21
Gen
2017
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Le banche siciliane (e in generale del Sud): come le hanno saccheggiate, da Garibaldi ai nostri giorni

Nel 1860 Garibaldi depredò prima il Banco di Sicilia e poi il Banco di Napoli. Negli anni ’80 del secolo passato è iniziata la grande ‘calata’ delle banche del Centro Nord nella nostra Isola e, in generale, in tutto il Mezzogiorno. Negli anni ’90, con la regia della Banca d’Italia è stato completato il saccheggio ai danni delle Regioni meridionali  

di Ignazio Coppola

Dal 1860 ai nostri giorni la Sicilia è una colonia dell’Italia. Tale affermazione, tutt’altro che paradossale e peregrina, con i dovuti riscontri, viene legittimata da quanto per più di 150 anni è avvenuto ai danni sistema bancario siciliano e meridionale da sempre predato e saccheggiato dagli istituti di credito del Nord.

Il saccheggio della banche meridionali inizia con l’entrata di Garibaldi a Palermo, nel maggio del 1860, quando il liberatore nizzardo, senza colpo ferire, si impossessò di 5 milioni di ducati d’oro, equivalente a 86 milioni di Euro dei nostri giorni, contenuti nelle ‘casse’ del Regio Banco di Sicilia. Quando giungerà a Napoli, il duce delle camicie rosse ripeterà la stessa operazione con il saccheggio del Banco di Napoli in cui erano contenuti 6 milioni di ducati equivalenti ad attuali circa 90 milioni di Euro. Con questi atti di pirateria bancaria inizia il saccheggio delle banche meridionali sino ad allora floride e le cui riserve auree riempivano oltre misura i depositi dei Banchi di Sicilia e di Napoli.

Le ingenti somme sottratte servirono a pagare le spese di guerra e le malversazioni della spedizione garibaldina e, di esse, la rimanente gran parte verrà trasferita a Torino servirà poi ad implementare le asfittiche ‘casse’ delle Banche dei Savoia. Con questo atto di pirateria e di appropriazione indebita dei risparmi dei siciliani e dei napoletani inizia, senza soluzione di continuità e sino ai nostri giorni, il drenaggio delle ricchezze e delle risorse economiche dei meridionali a beneficio degli istituti di credito e dell’economia del Nord.

Oggi a coronamento di questa lunga scia di predazioni e spoliazioni della banche meridionali, che dura da più di 150 anni, non esiste più nella nostra Isola un istituto di credito siciliano di ampie dimensioni. Da parecchi anni sono calate in Sicilia molte banche settentrionali (Unicredit, Istituto San Paolo, Ca.RI.GE., Monte dei Paschi di Siena, Unipol, Banca Nuova, Credito Emiliano, Mediolanum, UBI Banca e via dicendo) che, famelicamente, drenando i risparmi (o per lo meno quello che ne è rimasto) dei siciliani e li reinvestono nel Centro Nord del Paese, con buona pace della economia isolana.

Ma come è potuto accadere tutto questo? Prima dell’infame furto di Garibaldi al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli, esisteva nel Regno delle Due Sicilie un solido sistema bancario che era in grado di emettere monete d’oro e d’argento, a differenza della Banca Nazionale Sarda che emetteva carta moneta e le cui riserve d’oro non riuscivano a garantire il valore delle banconote stampate.

Con l’Unità d’Italia il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli, dopo essere stati saccheggiati, vengono declassati a favore delle banche del Nord che furono autorizzate a battere moneta come appunto la Banca nazionale Sarda, la Banca Nazionale Toscana, il Credito Toscano e la Banca di Parma.

Dopo alcuni anni la Banca Nazionale Sarda, dopo avere assorbito altri istituti di credito, assumerà la denominazione di Banca Nazionale del Regno d’Italia, divenendo di fatto il più importante istituto di emissione. Mentre tutto questo accadeva, ai Banchi di Sicilia e di Napoli veniva impedito di raccogliere monete d’oro e di emettere banconote favorendo di fatto il sorgere di nuove banche al Nord come la Cassa Generale di Genova, la Cassa di sconto di Torino, il Credito Mobiliare di Torino e il Banco di Sconto di Torino, tutte quante, guarda caso, socie della nuova Banca Nazionale del Regno d’Italia.

Tutte queste banche avevano il principale obiettivo di finanziare le imprese del Nord a scapito delle sviluppo dell’economia meridionale. A riprova ed a testimonianza di questa aberrante logica, da parte delle banche del Nord, di affossare ogni nascente ipotesi di sviluppo dell’imprenditoria meridionale, ecco quanto ebbe a dire il banchiere settentrionale Carlo Brombrini, amico e consulente economico di Cavour e poi, per più di vent’anni, dal 1861 al 1882, governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia:

“I meridionali non dovranno più intraprendere”.

Facile profeta. Il banchiere piemontese Carlo Bombrini, a dimostrazione dell’accanimento e del suo dispregio rivelato in quella frase nei confronti del Sud, fu il creatore e l’attuatore del piano di smantellamento e di alienazione di tutti i beni del Regno delle Due Sicilie i cui proventi andarono poi ad implementare le ‘casse’ povere del nuovo Regno d’Italia.

Lo scandalo della Banca Romana del 1893, dovuta all’emissione indiscriminata di banconote, consigliò in seguito agli spregiudicati signori della finanza dell’epoca più prudenza con la creazione della Banca d’Italia che agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso passato giocherà un ruolo devastante nello smantellamento del sistema bancario siciliano.

Ed è appunto seguendo questa logica perversa che ha accompagnato questa nostra breve digressione sul sistema bancario italiano – penalizzante per l’economia meridionale – che registriamo, negli anni ’80, la calata degli istituti di credito del Nord abbondantemente elencati all’inizio, che fanno, mallevadori di questa operazione la Banca d’Italia ed il Ministero del Tesoro, razzia della quasi totalità di piccole banche siciliane accaparrandosi i loro clienti ed i loro portafogli.

Ma il capolavoro dell’azzeramento degli Istituti di credito siciliani, la Banca d’Italia ed il Minstero del Tesoro lo compiono ancora una volta, ed in modo più traumatico per i risparmiatori e per l’economia siciliana, costringendo i due più significativi ed importanti Istituti di credito siciliani – il Banco di Sicilia e la Sicilcassa – prima ad accorparsi per poi finire, dopo una serie di passaggi, al gruppo Unicredit.

Risultato: non esiste più una banca siciliana. L’aberrante logica del banchiere di ieri – Carlo Bombrini – quando diceva che: “Il Sud non deve più intraprendere”, è stata fatta propria dai banchieri di oggi che, nei fatti, hanno applicato la seguente regola:

“I siciliani non devono avere più una banca”.

In compenso, non avendo, come ieri, più da saccheggiare i risparmi dei meridionali, i banchieri di oggi – ovvero quelli del Monte dei Paschi di Siena, della Banca Popolare dell’Etruria, della Banca Popolare di Vicenza e via dicendo – si sono distinti per il saccheggio dei loro correntisti-risparmiatori che, in poco tempo, hanno visto azzerati i propri conti.

Per quanto riguarda la Sicilia i nostri politici che fanno? Ascari, come sempre, stanno a guardare quanto, ancora a distanza di più di 155 anni, la nostra isola sia rimasta una colonia.

Su questo tema sono interessanti anche i seguenti articoli:

Il ‘regalo’ di Ciampi alla Sicilia: la vera storia della fine del Banco di Sicilia

Quando Garibaldi rubò i soldi al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli

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22 Responses

  1. Fulgenzio

    Non sono solito commentare le dicerie, perché non essendovi alcuna prova, lasciano il tempo che trovano e per fortuna queste non fanno testo, nemmeno quando si fanno pesantissime insinuazioni su personalità del passato.

    Però sulla questione emissione carta moneta vorrei dire una cosa, solo per smentire la confusionaria ricostruzione del fantasioso giornalista che si diletta a parlare di argomenti di storia come se questi fossero chiacchiere da bar.

    Non è vero che la Sicilia non emanava più carta moneta dallo Scandalo della Banca Romana, anzi continuò a farlo sino al 1926…

    Vi consiglio di leggere bene questo articolo, scritto con serietà e rigore, non certo in modo confusionario e approssimativo come questo che cerca di fare del sensazionalismo per sostenere tesi inverosimili.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/11/04/quando-il-banco-batteva-moneta.html

  2. MICHELE ALBANO

    Ad invadere la Sicilia, attratti dal suo clima e dai prodotti della terra, lo fecero i Fenici, lo fecero i GRECI, poi, i ROMANI, poi gli ARABI, poi i NORMANNI, ma almeno loro hanno lasciato monumeti che il mondo intero ci invidia, perchè non doveva farlo anche “L’INVIATO SPECIALE” dei savoia, lu e i sui 1000 “nobiluomini”, attratti daI ducati d’oro delle casse del Banco di Sicilia ? Ma MENTRE i PRIMI HANNO LASCIATO IL PIENO ( DI OPERE D’ARTE), MA LUI, L’INVIATO SPECIALE HA LASCIATO UN GROSSO VUOTO ….NELLE CASSE DEL BANCO DI SICILIA, LA BANCA PIù IMPORTANTE E PIù GROSSA DELL’EPOCA.

  3. Fulgenzio

    In effetti Rosolino Pilo, Francesco Crispi, Giuseppe La Farina, Michele Amari e company erano invasori della loro stessa terra…

    :))))))

  4. Augusto Marinelli

    Posso ricordare che secondo la legge 20 aprile 1818, art. 1, l’unità monetaria del regno delle Due Sicilie era il ducato “d’argento” ?
    Quanto all’impedimento per i meridionali di “intraprendere”, se le mie modestissime conoscenze non mi ingannano capitani d’industria come Vincenzo Florio prima e suo figlio Ignazio dopo costruirono la maggior parte della loro fortuna dopo il 1860 e non prima.

  5. Scusate, però vorrei fare una piccola correzione, dalla Banca di Sicilia a Palermo sono stati ritirati 200 milioni di ducati in oro pari intorno a 750 miliardi di euro, e dal banco di Napoli 422 milioni pari a 1500 miliardi di euro, il danno è molto piu grande di quanto si pensi

  6. Scusate ancora, dimenticavo, una parte dei soldi del Banco Siciliano servirono a pagare 1000 uniformi invernali per i garibaldini, e ad affittare le navi per arrivare in calabria, ovviamente le navi furono strapagate e le uniformi regalate ai contadini, perchè non erano necessarie, furono una spesa inutile, inoltre i soldi di entrambe le banche pagarono i debiti savoiardi, sull’orlo della bancarotta e con un misero capitale di intorno ai 40 milioni di lire in banconote (inflazione molto alta), il resto servirono a far diventare il nord quello che è oggi, chiusero le industrie del sud e cominciarono a costruire quelle al nord, a costruire strade, ponti, acquedotti, bonificare le paludi che popolavano in quantità il nord, che prima che il meridione fosse invaso e annesso era uno dei regni con il tasso di morte per colera piu alto di europa, mentre il Regno delle Due Sicilie quello con il piu basso tasso di morte infantile, con una media di laureati in medicina 1 su ogni 3 cittadini, senza i nostri soldi loro sarebbero ancora a coltivare riso in mezzo le paludi, le loro università che oggi sono le migliori secondo confindustria sarebbero niente in confronto alle nostre, ricordo che quella di Napoli fu una delle prime università d’europa insieme a quella di Parigi.

  7. I Florio cominciano la loro
    ascesa alla fine del settecento
    con una crescita costante delle
    fortune di una famiglia di
    imprenditori, che, copre oltre
    due secoli di successi prima di
    subire il tracollo finanziario e
    la fine della dinastia nel 1896.
    La fine dei Florio coincide, con
    le dimissioni di Francesco Crispi
    il commissariamento della Sicilia
    con l’avvento di Giolitti, nemico
    di Crispi. Cominciarono così
    i guai dei Florio dopo 26 anni
    della nascita del Regno di
    Italia, Giolitti mal tollerava i
    siciliani, infatti furono i siciliani
    Napoleone Colajanni e anche il
    Crispi, a mettere in luce gli
    scandalosi imbrogli della Banca
    Romana, scandalo poi risolto con
    l’insabbiamento vergognoso di
    tutti i fatti e la soppressione della
    quasi totalità dei documenti.

  8. Per Michele Albano.
    Fenici, Greci e Normanni, non
    hanno mai invaso la Sicilia.
    I Fenici da tempo immemora
    bile, tenevano empori commer
    ciali nelle zone costiere della
    Sicilia, con rapporti proficui e
    pacifici con gli abitanti.
    I Greci inizialmente, dopo
    frequenti contatti con i siciliani
    chiedevano le terre. Solo Atene
    alcuni secoli dopo, venne in
    armi sul suolo siciliano, e subì
    due tremende disfatte ad opera
    di Siracusa. In Normanni non
    hanno invaso la Sicilia, hanno
    liberato la Sicilia dagli Arabi,
    hanno istituito nell’isola il
    primo parlamento dell’era
    moderna, la Scuola Poetica con
    la lingua siciliana, hanno
    costruito mirabili monumenti
    che sono le nostre ricchezze
    culturali e storiche,sono stati
    siciliani e hanno amato la loro
    terra, distanti anni luce dagli
    ultimi invasori.

  9. Il diritto di emettere banconote
    fu riservato esclusivamente alla
    Banca d’Italia nel 1926. Inoltre la
    Banca d’Italia si assumeva lo
    incarico di liquidare la banca
    romana
    ormai tecnicamente fallita evitan
    do che si sviluppasse una crisi.
    Fino a quel momento, oltre alla
    Banca d’Italia, era permesso di
    emettere banconote al Banco di
    Sicilia e al Banco di Napoli, in
    parte perchè risultate estranee
    allo scandalo della banca romana
    ex banca dello Stato Pontificio,
    in parte perchè erano istituti
    pubblici, a differenza delle altre
    banche che risultavano essere
    private. e
    sopratutto, perchè autorizzate allo
    esercizio in esclusiva della raccolta
    delle rimesse degli emigranti
    meridionali.Il primo luglio del 1926
    il Banco di Napoli passa alla Banca
    d’Italia valuta aurea per 952 milioni
    di lire: una cifra enorme per l’epoca
    un capitale mai posseduto fino ad
    allora da alcun istituto di credito
    Italiano.

  10. Fulgenzio

    Quanto siete divertenti nel cercare di sostenere tesi prive di fondamento, eppure vi avevo dato un link nel quale si spiegava con una buona sintesi, i motivi per cui fu dato sino al 1926 la possibilità del Banco di Sicilia di emetere moneta…Fu il fascismo nella persona di Mussolini a volere, prendendo a pretesto la stabilizzazione della lira, che aveva subito la svalutazione a causa delle conseguenze economiche del conflitto…

    Leggete i link e non cercate di arrampicarvi sugli specchi con tesi insostenibili..

  11. Augusto Marinelli

    Per una dinastia che comincia ad operare alla fine del Settecento, due secoli di successi ne garantiscono il ruolo fino alla fine del Novecento: se le date dicono cose diverse, bisogna mettersi d’accordo con l’aritmetica prima che con la storia.
    Quanto all’addossare al Giolitti la colpa della crisi delle imprese dei Florio, trascrivo qui poche righe di un articolo di Rosario Lentini – che è tra i migliori storici dell’economia siciliana moderna ed è anche bravo in aritmetica – apparso sul sito “Lidentitàdiclio”, al quale rimando per la lettura integrale.
    “Appaiono risibili alcune considerazioni sicilianiste sulla fine dei Florio e, tra le più ricorrenti, quella secondo cui Ignazio jr. sarebbe stato vittima di un complotto antimeridionale ordito da Giolitti con la complicità della Banca d’Italia e della Banca Commerciale. I dati dicono ben altro: tra il 1894 e il 1902 si registrarono il fallimento del Credito Mobiliare e l’autoconsegna di Florio alla Banca Commerciale per mancanza di liquidità; da quel momento si consuma solo la sua residua credibilità – o meglio – quella del buon nome della Casa. Negli otto anni in questione non c’è alcun governo Giolitti; c’è Crispi dal 15 dicembre 1893, cui succede un altro siciliano, Starrabba di Rudinì, con ben quattro governi consecutivi fino all’estate del 1898; infine seguiranno Pelloux, Saracco e Zanardelli fino al 21 ottobre 1903. Il successivo 3 novembre si insedierà Giovanni Giolitti (fino al 16 marzo 1905) e il nuovo presidente del Consiglio interverrà, ma per ragioni esattamente opposte a quelle indicate dai suoi detrattori. Come mostrato dalla storiografia più accreditata, Giolitti temeva il fallimento di Florio, per i contraccolpi che avrebbe potuto generare in Sicilia.
    Nessun complotto politico-finanziario mandò in rovina Florio e fu lui a far naufragare l’ultima opportunità di essere salvato, nel 1908, rigettando la proposta elaborata da Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d’Italia”.

  12. Tutto ha inizio con mastro
    Tommaso Florio a metà 600
    in Calabria, a Melicuccà, e poi
    a Bagnara. A fine 700 Ignazio e
    Paolo Florio figli di Vincenzo
    sbarcati a Palermo allo scopo
    di dedicarsi al redditizio
    commercio delle droghe…
    un accavallamento dei ruoli
    dovevo scrivere fine seicento.
    Ma sempre due secoli sono.
    Ma far risalire l’ascesa dei
    Florio con l’inizio del Regno
    d’Italia nel 1860, mi sembra
    una tesi alquanto azzardata.
    Alcuni anni dopo l’unità
    d’Italia, invece, cominciavano
    a delinearsi i primi segni di
    cedimento della dinastia dei
    Florio, come già detto e
    confermo.

  13. Augusto Marinelli

    Ovviamente l’ascesa dei Florio comincia con il loro sbarco a Palermo, a cavallo tra Settecento e Ottocento. Mastro Tommaso, a Melicuccà, era un povero artigiano.
    Nel 1860 Vincenzo Florio era certo un industriale affermato, era proprietario dello stabilimento enologico di Marsala, della Fonderia Oretea, aveva cinque piroscafi.
    Ma la “Piroscafi Postali di Ignazio e Vincenzo Florio” nacque nel 1861 e la “Oretea” a quella data aveva 136 dipendenti, che a metà degli anni Settanta saranno oltre il triplo. La Navigazione Generale Italiana, poi, nacque nel 1881. Che le difficoltà di casa Florio comincino negli anni Novanta dell’Ottocento è appunto ciò che ben sappiamo. Non sta in piedi l’affermazione secondo la quale sarebbero iniziati con l’avvento di Giolitti, come dimostrano gli studi di Barone, Cancila e Lentini, e non solo, fondati su larghissima documentazione. La cronologia indicata appunto da Lentini non lascia alcun dubbio al riguardo.

  14. Augusto Marinelli

    Mi scuso per l’errore di battitura. “Sarebbero iniziati” va letto, naturalmente, come “sarebbero iniziate”.

  15. Fabbri a Melicuccà, imprenditori
    a Bagnara, dove essi diventarono
    commercianti del mare e giravano
    per tutto il tirreno, su piccole
    imbarcazioni, trasportando merci
    acquistate in Sicilia, in Campania,
    fino a Livorno, Genova e Marsiglia.
    Il florido commercio fu fatalmente
    interrotto dal terribile terremoto
    del 1783, dove la cittadina di Bagnara
    contò 3331 vittime. A seguito del
    terribile sisma,seguendo la migra
    zione di un folto nucleo di Bagna
    resi, verso le coste nord-occiden
    tali della Sicilia,Ignazio e Paolo
    Florio, decisero di emigrare a
    Palermo, dove già si trovavano
    dei parenti. Sulla decisione influì
    quindi, un evento drammatico, e
    non solo economico per il ridursi
    considerevolmente gli scambi
    commerciali a causa dell’evento
    drammatico.

  16. Fulgenzio

    Scusate, ma i commenti non dovrebbero essere, si fa per dire, in topic con quanto viene pubblicato? Chi legge pensa che ci sia stata una discussione sui Florio, argomento non affrontato dal fantasioso articolista nella sua genericissima interpretazione dei fatti, se si esclude, la pesantissima insinuazione priva di qualsiasi prova, essendo questa basata su diceria.

  17. Augusto Marinelli

    La discussione sui Florio è derivata dall’affermazione contenuta nell’articolo secondo la quale dopo il 1861 si decise (?) : “i meridionali non dovranno più intraprendere”. Ho ricordato che i risultati più cospicui Vincenzo e Ignazio senior li ottennero dopo quella data e che nella crisi della casa Giolitti non ebbe alcun ruolo negativo, come da classica tesi complottista.
    Profitto di questo ultimo commento sul tema per precisare che nelle casse del Banco Regio delle Due Sicilie di Palermo non c’erano affatto né cinque milioni di ducati “d’oro” né, tanto meno, i 200 milioni vagheggiati da qualcuno: c’erano esattamente ducati 5.409.298,20 in argento e ducati 35.246,10 in moneta di rame. Il loro utilizzo richiederebbe un intervento troppo lungo per un blog, quindi chiudo definitivamente qui.

  18. Ignazio Coppola

    DEDICATO ALL’AMICO FULGENZIO

    Questo articolo da me pubblicato qualche tempo su diversi giornali e riviste a proposito delle rapine del predone Garibaldi a danno del Banco delle Due Sicilie e del Banco di Napoli è dedicato per opportuna conoscenza all’ “amico” Fulgenzio che mi rimprovera di pressapochismo e di tesi prive di fondamento che lasciano il tempo che trovano. Io a differenza dell’amico Fulgenzio che arrampicandosi sugli specchi e parlando a vanvera e non adducendo nessuna prova su quanto sostiene, ho sempre cercato di documentarmi raccogliendo prove e testimonianze che sono appunto riportati in tutti i miei scritti e nell’articolo in questione e che leggendolo spero Fulgenzio se ne faccia una ragione e si ricreda su una concezione sbagliata che ha della storia. Il nome Fulgenzio vuol dire splendido , brillante e proprio per non continuare a brillare e splendere con supponenza e presunzione di ritenersi depositario della verità storica che ha dimostrato ampiamente di non conoscere è bene che si documenti e ne tragga le opportune conseguenze e alla fine come detto, suo malgrado, se ne faccia una ragione e tal fine gli auguro una buona e “documentata” lettura

    GARIBALDI E IL SACCHEGGIO DEL REGIO BANCO DI SICILIA

    (Ignazio Coppola) Il 27 maggio del 1860 data l’inizio della scientifica spoliazione e della rapina delle ricchezze e dei beni delle genti del Sud e dei siciliani Con l’entrata di Garibaldi a Palermo ha infatti inizio il saccheggio della tesoreria del Regio Banco di Sicilia . Del resto che cosa ci si poteva aspettare da un predone che in sud america era uso, grazie alle lettere di “ corsa” assaltare e depredare, per far bottino, le navi imperiali brasiliane e spagnole.

    Dell’enorme tesoro in lingotti d’oro che allora il Banco di Sicilia conteneva e che fu saccheggiato da Garibaldi ne è testimonianza il fatto che poco meno di un anno prima( nel 1859) i dirigenti del banco siciliano avevano commissionato ad alcune imprese edili il rafforzamento della pavimentazione del Banco stesso resa pericolante dall’enorme peso della traboccante cassaforte in cui appunto erano contenute ingenti somme di denaro e enormi quantità di lingotti d’oro. Ad alleggerirla in quel maggio del 1860 e a risolvere i problemi e i pericoli del sovrappeso della cassaforte ci pensò, alla sua maniera, Garibaldi rapinando il contenuto della cassaforte e depredando i palermitani e i siciliani dei loro risparmi.

    Il tutto avvenne in occasione dell’incredibile e inspiegabile ingresso di Garibaldi in una Palermo presidiata da 24000 borboni e dopo la farsa della battaglia di Calatafimi, dove grazie al tradimento e alla corruzione(il prezzo del tradimento ammontò allora a 14000 ducati) del generale Landi ,3000 borboni batterono in ritirata di fronte a circa 1000 garibaldini male in arnese e nella quasi totalità inesperti all’ uso delle armi. In quell’occasione, proprio quando i borboni in numero nettamente superiore e attestati in una posizione più che favorevole, si accingevano a sconfiggere facilmente i garibaldini, il generale Landi , che già aveva intascato una fede di credito di 14000 ducati, un somma enorme per quei tempi equivalenti a 430 milioni di vecchie lire e 224mile euro dei nostri giorni, diede ordine al proprio trombettiere, di suonare il segnale della ritirata, lasciando sbigottiti ed esterrefatti gli stessi garibaldini che, a quel punto, non credevano ai propri occhi. Come non credevano ai propri occhi gli stessi soldati borbonici che con rabbia e sdegno, loro malgrado, furono costretti a ubbidire. Scriverà poi Cesare Abba nelle suo libro “ Da Quarto al Volturno” : “E quando pensavamo di avere perso improvvisamente ci accorgemmo di avere vinto e meravigliati dal campo stemmo a guardare la lunga colonna ritirarsi a Calatafimi”. E ancora , uno dei Mille , Francesco Grandi nel suo diario così riportava:” Ci meravigliammo non credendo ai nostri occhi e alle nostre orecchie, da come si erano messe le cose, quando ci accorgemmo che il segnale di abbandonare la contesa non era lanciato dalla nostra tromba ma da quella borbonica.” Più chiaro di così . Tanto potè a Calatafimi il tradimento e la corruzione del generale Landi come possiamo rilevare da quanto riportato nei loro diari degli stessi garibaldini increduli testimoni dell’”inglorioso” evento. Ma “l’intelligenza con il nemico” di Landi nella battaglia di Calatafimi non fu certo pari a quella del generale Lanza a Palermo. Questi lo superò di gran lunga,nel modo come all’alba del 27 maggio agevolò l’entrata di Garibaldi a Palermo da porta Termini, lasciandola deliberatamente sguarnita e non prendendo alcun provvedimento malgrado alcuni suoi ufficiali lo sollecitassero a fare uscire le truppe( che contavano ben 24000 uomini) acquartierate al palazzo reale per contrastare i circa 3000 garibaldini ( ai Mille si erano nel frattempo aggiunte alcune bande di picciotti molte delle quali condotte da noti mafiosi dell’epoca) che si accingevano a entrare in città. Lanza lasciò deliberatamente il grosso delle truppe inoperose e poca resistenza poterono fare le 260 reclute che erano rimaste a presidio di porta Termini da cui, travolta questa scarsa resistenza, i garibaldini dilagarono in città rimanendone nei giorni successivi assoluti padroni poiché Lanza si ostinava a tenere inspiegabilmente(era evidente il tradimento e la connivenza con il nemico) le sue truppe acquartierate e inoperose nei pressi del Palazzo Reale. Nei giorni seguenti, fedele a un copione già stabilito e concordato, chiede per il giorno 29 maggio all’ammiraglio inglese Mundy, che si trovava con la sua nave ammiraglia Hannibal nella rada di Palermo la mediazione per la firma di un armistizio che verrà accordato e che si protrarrà sino al 3 giugno . Nelle more dell’armistizio, per accordare ulteriori 3 giorni di proroga Garibaldi, pretenderà la consegna di tutto il denaro del Regio Banco delle Due Sicilie. E come è facilmente arguibile, da copione già scritto, il Lanza acconsentirà facendo per questo nascere il legittimo sospetto, alla luce degli avvenimenti di quei giorni caratterizzati da tradimenti e corruzioni, che, nella divisione della torta del saccheggio del Banco, una fetta non indifferente andasse alla fine nelle capienti tasche del generale borbonico. Del resto, di qualche giorno a Calatafimi sulla falsariga della corruzione e del tradimento, lo aveva preceduto per cifre più modeste il generale Landi. La cronaca di quei giorni e della consegna di quanto contenuto e saccheggiato dal Banco delle Due Sicile” e bene e dettagliatamente riportata nel libro di Lucio Zinna “il Caso Nievo”( che come si sa fu il viceintendente di finanza della spedizione dei Mille). Zinna fa una puntuale e interessante ricostruzione del caso Nievo e della sua misteriosa morte avvenuta nel marzo del 1861 ,nell’affondamento del Piroscafo Ercule a punta Campanella nei pressi di Napoli mentre stava portando a Torino la rendicontazione della gestione amministrativa e finanziaria dell’impresa dei Mille comprendente anche, si presume, la vicenda riguardante la “consegna” del denaro del Banco delle Due Sicile preteso da Garibaldi all’atto dell’armistizio. Ma sfortunatamente tutto andò a fondo nel naufragio dell’Ercole e ogni notizia al riguardo si perse con la misteriosa morte di Nievo. Lucio Zinna nel suo interessante libro, così puntigliosamente e minuziosamente, ricostruisce la cronaca del ” prelievo” fatto da Garibaldi a danno dei palermitani e dei siciliani al Banco delle Due Sicilie: “ Il primo giugno Francesco Crispi e Domenico Peranni( ultimo tesoriere di nomina borbonica,ben presto e per breve tempo Ministro delle Finanze della dittatura garibaldina) ricevettero nel palazzo delle finanze, dallo stesso generale Lanza e in presenza di funzionari, la somme che vi erano custodite. Complessivamente 5 milioni 444ducati e 30 grani. E poiché nella monetazione siciliana-spiega Zinna nella sua puntuale ricostruzione – un ducato,equivalente a dieci tarì, corrispondeva al cambio in lire italiane di 4,20, la somma complessiva ammontava a 22 milioni864mila 801 ducati e 26 centesimi pari a 166 miliardi 962 milioni738 mila 984 lire che tradotti in euro fa 86 milioni 229 058 e 44 centesimi. Un importo complessivo costituito dai depositi dei privati tranne 112 mila 286 ducati di pertinenza erariale. Una somma enorme equivalente a quasi metà delle spese sostenute nella guerra franco piemontese del 1859 contro l’Austria. E fu così che privati cittadini palermitani e siciliani si videro così spogliare di tutti i loro risparmi ai quali Garibaldi rilasciò una improbabile ricevuta con su scritto “ Per spese di guerra” con l’impegno che il nuovo stato avrebbe restituito il prestito. Il foglietto contenente la ricevuta restò negli archivi a futura memoria. Il dovuto non fu mai restituito ma distribuito ai garibaldini , alla copertura delle spese delle guerre sabaude e al ripianamento del debito pubblico dello stato più indebitato d’Europa che era allora il Piemonte per le enormi spese di guerra sostenute. I siciliani e i palermitani aspettano ancora di essere risarciti di queste rapine anche per questo la magica parola Risorgimento vorrà ancora oggi ,per loro significare, con i dovuti interessi, Risarcimento. Di questo prelievo indebito e forzato è difficile, trattandosi di un vero e proprio atto di saccheggio e di pirateria dei depositi bancari dei siciliani, trovarne traccia nelle cronache e nei libri del tempo. Ne fa cenno nel suo libro-diario “La Flotta inglese e i mille” l’ammiraglio sir Rodney Mundy, inviato, con la sua flotta, dal governo del suo paese, a scortare e proteggere Garibaldi, che così debitamente riporta l’avvenimento : 1° giugno – Riferendosi alle clausole della convenzione firmata dal generale Lanza e dal sig. Crispi, segretario di stato del governo provvisorio, la Finanza e la Zecca reale passava agli insorti. Nelle casse furono trovate un milione e duecentomila sterline in denaro contante” ( Corrispondente, in sterline, all’ingente somma così bene e minuziosamente descritta da Lucio Zinna)

    Per non fare torto ai siciliani e ai palermitani, appena giunto a Napoli, Garibaldi non si fece parimenti scrupolo di depredare e usare lo stesso trattamento e gli stessi metodi di rapina alla capitale del Regno delle Due Sicilie. Il palazzo reale fu spogliato e depredato di tutto e così come avvenne a Palermo fu saccheggiato l’oro della Tesoreria dello Stato e tutti i depositi del Banco di Napoli requisiti e dichiarati beni nazionali . Con un decreto del 23 ottobre, ben 6 milioni di ducati equivalenti a 118 miliardi delle vecchie lire e a 90 milioni degli attuali euro provenienti da questi saccheggi furono poi divisi tra gli occupanti e i loro sodali. Furono pure requisiti il patrimonio e i beni personali di Francesco II di cui indebitamente si impossessò Vittorio Emanuele II . Più avanti il re di Sardegna si offrirà di restituirli al legittimo proprietario se questi avesse acconsentito a rinunciare al suo diritto al trono delle Due Sicilie. “ La dignità non si compra” fu la lapidaria risposta del deposto ultimo re della dinastia borbonica in Italia ,definita “la negazione di Dio”, al re “galantuomo”che lo aveva depredato di tutto. E dire che di recente il ballerino cantante principe Emanuele Filiberto di Savoia e suo padre Vittorio Emanuele, degni discendenti del re “galantuomo”, con la regale faccia tosta che li contraddistingue, rientrati dall’esilio pretendevano un cospicuo risarcimento per svariati milioni di euro per i danni subiti, a loro dire, dallo stato italiano.Avrebbero fatto bene i due ridicoli e patetici rampolli discendenti di casa Savoia a rileggere la Storia di quei tempi e rivisitare i massacri le rapine, le spoliazioni e i saccheggi perpetrati indebitamente dai loro avi a danno delle popolazioni meridionali e per questo, esse e non i Savoia, legittimamente destinatarie di risarcimenti mai bastevoli a compensare gli incommensurabili e inestimabili danni subiti.

    Ma torniamo al generale Ferdinando Lanza. Dopo avere consentito a Garibaldi di depredare,nelle more dell’armistizio del 30 maggio, il Banco di Sicilia in cui si presume abbia avuto la sua parte di “bottino”,giusto il tempo di consentire saccheggio, firmerà appena sette giorni dopo( il 6 giugno) una disonorevole e umiliante capitolazione . Ben 30 mila borboni bene armati e in pieno assetto di combattimento( ai 24000 uomini accampati, che Lanza teneva inoperosi nel piano di palazzo reale, se ne erano nel frattempo aggiunti 6000 agli ordini di Bosco e Won Mekel rientrati a Palermo dopo il vano inseguimento alla colonna del garibaldino Orsini) si arrenderanno a poco più di 3000 tra picciotti e garibaldini male in arnese e scarsamente armati. Una incredibile e assurda capitolazione che non trova alcuna elementare spiegazione in nessun manuale di strategia militare, se non giustificata dalla corruzione e dal tradimento dei generali Landi a Calatafimi e Lanza a Palermo. Scrive, a proposito di questa inconcepibile resa, ancora Cesare Abba: “Gli abbiamo visti partire. Sfilarono dinanzi a noi alla marina per imbarcarsi, una colonna che non finiva mai,fanti,cavalli, carri. A noi pare un sogno, ma non a loro” Era un sogno. I garibaldini ancora una volta, come a Calatami, non credevano ai propri occhi: avevano guadagnato una battaglia che, considerata l’enorme disparità in campo a loro sfavorevole mai pensavano di poter vincere. Un sogno per i garibaldini, un incubo per i soldati duosiciliani cui li aveva precipitati il tradimento e la corruzione dei propri generali.

    Rientrato a Napoli, Ferdinando Lanza finirà davanti alla Corte Marziale per alto tradimento Non ci sarà il tempo di condannarlo per il precipitare degli eventi dovuti alla fuga da Napoli di Francesco II . Il generale Lanza potrà così godersi il frutto delle proprie malefatte. Della sua “intelligenza con il nemico” negli avvenimenti di Palermo del giugno del 60 ne è riprova quanto avvenne poco meno di tre mesi dopo a Napoli. Il 7 settembre Lanza si recherà a palazzo d’Angri a rendere omaggio a Garibaldi e a complimentarsi per le sue “ vittorie” e ricordargli che a queste vittorie lui aveva dato il suo determinante e peculiare contributo.

    Altrettanto bene non finirà invece al generale Landi. Vi ricordate delle fede di credito di 14mila ducati quale prezzo della sua arrendevolezza a Calatafimi? Ebbene nel marzo del 1861 quando si presenterà presso la sede del banco di Napoli per esigere il prezzo del”malaffare”, dai funzionari del banco si sentirà dire che quella fede di credito era taroccata . Il suo valore non era di 14mila ducati ma bensì di 14 ducati a cui erano stati aggiunti truffaldinamente tre zeri. Ai dirigenti, che gli aprivano sconsolatamente le braccia, confesserà con rabbia di averla avuta personalmente da Garibaldi. Corrotto e truffato dunque , Landi, precedentemente degradato e posto in pensione, morirà per il dispiacere poco tempo dopo.

    Saccheggi, spoliazioni,tradimenti corruzioni,truffe da Garibaldi ai Savoia questi gli ingredienti che caratterizzarono la conquista del Sud e portarono a una mal metabolizzata “Unità d’Italia”. Oggi, a distanza di 150 anni da quegli avvenimenti, nulla è cambiato. Con queste premesse del resto cos’altro potevano pretendere gli italiani e le popolazioni meridionali che di questa mala Unità ne pagarono e ne continuano a pagare le drammatiche e costose conseguenze

  19. Fulgenzio

    Egregio dottor Coppola,

    la validità di ciò che scrive non deriva dalla sua abilità a narrare i fatti, molti di questi sono contestabili e in un serio contesto storico le sue tesi complottistiche sarebbero immediatamente demolite persino da un dottorando di ricerca in storia (la storia è piena di avvenimenti simili, e il complottismo si può applicare ovunque; un esempio: il 25 luglio del 1943 e la caduta di Mussolini si presterebbe benissimo ad una interpretazione complottistica) per la lettura che non è affatto storiografica ma puramente dietrologica.

    L’unica cosa che ho contestato è stato il suo pacchiano errore sulla questione Banco di Sicilia ed emissione della lira che è avvenuta sino al 1926 e nella sua mancata risposta in proposito.

    Invece di rispondere, lei continua nella sua lettura animata da antistorica vis polemica contro Garibaldi, il cui mito non nasce da postuma agiografia sabauda, come ella intende surrettiziamente affermare scorrettamente, ma per la vita che ha avuto; mi riferisco in particolar modo sulla difesa della Repubblica romana, la partecipazione per le guerre del 1859 e se si esclude la vicenda siciliana che fu oggettivamente un’impresa notevole, per quanto ella si sforza di utilizzare argomenti da bar sport parlando di tradimenti, come se si parlasse di giocatori di calcio in fuorigioco, è continuata sino alla guerra franco-prussiana quando furono i garibaldini, gli unici a sconfiggere sul campo di battaglia i prussiani del Generale Von Moltke, cosa che non riuscì al disfatto esercito di Napoleone III (a meno che non vi sia un antistorico, un Coppolà francese che spieghi ai francesi che la causa della sconfitta di Sedan fu determinata dal tradimento!)

    Per il resto, non commento un articolo privo di riferimenti bibliografici degni di questo nome: non ci sono fonti, non ci sono libri da cui lei avrebbe attinto le sue interpretazioni, ci sono errori grossolani nella sua ricostruzioni (la storia è una disciplina seria, non si può affrontarla in maniera dilettantesca)

    Il suo articolo, proprio perché privo di seria bibliografia e di riferimenti, un patchwork di dicerie che non servono all’approfondimento storiografico, non rivelano novità, e che sono piene di ingiustificato livore.

    Suo Fulgenzio

  20. Augusto Marinelli

    Intervengo su un solo punto del testo, la favola del tradimento di Landi a Calatafimi. Inventata dai padri gesuiti [La Civiltà cattolica, anno XII, vol. X della serie IV, Roma, All’Uffizio della Civiltà Cattolica, 1861, “Cronaca”, pp. 236-37, “Il tradimento del generale Landi”, che indica il prezzo del tradimento in sedicimila ducati; la somma si riduce a quattordicimila, che diverrà poi la cifra canonica, alle pagine 278-79, in una nota al racconto “Olderico o il zuavo pontificio” di padre Antonio Bresciani], ripresa dalla propaganda borbonica [G. De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, volume terzo, Verona, Tipografia Vicentini e Franchini, 1865, p. 201], piace – me ne stupisco – anche ai sicilianisti.
    Eppure è una storiella che si smonta da sé, e non soltanto per il trascurabile dettaglio che fa resuscitare Landi, morto il 2 febbraio 1861, per mandarlo in banca a riscuotere il mese successivo, ma perché pretende di far consegnare a Landi il titolo strumento della corruzione da Garibaldi in persona, ignorando del tutto la cronologia degli eventi. Quando, dove, come Garibaldi avrebbe incontrato clandestinamente Landi per raggiungere il preteso accordo? Nella notte tra il 14 e il 15 maggio, nella campagna tra Salemi e Calatafimi? E poi il prezzo del tradimento sarebbe stato pattuito (non pagato, attenzione) sulla fiducia? Sarebbe stato un bell’azzardo. Chi garantiva infatti a Garibaldi che Landi avrebbe rispettato il patto? O a Landi che Garibaldi sarebbe stato nelle condizioni di rispettarlo, atteso che la campagna era appena all’inizio? E se i garibaldini alla fine fossero stati sconfitti, Landi si sarebbe esposto per nulla? E ancora: se Landi si fosse accorto che il documento era truccato (ma poi perché ricorrere ad un falso se – giurano i borbonici vecchi e nuovi – Garibaldi aveva le tasche piene delle inesistenti “piastre d’oro turche”?), si può immaginare la sua reazione; dunque bisogna addirittura presumere che Landi intaschi e non controlli.
    E infine. Qual è lo stipendio-base annuo di Landi? Tremila ducati. Dunque i” trenta denari” non sembrano una cifra così spropositata. Possiamo dire che Landi si accontenta di poco? Facciamo un esempio. Come viene premiato Carmine Di Vita, il soldato che a Calatafimi conquista la bandiera di Valparaiso? Promozione a sergente, soldo giornaliero da 17 grana a 32, medaglia dell’ordine di s. Giorgio, un premio di 120 ducati, più o meno due anni di stipendio. Quanto avrebbe fruttato a Landi la vittoria sui garibaldini e forse perfino l’arresto del loro capo?

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