto di tra di loro e con altre persone, a cominciare dai familiari. 

E inutile dire che il grosso dei focolai è “intrafamiliare”: in qualche modo il virus, nel nucleo familiare c’è arrivato. E se nel mondo della scuola ruotano i due terzi degli italiani, significa che la scuola non è proprio ‘terza’ rispetto a quello che sta succedendo…

Cosa vogliamo dire? Che il presidente della Regione Campania, De Luca – che forse conosce bene la situazione nei reparti di terapia intensiva nella Regione che amministra – ha fatto bene a chiudere le scuole.

Non sappiamo se i contagi continueranno a salire: ma se sarà così, tutte le scuole di ogni ordine e grado saranno costrette a chiudere (e non soltanto le scuole). Le ideologie, nella lotta al virus, non servono.

Il Sud Italia, con il suo sistema sanitario fragile, farebbe bene a non andare dietro a Conte e al suo Governo e a seguire, invece, quello che sta facendo in Campania De Luca, che è un uomo politico che sta dimostrando, ancora una volta, di avere la testa sulle spalle.

QUI L’ARTICOLO DI OPEN 

Foto tratta da Fanpage

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