10
Feb
2017
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Quando il massone Garibaldi si mise a disposizione della Chiesa di Roma. E gli ‘storici’? Tacciono…

Solo in Italia, per oltre 150 anni, verità storiche con tanto di testimonianze scritte possono essere nascoste dagli storici di regime. Così, ancora oggi, i libri di storia continuano a negare i fatti. Pensate: il ‘condottiero’ protagonista della breccia di Porta Pia, anni prima, aveva mosso la sua spada a disposizione della Chiesa di Pio IX che gli disse no. In cambio di denaro era pronto, sono parole sua, “servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano e ci desse del pane”. E l’hanno fatto ‘padre della patria’ intestandogli viene scuole…

di Ignazio Coppola

Forse non tutti sanno che Giuseppe Garibaldi il massone dei due mondi e primo massone d’Italia si mise per fame, per bisogno e necessità a disposizione del Papa e della Chiesa. A tal proposito vi raccontiamo la storia dell’eroe dei due mondi e il suo lungo e travagliato excursus di adesione alla massoneria e la sua contraddittoria disponibilità, lui massone impenitente, di mettere la sua spada al servizio di Pio IX e della Chiesa romana. Ma cominciamo dall’inizio.

Appunto dalla sua iniziazione alla “Fratellanza Universale” che avvenne nelle lontana America del Sud, a 37 anni, nel 1844 per poi concludersi con la sua consacrazione a Gran Maestro nel 1864. Il primo approccio di Giuseppe Garibaldi alla Massoneria avviene nel 1835, ai tempi della sua permanenza in Brasile, in seguito alla frequentazione dell’amico e compatriota Livio Zambeccari, a sua volta affiliato alla loggia massonica di Porto Alegre, ai tempi della Repubblica del Rio Grande do Sul.

In seguito, prenderà maggiore dimestichezza con “cappucci, grembiuli, mattoni e cazzuole”, iscrivendosi, nel 1844, a Montevideo alla loggia L’asil de la virtude (loggia irregolare). Sempre nello stesso anno e nella stessa città, aderisce alla loggia Les amis de la patrie sotto il Grande Oriente di Francia. Nel 1850, frequenta le logge massoniche di New York, per poi ritrovarsi negli anni 1853/54 “alloggiato” alla Philadelphes di Londra.

Ma è nel 1859 che in Italia è autorevole protagonista della ricostituita loggia del Grande Oriente d’Italia insieme, tra gli altri, a Cavour, a Filippo Cordova, a Massimo D’Azeglio e al gran maestro Costantino Nigra. Siamo nella immediata vigilia della spedizione in Sicilia e, come abbiamo visto, le massonerie di Londra e Torino, preparandola a puntino, avranno un ruolo determinante e incisivo per la buona riuscita dell’impresa.

A Garibaldi, entrato da “conquistatore” nella capitale dell’Isola, nel giugno del 1860 verranno conferiti, dal Grande Oriente di Palermo, tutti i gradi della gerarchia massonica (dal 4° al 33°) e la nomina a Gran Maestro. Officianti della cerimonia, che si svolse a Palazzo Federico, in via dei Biscottari, Francesco Crispi e altri cinque fratelli massoni. Alcuni giorni dopo, sempre a Palermo, il neo Gran Maestro, in virtù del massimo grado appena attribuitogli dalla gerarchia massonica, firma le proposte di affiliazione del figlio Menotti (1 luglio 1860) e di alcuni autorevoli componenti il suo stato maggiore: Giuseppe Guerzoni, Francesco Nullo, Enrico Guastella e Pietro Ripari (3 luglio 1860).

Il nostro eroe, da buon stakanovista della Massoneria, come vediamo, ha il suo bel da fare. In una lettera inviata ai “fratelli” di Palermo, il 20 marzo 1862 scriveva di “avere (…) assunto di gran cuore il supremo ufficio conferitogli e ringraziava i liberi fratelli per l’appoggio che essi avevano dato da Marsala al Volturno nelle grande opera di affrancamento delle province meridionali. La nomina a Gran Maestro rappresentava, come scrisse, la più solenne delle interpretazioni delle sue tendenze, del suo animo, dei suoi voti, lo scopo per cui aveva mirato tutta la sua vita.

Ma il culmine della sua carriera massonica Garibaldi lo raggiungerà a Firenze, nel maggio del 1864. I settantadue delegati della prima costituente massonica, riunitisi nella città in riva all’Arno, lo elessero, a stragrande maggioranza, Gran Maestro dei Liberi Muratori comprendente i due riti, scozzese e italiano. Ma, a causa di divergenze e divisioni tra le varie anime del massimo organo della Massoneria, non durerà che pochi mesi nella suprema carica. Gli succederà Ludovico Frappolli.

Nel maggio del 1867, in una successiva assemblea tenutasi a Napoli, a sua parziale consolazione, verrà eletto Gran Maestro Onorario. Nel 1881, infine, a poco meno di undici anni dalla sua morte, ottenne la suprema carica del Gran Hierofante del rito egiziano del Menphís Misrain.

Come dicevamo all’inizio, da quanto abbiamo visto, Garibaldi più che eroe dei due mondi può definirsi a pieno titolo il “massone dei due Mondi”. V’è da credere che nella storia della Massoneria nessuno quanto lui abbia avuto più affiliazioni nelle varie logge sparse nel mondo. Roba da guiness dei primati.

Eppure, i libri di testo delle nostre scuole, ipocritamente e in mala fede, continuano a ignorare questa sua appartenenza, come protagonista e figura di primo piano delle consorterie massoniche di mezzo mondo, e il ruolo pregnante che la Massoneria ha avuto e ha continuato ad avere sino ai nostri giorni nella storia del nostro Paese. Come altrettanto ipocritamente e in mala fede, nel mancato rispetto della verità storica, tutto questo è stato sempre sottaciuto in occasione delle celebrazioni del bicentenario della sua nascita e delle celebrazioni di qualche anno fa dell’Unità d’Italia. In dispregio alle verità ed alla trasparenza della storia, abbiamo bisogno di eroi a ogni costo sotto le mentite spoglie di massoni, mercenari, avventurieri e predoni.

Tra le mancate virtù di Garibaldi a questo punto, ci piace infine sottolineare e ricordare quella della sua incoerenza: come dire, era suo solito, del predicare bene e razzolare male.

Siamo a Montevideo nel 1847 mentre, con poca gloria, si sta esaurendo la sua esperienza uruguaiana. Avendo nostalgia dell’Italia e alla ricerca, da buon mercenario ed avventuriero, di un nuovo padrone cui mettere a disposizione la propria spada e i propri compagni d’arme, non trova di meglio che proporsi, egli massone, anticlericale e mangiapreti impenitente, al servizio della Chiesa e di Pio IX.

Nell’agosto di quell’anno così scrive a un suo amico:

“Io più che mai, siccome i compagni non aneliamo ad altro che al ritorno in patria comunque sia. Dunque, mio amico, se vedeste fosse possibile servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano e ci desse del pane. Siamo pronti a qualsiasi condizione purché non indecorosa”.

E con questa propensione all’asservimento alla Chiesa ed a Pio IX cosi scrive il 12 ottobre 1847 a monsignor Gaetano Bedini, nunzio apostolico a Rio de Janiero con giurisdizione sui paesi platensi:

“Offro a Pio IX la mia spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa. Ricordando (egli sempre massone, ateo e anticlericale) i precetti della nostra augusta religione sempre nuovi e sempre immortali, pur sapendo che il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli”.

Monsignor Bedini, a nome di Pio IX, rispose con molti ringraziamenti e gentilezza, declinando l’offerta di Garibaldi e della legione Italiana. Più avanti, Garibaldi, come era nella sua indole, non dimostrando altrettanta cortesia, definirà Pio IX e i preti un mucchio di letame. Salvo poi, dopo la conquista della capitale della Sicilia, il 15 luglio del 1860, in occasione della festa di santa Rosalia, non aver alcun pregiudizio, egli mangiapreti e impertinente massone, a sedere sul più alto trono della Cattedrale di Palermo per ricevere l’incenso dall’arcivescovo di quella città, secondo la tradizionale cerimonia della così detta “cappella reale” simboleggiante i poteri della Legazia Apostolica.

E lo ritroviamo, poco meno di un mese dopo, a Napoli, con altrettanto fervore religioso, rendere omaggio, se pur Gran Maestro Venerabile della Massoneria, alla Madonna Venerabile nella chiesa di Piedigrotta ed a un breve discorso del sacerdote officiante rispose con parole di devoto amore alla religione cristiana e alle sue grandi e sublimi verità.

Il 10 giugno, infine, rispettando le consuetudini religiose di questa città, dispose la celebrazione della ricorrenza del patrono San Gennaro, presenziando autorevolmente assieme agli alti prelati della chiesa napoletana al miracoloso scioglimento del sangue del santo. Misteri della fede massonica o cattolica dell’eroe dei due mondi. Fate voi. Ai lettori l’ardua sentenza.

Da leggere anche:

Le banche siciliane (e in generale del Sud): come le hanno saccheggiate, da Garibaldi ai nostri giorni

La trattativa tra Stato e mafia comincia nel 1860, con Garibaldi in combutta con mafia e camorra

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10 Responses

  1. Fulgenzio

    Nel 1846, quando il Cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti fu eletto Papa nomatosi Pio IX, per gli intellettuali italiani seguaci del Gioberti, inteso lo Hegel italiano, autore del Primato civile degli italiani sembrò che il neoguelfismo da lui teorizzato, ossia una confederazione di principi con a capo il Papa avrebbe creato le premesse per l’Unità d’Italia!

    L’entusiasmo che scaturì per l’elezione di Pio IX che come primo atto (formale più che sostanziale) diede l’amnistia politica, fu tale che molti lo definirono erroneamente come Papa liberale…

    Anche Garibaldi all’inizio ne fu entusiasta, basti leggere cosa scrive Giorgio Candeloro nella sua Storia d’Italia Moderna Volume III pagina 7, casa editrice Feltrinelli: “Anche da parte di emigrati di tendenza democratica vennero manifestazioni di simpatia per l’atteggiamento assunto da Pio IX [per l’entisasmo scatenato dall’amistia papale, n.d.r.] e richieste d’aiuto. Giuseppe Garibaldi e Francesco Anzani il 12 ottobre 1847 scrissero da Montevideo al delegato apostolico di Rio de Janeiro dichiarando di essere pronti a combattere per Pio IX con la legione italiana dell’Uruguay. In questo clima di rinnovato entusiasmo per Pio IX fu scritta anche la famosa [sic!] lettera di Mazzini al Papa dell’8 settembre 1847.”

    Giorgio Candeloro, Opera citata.

    Nulla di nuovo, nessuno scoop e nessuna scoperta, fatti notori che si trovano in tutti i libri e che nessuno ha occultato come sostiene fantasiosamente Ignazio Coppola.

    Po ci fu il 1848 e la guerra contro l’Austria fu l’inizio della rottura politica tra il pontefice e i democratici mazziniani e garibaldini…

    Visto che a Ignazio Coppola piace tanto il gossip, vorrei ricordare che negli anni in cui l’Eroe si ritirava a Caprera nella sua fazenda, aveva un asino al quale era stato dato il nome di Pio IX…

    Così, per ridere un po’

  2. Le premesse e la volontà per l’unità dell’Italia c’erano eccome! Ma il motivo dell’insuccesso di un tale progetto non è da ricercare nella suggestiva identificazione di Pio IX come “Papa liberale”, o nella sua contrarietà allo stesso progetto, ma in ben altro.
    Questa la sequenza storica dei fatti documentati:
    – 23 marzo 1848: scoppio della cosiddetta 1^ guerra di indipendenza;
    – 24 marzo 1848: Il Piemonte chiede aiuto al Papa ed al Regno delle Due Sicilie;
    – 26 marzo 1848: Ferdinando II chiede al Papa di istituire un congresso a Roma per appoggiare la formazione di una Lega Italica già proposta dal Granducato di Toscana;
    – 7 aprile 1848: Ferdinando II dichiara guerra all’Austria e invia 16.000 uomini e navi in Adriatico; il Granducato di Toscana invia 3.000 soldati; lo Stato Pontificio 7.000 soldati e 10.000 volontari;
    – 20 aprile 1848: Ferdinando II emette il seguente proclama: “NOI CONSIDERIAMO COM’ESISTENTE DI FATTO LA LEGA ITALIANA, DACCHÉ L’UNIVERSALE CONSENSO DÈ PRÌNCIPI E DÈ POPOLI DELLA PENISOLA CE LA FA RIGUARDARE COME GIÀ CONCHIUSA, ESSENDO PROSSIMO A RIUNIRSI IN ROMA IL CONGRESSO CHE NOI FUMMO I PRIMI A PROPORRE; E SIAMO PER ESSERE I PRIMI A MANDARVI I RAPPRESENTANTI DI QUESTA PARTE DELLA GRAN FAMIGLIA ITALIANA. LE SORTI DELLA COMUNE PATRIA VANNO A DECIDERSI SUI PIANI DI LOMBARDIA. UNIONE, ABNEGAZIONE, FERMEZZA, E L’INDIPENDENZA DELLA NOSTRA BELLISSIMA ITALIA SARÀ CONSEGUITA. TACCIANO DAVANTI A TANTO SCOPO LE MENO NOBILI PASSIONI E 24 MILIONI DI ITALIANI AVRANNO UNA PATRIA POTENTE, UN COMUNE RICCHISSIMO PATRIMONIO DI GLORIA, E UNA NAZIONALITÀ RISPETTATA CHE PESERÀ IN EUROPA”.
    – Pio IX convoca a Roma la prima riunione della desiderata Lega Italica ma il Piemonte fa sapere che non è necessario istituire la Lega ma che è sufficiente una riunione delle gerarchie militari ed invia degli ufficiali in rappresentanza della corona piemontese;
    – Ferdinando II, sdegnato, ritira le sue milizie.
    – Pio IX dichiarerà: “IO NON SOLO APPROVO LA LEGA, MA LA CONSIDERO NECESSARIA; PER QUESTO HO INVITATO I SOVRANI DI NAPOLI, TOSCANA E SARDEGNA A CONCLUDERLA; DISGRTAZIATAMENTE IL GOVERNO DI TORINO SI MOSTRA RESTIO.”
    La mancata nascita della Lega Italica, e molto verosimilmente di “un’altra” Italia, non fu quindi dovuta a Pio IX, che invece la condivideva, ma all’arroganza piemontese che evidentemente aveva, insieme all’Inghilterra protestante, e come si sarebbe presto visto, ben altre mire.

  3. Fulgenzio

    Ferdinando II ha un grave problema da risolvere: la ribellione della Sicilia alla sua volontà regia e la nascita della Repubblica Siciliana; inoltre, nonostante il suo proclama di ritiro del conflitto, il generale napoletano di formazione murattiana Guglielmo Pepe insieme alle sue truppe, non obbedisce a Ferdinando e continua la guerra contro l’Austria unendosi alle truppe del Re di Sardegna…

    La storia è argomento troppo complesso per dei dilettanti di buona volontà.

    Il Papato con l’allocuzione del 29 aprile, perderà per sempre le simpatie che si era conquistate, comprese quelle dei democratici mazziniani.

    1. Ha ragione. Infatti se non si fosse dilettanti si eviterebbe di scrivere che “Ferdinando II ha un grave problema da risolvere: la ribellione della Sicilia alla sua volontà regia e la nascita della Repubblica Siciliana”. La ribellione infatti non fu voluta dal popolo siciliano ma sobillata dalla nobiltà siciliana appoggiata dall’Inghilterra, molto interessata allo smembramento delle Due Sicilie, e dalla massoneria locale e internazionale. Riguardo Guglielmo Pepe, chi veramente vuol farsi una opinione corretta sulle sue vicende basandosi sui fatti non ha che da fare le proprie autonome ricerche. Ancora a proposito di dilettantismo, contrariamente a lei che riporta solo opinioni, e che tali rimangono, io ho riportato fatti storici documentati che smentiscono in maniera inequivocabile quanto da lei prima affermato in relazione alle posizione di Pio IX sulla Lega Italica. Come ho già avuto modo di scrivere, il tempo delle favole è finito e i tentativi di difendere l’indifendibile ricorda tanto una inutile quanto controproducente arrimpicata sugli specchi. E con questo concludo, non avendo tempo da perdere con chi, fra l’altro, si presenta sotto pseudonimo. Cordialità.

  4. Fulgenzio

    ” La ribellione infatti non fu voluta dal popolo siciliano ma sobillata dalla nobiltà siciliana appoggiata dall’Inghilterra, molto interessata allo smembramento delle Due Sicilie, e dalla massoneria locale e internazionale.”

    Dalla Spectre, dal KGB, dal Mossad, dalla CIA, dallo Spirdo Muto e dai Klingon….

    E anche da 007, con licenza di uccidere.

  5. Ignazio Coppola

    Il popolo ovvero il grande assente nelle vicende risorgimentali: Qualcuno, suo malgrado, se ne faccia una ragione

    Risorgimento senza popolo è proprio quello che sosteneva Antonio Gramsci, e poi Paolo Mieli ed infine la ciliegina sulla torta Ippolito Nievo con la sua inequivocabile testimonianza a proposito della conquista di Palermo. Tutti ovviamente personaggi di Civiltà cattolica. Antonio Gramsci : “il popolo ebbe un ruolo molto marginale, anzi subalterno, così che il risorgimento si caratterizzò, con tutte le sue ineluttabili e deleterie conseguenze, come “conquista regia” e non come movimento popolare. E poi ancora Paolo Mieli il quale nel capitolo del suo libro Storia e politica Risorgimento- Fascismo e Comunismo dedicato al risorgimento, frutto di approfondite ricerche storiche (Ernesto Ragionieri, Gabriele Turi, Fulvio Camarrano, Giorgio Candeloro e altri) perviene alla conclusione di un risorgimento realizzato da una “ èlite”, in cui il popolo non fu per niente protagonista e, proprio perché èlite, riuscì a creare un’area di consenso popolare assai ristretta o quasi nulla. Ed infine come detto la ciliegina sulla torta dell’assenza del popolo nelle lotte risorgimentali e nella stessa spedizione dei Mille, dopo lo sbarco di Marsala avvenuto tra l’indifferenza generale della popolazione, come riporta testualmente il garibaldino Giuseppe Bandi nel suo libro “ I Mille” , ce ne dà altrettanta buona testimonianza quanto Ippolito Nievo scrive, il 24 giugno del 1860, alla cugina Bice con la quale intrattiene una intensa corrispondenza, a proposito della conquista di Palermo: ““Ti giuro Bice… dentro pareva una città di morti, non altra rivoluzione che, sul tardi, qualche scampanio. E noi soli, ottocento al più sparsi in uno spazio grande quanto Milano, occupati, senz’ordine e senza direzione, alla conquista di una città. Noi correvamo per vicoli e piazze in cerca dei napoletani per farli sloggiare e dei palermitani per far fare loro la rivoluzione. Riuscimmo mediocremente più nell’una che nell’altra cosa. In fin dei conti Palermo rimase nostra di noi soli come si direbbe a Milano” E se lo diceva la camicia rossa e vice intendente di finanza della spedizione garibaldina Ippolito Nievo a questo punto pure il buon Fulgenzio potrebbe crederci e farsene una ragione anziché arrampicarsi sugli specchi e parlare e sproloquiare a sproposito appellandosi ironicamente, come i cavoli a merenda, al KGB , al Mossad e alla CIa. Farebbe bene a studiare e documentarsi un pò di più su come andarono realmente i fatti 160 anni fa

  6. Augusto Marinelli

    In questo dibattito l’aspetto buffo è che se ci fu un’area nella quale il popolo partecipò al processo che per brevità chiamiamo “Risorgimento” fu la Sicilia. Basti pensare alla rivoluzione separatista del 1820 (che dovrebbe piacere agli indipendentisti di oggi), ai cospiratori con Salvatore Meccio e Domenico Di Marco, all’insurrezione messinese del dicembre 1847, agli iniziatori della rivoluzione del 1848, che diede l’avvio alla “primavera dei popoli”. A Marsala lo sbarco fu accolto con diffidenza ? Verissimo, ma le stesse testimonianze memorialistiche – attenzione a non confondere la memorialistica con le testimonianze immediate – per i giorni successivi suonano una musica diversa quanto a partecipazione popolare.
    E Nievo ? Ma chi ha letto l’epistolario di Nievo si è reso ben conto che il bravo Ippolito, che per altro non aveva molta simpatia verso i siciliani, quando scriveva alla cugina Bice ci teneva a “rodomenteggiare” un po’, per farsi più interessante ai suoi occhi visto che i sentimenti che nutriva per la Bice non erano di semplice affetto cuginesco, tanto più se acquisito. Alla battaglia di Palermo parteciparono migliaia di siciliani, e Pietro Merenda quasi cento anni fa ne predispose addirittura l’inventario.
    Condividere sulle rivoluzioni di Sicilia le posizioni dei cavourriani, cioè dei responsabili politici – la storia non fa processi – degli errori spesso tragici che segnarono il processo di formazione dello stato italiano, mi sembra davvero un modo singolare di risvegliare l’orgoglio siciliano. Sostituire come eroe popolare Ferdinando II a Francesco Riso non mi sembra molto “sicilianista”. Credo proprio che sarebbe bene tornare a studiare come andarono le cose nel diciannovesimo secolo.

  7. Fulgenzio

    Caro Coppola,

    quando si citano le fonti, si fa riferimento alle opere e alle pagine da cui sono estrapolati i passi; se non c’è alcun riferimento bibliografico potrei avere seri dubbi sull’attendibilità della fonti stesse.

    Questa premessa è necessaria, perché quando ho citato il passo tratto dal libro di Giorgio Candeloro, ne quale smentivo il suo scoop (uno storico di formazione gramsciana) ho citato l’opera, il volume e la pagina, lei Coppola, cita a metà.

    Su Gramsci: vedo che lei estrapola un passo, non si sa se proviene da un articolo appartenente all’Ordine Nuovo o ai Quaderni dal Carcere, lei Coppola non lo dice.

    Forse lei non sa che Gramsci, attento lettore di Vincenzo Cuoco, autore del Saggio sulla Rivoluzione napoletana, ha coniato il concetto enunciato dal Cuoco medesimo di Rivoluzione Passiva.

    Non la sto a tediare con la questione, mi limito soltanto a dirle che per Gramsci il Risorgimento fu una Rivoluzione Passiva perché il Partito d’Azione non fu in grado di imporre la sua egemonia politica e perché non affrontò il tema della Riforma Agraria, riforma che fu oggetto di battaglia politica del Gramsci soviettista e ordinovista prima e poi di militante del Partito Comunista d’Italia.

    Per questo Gramsci sosteneva la tesi della mancanza dell’appoggio delle masse, perché la “quistione” agraria non fu affrontata dalal classe dirigente democratic e al sud non fu bolscevicamente data la terra ai contadini.

    Sulle teorie di Gramsci, Rosario Romeo ebbe buon gioco a contestare la posizione “ideologica” del fondatore del PCI e non storiografica perché attraverso una analisi marxiana della società fatta dal “liberale” Romeo, una tesi giacobina come quella gramsciana non avrebbe mai ottenuto il consenso delle popolazioni rurali e una rivolta contadina avrebbe allontanato la borghesia meridionale e siciliana che era l’elite del moto risorgimentale.

    Su Mieli, non perdo tempo, da quello che leggo, non dice nulla d nuovo, e rimastica a modo suo, mielistico oserei dire, le teorie gramsciane, senza alcun briciolo di originalità.

    Su Nievo, prendo la lettera per quello che è, Non Fingo Hypotheses (non costruisco teoremi), anche se sarebbe stato opportuno citare il passo e dire dove è stato estrapolato; su consiglierei di leggere il suo capolavoro Le Confessioni di un Italiano che è un libro splendido per capire lo spirito di un epoca come quella romantico-risorgimentale.

    Le teorie complottistiche, o altre amenità di Maduli e dello stesso Coppola, vengono regolarmente smentite dai fatti, un po’ d’ironia non fa mai male.

    Le teorie complottistiche che leggo le trovo divertenti perché non hanno alcun fondamento, come non ha alcun fondamento l’articolo in questione perché si racconta un fatto che conoscono tutti.

    Suo Fulgenzio

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