La pasta industriale italiana ‘Made in Italy’? Sì, con il grano duro estero a tempesta!

La pasta industriale italiana ‘Made in Italy’? Sì, con il grano duro estero a tempesta!
4 novembre 2018

Di fato è quello che emerge leggendo un’inchiesta ‘Il Fatto alimentare’. Che riporta l’origine del grano duro utilizzato da 23 note aziende italiane produttrici di pasta industriale. Puglia e Sicilia – le Regioni del Sud maggiori produttrici di grano duro – sono citate appena due volte. Quasi tutte le aziende esaminate acquistano grano duro estero. I consumatori di USA, Giappone, Francia e Germania sanno cosa arriva su loro piatti?  

Ci ha incuriosito un articolo pubblicato nei giorni scorsi da Teatro Naturale – agricoltura – alimentazione – ambiente. Il servizio illustra i dati della produzione di pasta nell’Unione Europea. Da dove risulta che l’Italia è il primo Paese produttore, con 3,6 milioni di tonnellate di pasta prodotta nel 2017. Così ci siamo posti una domanda: ma se il grano duro nel Mezzogiorno d’Italia è in crisi, se un quintale di grano duro prodotto nel Sud Italia, lo scorso anno (e anche quest’anno), viene pagato 18 euro (circa 4 euro in meno del costo di produzione!), se molti produttori si sono rifiutati lo scorso anno (e si rifiutano quest’anno) di vendere il grano duro a un prezzo così basso, con quale grano duro le industrie italiane producono la pasta? Dell’argomento, come alcuni di voi sapranno, ci siamo occupati ampiamente, fino ad essere trascinati in tribunale dalle multinazionali della pasta (abbiamo vinto noi.  Sotto, correlati, alcuni articoli sul tema).Alzheimer

Intanto, leggiamo insieme i dati di Eurostat pubblicati su Teatro Naturale – agricoltura – alimentazione – ambiente:

“Nel 2017, secondo i dati Eurostat, nell’Unione Europea (UE) sono stati prodotti 5,4 milioni di tonnellate di pasta, per un valore di 5,3 miliardi di euro, ossia 2 milioni di tonnellate (60%) più di dieci anni fa. Non sorprende che l’Italia sia stata di gran lunga il primo Stato membro dell’UE nella produzione di pasta. Con 3,6 milioni di tonnellate di pasta prodotta l’anno scorso, per un valore di 3,5 miliardi di euro, l’Italia ha rappresentato il 67% della produzione totale dell’UE sia in termini di volume che di valore”.

Non solo:

“L’Italia – leggiamo sempre nell’articolo – è stata di gran lunga il primo esportatore europeo di pasta (1,8 milioni di tonnellate esportate, pari al 76% del totale degli Stati membri dell’UE). In totale, nel 2017, gli Stati membri dell’UE hanno esportato quasi 2,4 milioni di tonnellate di pasta e due terzi (67%) di questa quantità sono stati esportati verso altri Stati membri dell’UE”.

Quali sono i Paesi europei che importano la pasta industriale italiana?

“I due principali Stati membri importatori dell’UE – leggiamo sempre nell’articolo – sono stati la Germania (363 000 tonnellate di pasta importate nel 2017, pari al 25% delle importazioni totali degli Stati membri dell’UE) e la Francia (337 000 tonnellate, 23%)”.

Le industrie della pasta italiana esportano anche fuori dall’Unione Europea:

“Le due principali destinazioni delle esportazioni di pasta al di fuori dell’UE nel 2017 – conclude l’articolo – sono stati gli Stati Uniti (167 000 tonnellate, pari al 21% delle esportazioni totali di pasta al di fuori dell’UE) e il Giappone (77 000 tonnellate, 10%)”.

Torna la nostra domanda: se il grano duro del Sud Italia è in crisi e se in Italia arrivano da Paesi esteri navi cariche di grano duro a tempesta, è evidente che la pasta prodotta dalle industrie italiane non può essere tutta di grano duro italiano: anzi.

E la conferma della nostra deduzione logica arriva da un articolo pubblicato su Il Fatto alimentare che tratta, per l’appunto, il tema dell’origine del grano nelle marche di pasta più famose d’Italia.

In questo articolo si riporta l’origine del grano duro utilizzato dalle varie industrie della pasta. Il dato che viene fuori è che sono pochissime le aziende che utilizzano grano duro italiano in purezza. A dominare sono le miscelazioni.

Vediamo i dati:

Pasta Agnesi: grano duro italiano (ma non si specifica da dove, perché, ad esempio, il grano duro prodotto nel Sud Italia è di qualità superiore al grano duro prodotto nel Centro Nord Italia: specificare la provenienza significa anche specificare in quali Regioni italiane viene coltivato il grano duro utilizzato).

Pasta Aldi Cucina nobile: 80% Italia, 10% Francia e 10% Canada

Pasta Aldi/ Regione Che Vai – Gragnano IGP&nbsp: 40% Italia, 30% Australia, 20% Stati Uniti e 10% Canada.

Pasta Barilla: 70% da fornitori locali (Italia, US, Grecia, Turchia, Russia); 30% da Francia, Nord America e Australia, in percentuali variabili (anche in questo caso sarebbe opportuno conoscere in quali Regioni italiane viene prodotto il grano duro utilizzato).

Pasta Carrefour: Paesi UE e non UE (significa che il grano duro arriva da Paesi europei non specificati e da Paesi extra europei non specificati).

Pasta Combino (Lidl): Paesi UE e non UE.

Pasta Conad: Paesi UE e non UE.

Pasta coop: Italia, Australia, Canada, Francia, Stati Uniti, Spagna, Grecia, Canada, Messico, Argentina, Kazakistan.

Pasta De Cecco: Italia, Usa (California, Arizona), Australia e Francia.

Pasta Delverde: Italia (51%), Usa, Australia, Francia.

Pasta Divella: Italia (Puglia e Basilicata) – minimo 65%, Australia, Francia, Stati Uniti (Arizona).

Pasta Esselunga: Italia e altri Paesi UE e non UE.

Pasta Garofalo: Australia, Usa (Arizona), Italia.

Pasta Granoro: Italia, Francia, Usa (Desert durum) e Australia (in ordine decrescente).

Pasta Iper: Italia e altri Paesi UE e non UE.

Pasta Iper Voi: Italia (Sicilia).

Pasta Italiamo Lidl: Paesi UE e non UE.

Pasta La Molisana: 70% grano italiano qualità (14/15 proteine coltivazione del Centro e Sud Italia); 30% Grano Kronos Arizona – grano australiano – piccola % grano francese.

Pasta Reale (MD e LD Market): Paesi UE e non UE.

Pasta Rummo: Paesi UE e non UE (Italia, Arizona, Australia).

Pasta Unes – Don Nicola: Paesi UE e non UE.

Pasta Voiello: Italia.

Pasta ZìMarì (MD e LD Market): Paesi UE e non UE.

I dati su esposti si commentano da soli. Le Regioni del Sud Italia – che sono quelle che producono il miglior grano duro del nostro Paese grazie al clima – nei marchi esaminati sono poco citate e, tranne qualche caso, sono sempre in ‘compagnia’ (nel senso che il grano duro italiano viene miscelato con grani duri esteri).

Noi non prendiamo nemmeno in considerazione la pasta prodotta con grani duri “UE e non UE” perché non hanno nulla a che vedere con la tradizione della pasta prodotta con il grano duro del Sud.

La dizione “grano duro italiano”, per noi del Sud Italia, non significa nulla: come già accennato, a nostro modesto avviso, nel pacco di pasta va indicata la Regione italiana di provenienza del grano duro.

Dal nostro punto di vista – quello dei meridionali – la pasta fatta miscelando grani duri del Sud Italia con grani duri esteri ha poco senso. Se poi sono “grani italiani”, senza nemmeno la specificazione della Regione di provenienza, beh, per noi meridionali non esiste. 

Notiamo che i grandi nomi della pasta industriale italiana ammettono di miscelare grano duro italiano con grani duri esteri. Perfetto: una ragione in più, per noi meridionali, di mangiare la nostra pasta: la pasta artigianale prodotta con i nostri grani duri!

In questi marchi la parola “Sicilia” compare solo una volta: nel caso della Pasta Iper Voi.

La parola “Puglia” compare una sola volta, nel caso della pasta Divella.

Su 23 marche di pasta industriale italiana le due Regioni italiane che producono più grano duro sono citate appena due volte!

Nell’articolo de Il Fatto alimentare leggiamo un passaggio che ci lascia un po’ perplessi:

“È importante sottolineare che le differenze qualitative della pasta non sono correlate all’origine del grano, come in troppi lasciano intendere prefigurando la superiorità del prodotto 100% made in Italy. La realtà è diversa come dimostrano i test comparativi condotti in questi anni che hanno sempre posizionato in cima alla classifica pasta ottenuta con miscele di grano nazionale miscelato con quello importato da: USA, Canada, Francia, Australia…”.

Noi, da meridionali, non condividiamo tale tesi. E ribadiamo che noi del Sud dobbiamo mangiare non pasta industriale, ma la pasta fatta con il grano duro del Sud. Per un motivo semplice: perché il grano duro, nel Sud Italia, matura naturalmente, senza l’ausilio di varie diavolerie.

Sappiamo che negli ultimi anni, il grano duro si è diffuso nel Centro Nord Italia. Bene: la pasta prodotta con il grano duro del Centro Nord Italia non ha motivo di arrivare nel Sud.

Per questo è importante, per noi del Sud, cominciare a mangiare pasta artigianale o comunque prodotta con il nostro grano duro: sia grano duro tradizionale, sia pasta fatta con varietà di grani duri antichi.

Noi del Sud, così come non abbiamo bisogno dell’olio d’oliva extra vergine in bottiglia venduto nei supermercati, non abbiamo bisogno della pasta industriale: la pasta industriale lasciamola mangiare agli abitanti del Nord Italia e ai cittadini dei Paesi esteri – Germania, Francia, Stati Uniti, Giappone – che, di fatto, acquistano una pasta che, nelle migliore delle ipotesi, è prodotta solo in parte con il grano duro del Sud Italia.

C’è un’altra frase che leggiamo nell’articolo de Il fatto alimentare che ci lascia di stucco:

“In generale possiamo dire che la qualità del grano importato è superiore rispetto a quello italiano e per questo motivo costa di più”.

Intanto non sempre è così. Costa di più, ad esempio, il Desert durum (il grano duro prodotto in Arizona e California che non costa mai meno di 40 dollari al quintale), ma tanti altri grani duri che arrivano con le navi nel Sud Italia costano meno del grano duro meridionale che è già – come ricordato – deprezzato.

Aggiungiamo che il grano duro italiano costa 18 euro perché è oggetto di una speculazione al ribasso. E la spiegazione è semplice: è in atto una manovra per portare alla fame i produttori di grano duro del Sud Italia, costringendoli a vendere i terreni.

Negli ultimi anni sono circa 600 mila gli ettari di seminativi del Sud che sono stati abbandonati. L’obiettivo finale è scippare i terreni agli agricoltori del Sud, perché è solo nel Mezzogiorno che si possono coltivare grani duri di qualità, sia con riferimento a quelli tradizionali, sia con riferimento ai grani antichi.

Già la prima varietà di grano duro antico del Sud Italia – il Senatore Cappelli è stato, di fatto, scippato agli agricoltori del Sud ed è finita nella mani di una società del Nord.

C’è strato anche un tentativo di scippare alla Sicilia altre varietà di grani duri antichi: tentativi per ora bloccati. Ma non dimentichiamo che, dal 1860, il Sud, per il Nord Italia, è solo una ‘colonia’ da spremere. Quello che hanno fatto con il Senatore Cappelli è solo l’inizio.

Non dimentichiamo che ‘l’operazione Cappelli’ è stata ‘pilotata’ durante un Governo nazionale di centrosinistra e non è stata smontata dall’attuale Ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio.

A buon intenditor, poche parole…

P.s.

Domanda: che c’entrano i grani duri USA, canadesi e australiani con la Dieta Mediterranea? 

QUI L’INCHIESTA DE IL FATTO ALIMENTARE    

Foto tratta da it.123rf.ccm

 

 


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