Agricoltura del Sud verso il deserto tra grano canadese (e ora anche turco) e olio d’oliva spagnolo e tunisino/ MATTINALE 471

Agricoltura del Sud verso il deserto tra grano canadese (e ora anche turco) e olio d’oliva spagnolo e tunisino/ MATTINALE 471
10 dicembre 2019

E’ in corso un attacco concentrico contro il grano duro e contro l’olio d’oliva extra vergine, due prodotti tipici del Sud Italia e, in particolare, di Puglia e Sicilia. Non conosciamo la situazione dell’olio d’oliva in Calabria, ma sappiamo che nella stessa Calabria c’è un attacco contro la produzione di clementine. Non è difficile capire quello che sta succedendo: vogliono affossare gli agricoltori del Sud. Si vogliono prendere i terreni? 

Ieri abbiamo dato la notizia – tremenda – di un carico di quasi un milione di quintali di grano duro canadese e turco arrivato nel porto di Bari. Quattro navi cariche di grano estero che scaricano il grano duro nella ‘Capitale’ del grano duro italiano: la Puglia. Tutto questo dopo che circa due mesi fa, sempre a Bari, sono arrivati 750 mila tonnellate di grano estero!

E sono – attenzione! – dati parziali. Perché i porti della Puglia e della Sicilia sono tanti. E il monitoraggio non esiste. Anzi, dalla Puglia, ogni tanto, si riesce a sapere qualcosa, mentre il buio accompagna quello che avviene in Sicilia in materia di importazione di grano estero e di olio d’oliva (soprattutto spagnolo e tunisino).

E quando in Sicilia il buio avvolge un vorticoso giro di affari, ebbene, non è difficile immaginare che cosa (e chi) ci sta dietro.

Puglia e Sicilia, due Regioni dove nel mondo del grano duro e dell’olio d’oliva succede di tutto e di più (non abbiamo usato la parola “extra vergine” perché se tale parola è corretta per l’olio d’oliva pugliese e siciliano, non altrettanto possiamo dire per l’olio d’oliva importato in queste due Regioni, che rimane avvolto da un grande punto interrogativo).

Riprendiamo, a proposito della Puglia un articolo dello scorso 9 Agosto di Andria Viva. A parlare è Savino Muraglia, presidente della Coldiretti di questa Regione:

LE NAVI CARICHE DI GRANO CANADESE – “Dopo il crollo delle importazioni registrato l’anno scorso, è inaccettabile il balzo del 700% nel 2019 di grano importato dal Canada, dove viene fatto un uso intensivo del diserbante ‘glifosato’ proprio nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato, uso che in Italia è vietato, con il via vai di navi nel porto di Bari, con una media di 2 al giorno cariche di grano straniero. La Puglia è il principale produttore italiano di grano duro, con 346.500 ettari coltivati e 9.990.000 quintali prodotto e valore della filiera della pasta in Puglia pari a 542.000.000 euro. La Puglia è, d’altro canto, la Regione che paradossalmente ne importa di più, tanto da rappresentare un quarto del totale del valore degli arrivi di prodotti agroalimentari nella Regione”.

Non è facile capire quello che succede. Proprio in questo fine anno il prezzo del grano duro del Sud è aumentato. Come ha raccontato in alcuni post su Facebook Mario Pagliaro – post che noi abbiamo ripreso – il prezzo del grano duro, soprattutto in Puglia, è cresciuto.  Dai 18-20 euro al quintale dello scorso anno, il prezzo del grano duro, in Puglia, è passato a 27-28 euro al quintale.

Chi ha interesse, allora, a far arrivare tanto grano duro estero in Puglia e, in generale, in Italia? Le spiegazioni possono essere tante. Ci potrebbe essere una domanda molto sostenuta di grano duro: cosa, questa, che spiegherebbe l’aumento del prezzo di questo prodotto registrato nel nostro paese da Luglio ad oggi.

Ma potrebbe essere in atto un tentativo di ‘calmierare’ il prezzo crescente del grano duro del Sud Italia. Magari un messaggio, di stampo ‘coloniale’, del seguente tenore:

IL SUD E’ UNA COLONIA E TALE DEVE RESTARE – “Il mercato del grano duro, nel Sud Italia, lo facciamo noi, il prezzo lo decidiamo noi. Gli agricoltori pugliesi e siciliani si rassegnino: se il prezzo aumenta, noi facciamo arrivare il grano estero con le navi. Sì, anche il grano canadese al glifosato e, magari, anche con la presenza di micotossine DON. A noi di questi contaminanti non ce ne frega niente. Del resto, l’Unione europea che fino a certe quantità lo possiamo dare a mangiare alle persone. Tanto più che lo misceliamo con il grano duro del Sud Italia e la percentuale di veleni di abbassa. E raggiungiamo due obiettivi: abbiamo il grano duro ricco di proteine che riduce i costi di produzione per la pasta e riduciamo anche il prezzo in ascesa del grano duro del Sud Italia. tanto voi, al Sud, la CUN non ve la daremo mai!”.

“Siamo meridionali”, canta Mimmo Cavallo, magari sfruttati: e tali dobbiamo restare. La colonizzazione del Sud Italia comincia proprio dal settore primario, l’agricoltura.

Su Facebook, a proposito dell’olio d’oliva, leggiamo un lungo post di Pinuccio dello scorso 2 Dicembre:

IL POST DI PINUCCIO SULL’OLIO D’OLIVA – “Amo poter condire la mia frisa con abbondante olio extravergine di oliva pugliese e nel versare quell’olio capisco dal bouquet di profumi l’immenso patrimonio che abbiamo in Puglia ma in generale nell’intera Italia. Secoli di cura per la terra che hanno portato la mia regione a produrre il 60% della produzione d’olio in Italia, nonostante questo i produttori sono al collasso e ogni oliva raccolta può diventare una perdita economica per chi decide ancora di crederci nel settore. Il paradosso è dato dal fatto che in una annata così feconda, con una qualità dell’olio eccezionale, gli agricoltori devono farsi due conti prima di raccogliere il frutto di un intero anno, poiché il costo di un chilo d’olio è pressoché pari a 4 caffè di un bar medio. Secondo Il Sole 24 Ore, infatti, in questi giorni in Puglia l’olio viene venduto fino ad un minimo di 3,50 euro al chilo, vanificando ogni sforzo economico e lavorativo. Un ribasso che si assesta a circa -20% che continua a far registrare punte sempre più basse. Ad attaccare il nostro fragile mercato è soprattutto l’olio spagnolo, che minaccia l’intero mercato con le scorte stoccate, che rappresentano l’88% del totale mondiale delle riserve d’olio. Un colosso difficile da poter contrastare, se si tiene conto che le associazioni di categoria parlano di importazioni dalla Spagna che superano i due terzi del fabbisogno italiano. A questo si aggiungono le importazioni tunisine quadruplicate negli ultimi anni con prezzi che si attestano a 2 euro il chilo anche in annate dove quello italiano veniva pagato a 7. E naturalmente qui nasce la speculazione. Pur di vendere si accettano prezzi molto bassi, spesso il nostro olio viene usato per ‘tagliare’ altro olio di qualità inferiore e se poi andiamo a vedere il mercato dell’oliva la situazione diventa ancora più tragica e diventa anche più difficile seguire il percorso del prodotto. Naturalmente dobbiamo sempre chiederci il perché di un prezzo troppo basso per una bottiglia di olio extravergine. Le motivazioni sono tante e per legge dovrebbero essere segnate in etichetta. L’olio non è italiano, non è europeo etc etc etc. Ma spesso l’olio può arrivare ad un prezzo basso anche per un mercato gestito male e per un politica che a parole vuole tutelare i nostri prodotti ma nella pratica fa ben poco. Dietro un prodotto agricolo che viene svalutato così tanto c’è una storia di svalutazioni ovvero il lavoro, quindi la manodopera, la cura dei terreni e di un territorio e tante altre fasi della produzione ai più sconosciute. Ora i politici sono impegnati in queste eterne campagne elettorali e a me sembra che poi, esclusi i proclami, si faccia ben poco per tutelare quello che di buono produce il nostro paese”.

L’OLIO D’OLIVA DEODORATO E L’OLIO TUNISINO – Come per il grano duro che arriva con le navi – immesso nel mercato per abbassare i prezzi – anche per l’olio d’oliva ‘qualcuno’ si industria per far arrivare nel Sud Italia olio d’oliva di pessima qualità (ci siamo già occupati dell’olio d’oliva deodorato, ovvero olio d’oliva che, invece di essere mandato al macero, viene lavorato eliminando i cattivi odori e, magari, venduto come “Olio d’oliva extra vergine” a meno di 3 euro a bottiglia…).

Quest’anno non abbiamo avuto notizia, ma lo scorso anno abbiamo ‘sgamato’ un fiume di olio d’oliva tunisino arrivato in Sicilia. Soprattutto a Sciacca, in provincia di Agrigento. 

Neanche a farlo apposta, qualche giorno addietro il nostro amico Franco Calderone, coordinatore del Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale di Pino Aprile in Sicilia – che nella vita fa l’agricoltore – ci ha raccontato quello che ha visto, anzi, che ha vissuto di persona, in un importante ristorante di New York, dove hanno portato a tavola un ‘olio d’oliva extra vergine’ del Mediterraneo che non era nemmeno olio d’oliva… Il segno che anche negli Stati Uniti d’America, dove la tradizione dell’olio d’oliva portata dagli italiani dovrebbe essere tutelata, si è ormai imbastardita!

Non è difficile intuire quello che sta succedendo. E’ evidente che c’è un attacco alle produzioni tipiche di Puglia e Calabria. L’arrivo massiccio di olio d’oliva estero e di grano duro estero in queste due Regioni persegue un obiettivo preciso: indebolire questi due settori e convincere gli agricoltori pugliesi e siciliani ad abbandonare il settore: magari vendendo le aziende a soggetti esteri…

Quello che desta impressione è la totale assenza – rispetto a questi tempi – della politica locale: segnatamente, della Regione Puglia e della Regione siciliana.

L’ATTACCO ALLE CLEMENTINE CALABRESI – E la Calabria? Non abbiamo notizie di quello che sta avvenendo in Calabria con l’olio d’oliva: magari qualche nostro amico ci informerà.

Ma sappiamo che una produzione tipica della Calabria – la produzione di clementine – è oggetto di una speculazione al ribasso. 

Resta da capire cosa fare di fronte a chi lavora scientificamente per distruggere l’agricoltura del Sud (spiace dirlo, spesso con la connivenza di meridionali che, pur di guadagnare, non esitano a penalizzare la propria terra).

Fino ad oggi, l’unica cosa certa è che i meridionali non possono contare sui partiti politici nazionali.

Il soggetto politico del Sud c’è già,con riferimento al Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale. Bisogna capire come organizzarlo sul territorio per cominciare ad entrare ‘dentro le istituzioni’. Alternative non ce ne sono.

 

 

 

 

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