‘Spirtusare’ il mare di Gela e Licata alla ricerca di idrocarburi: siamo sicuri che non si provocheranno danni? Parla Domenico Macaluso

‘Spirtusare’ il mare di Gela e Licata alla ricerca di idrocarburi: siamo sicuri che non si provocheranno danni? Parla Domenico Macaluso
17 aprile 2021
  • Abbiamo posto la domanda a Domenico ‘Mimmo’ Macaluso, uno dei più grandi conoscitori dei fondali del Mediterraneo. Ci ha detto che proprio a poche miglia da Gela e da Licata…
  • Andare a ‘disturbare’ un Pockmark potrebbe provocare disastri ambientali come quelli del Messico o di Java. Il maremoto di Sciacca del 1951 
  • “I Pockmarks devono essere considerati un rischio geologico. Nella pianificazione di una installazione petrolifera, in presenza di vulcanesimo sedimentario, oggi è richiesto un accurato studio dei fondali”
  • Un grave errore ignorare i  fenomeni legati alla presenza di vulcanesimo sedimentario 

Abbiamo posto la domanda a Domenico ‘Mimmo’ Macaluso, uno dei più grandi conoscitori dei fondali del Mediterraneo. Ci ha detto che proprio a poche miglia da Gela e da Licata…

Siamo così sicuri che consentire ai petrolieri di trivellare il mare di Gela e di Licata non comporti pericoli? Siamo sicuri che, oltre ai danni ai fondali e al possibile inquinamento, non ci possano essere altri problemi? Ce lo chiediamo e lo chiediamo perché, dopo aver pubblicato un’intervista a Domenico ‘Mimmo’ Macaluso – grande conoscitore dei fondali del Mediterraneo – qualche dubbio ci assale. Così siamo venuti in possesso di una relazione scritta proprio dal dottor Macaluso. I nostri lettori conoscono questo personaggio. Ricordiamo, per grandi linee, chi è a chi non conosce la sua passione per lo studio dei fondali marini. Macaluso è un chirurgo che lavora a Ribera, in provincia di Agrigento. Fa parte del Dipartimento d’Urgenza e Componente Commissione Emergenza Sanitaria e Calamità Naturali dell’Ordine dei Medici di questa provincia. Le due parole – “Calamità Naturali” – ci dicono che Macaluso è qualcosa di più di un medico. Dotato di brevetto di sommozzatore FIPSAS-CMAS e PADI International, con la qualifica di Rescue Diver (sommozzatore rianimatore), dal 1999 Mimmo Macaluso ha coordinato per la sezione agrigentina e saccense della Lega Navale Italiana e l’Ordine dei Geologi della Sicilia una serie di immersioni sottomarine sui resti dell’edificio vulcanico sommerso che giace sul Banco di Graham, nel Canale di Sicilia, il vulcano che per soli cinque mesi, nel 1831, diede vita all’isola Ferdinandea. Nel 2007, nominato “Ricercatore Subacqueo” nel progetto dell’Unione Europea “Discovering Magna Grecia”, ha effettuato la mappatura dei siti d’interesse archeologico-subacquei della Sicilia sud-occidentale. Nel Luglio del 2009 ha partecipato, assieme ad i ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Bologna, ad alcune missioni subacquee di recupero di gas, dalle fumarole della caldera di Panarea; nel maggio 2017 ha curato per il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università di Napoli la taratura di rilievi geofisici per il GEAC (Gruppo Geologia Ambienti Costieri). È il Responsabile Scientifico del Settore Mare, del WWF Sicilia, Area Mediterranea e, qualche mese fa, è stato nominato Ispettore Onorario della Regionale siciliana per la Geologia Marina.

Andare a ‘disturbare’ un Pockmark potrebbe provocare disastri ambientali come quelli del Messico o di Java. Il maremoto di Sciacca del 1951 

Fatta questa premessa doverosa – anche per avere contezza della conoscenza che ha accumulato – vediamo adesso cosa pensa Macaluso del tratto di mare – che interessa Gela e Licata – dove i petrolieri sono tornati a scorrazzare grazie al Governo di Mario Draghi. “Nel corso di due crociere oceanografiche – scrive Macaluso – che nel 2006 e nel 2012 il sottoscritto ha contribuito a pianificare e nelle quali ha diretto le operazioni sottomarine, finalizzate sia alla ricerca di un nuovi vulcani nel Canale di Sicilia, che alla realizzazione di un documentario per National Geographic (vedi su youtub Caccia al Vulcano), abbiamo individuato a circa 190 metri di profondità, una depressione perfettamente circolare di notevoli dimensioni (diametro di quasi 1000 metri) che è stato esplorato con un ROV: le immagini che la telecamera ad alta definizione del minisommergibile filo-guidato, hanno restituito, hanno dimostrato che le pareti rotonde della struttura, non erano composte da materiale basaltico o pomiceo: la struttura non era di origine vulcanica, ma si trattava di un Pockmark o cratere da esplosione sottomarina di una sacca di metano”. La presenza di Pockmark, dice Macaluso, “non rappresenta comunque un fattore favorevole per le attività di ricerca/estrazione petrolifera”. E aggiunge: “Oltre al rischio di frane, considerato che il fondo marino in queste aree risulta composto da sedimenti poco consistenti (sloop instability), bisogna tenere conto della liberazione repentina del gas, nel caso che una sacca venga intercettata nel corso di una trivellazione, per gli effetti devastanti che può avere l’espansione del gas o la sua esplosione. Gli studi dove si evidenziano questi rischi rappresentano delle vere e proprie linee guida, di cui tenere conto anche nelle istruttorie di processi giudiziari, dopo disastri ambientali, come quello del golfo del Messico o come quello del 2006, quando l’eruzione del vulcano di fango LUSI, durante una trivellazione per la ricerca di petrolio, ha determinano l’evacuazione di 30.000 persone, in una regione a densa popolazione ad est di Java. L’eruzione di fango attiva per due anni ha determinato la morte di 13 persone per la rottura di un gasdotto, cancellato quattro villaggi e distrutto 25 fabbriche, determinando un danno economico quantificato in circa 70 milioni di dollari”. Per non parlare del maremoto di Sciacca del 1951 raccontato dallo stesso Macaluso.  

“I Pockmarks devono essere considerati un rischio geologico. Nella pianificazione di un’installazione petrolifera, in presenza di vulcanesimo sedimentario, oggi è richiesto un accurato studio dei fondali”

Insomma, non stiamo parlando di cose da nulla, ma di possibili eventi dirompenti. “I Pockmarks – sottolinea Macaluso – devono essere considerati un rischio geologico. Nella pianificazione di una installazione petrolifera, in presenza di vulcanesimo sedimentario, oggi è richiesto un accurato studio dei fondali”. Questi possibili problemi sono tenuti nella giusta considerazione da chi richiede di poter trivellare il Mediterraneo? “E’ auspicabile un’attenta verifica della congruità degli Studi di Impatto Ambientale (approntati dalle stesse società petrolifere), da parte dagli organi preposti al controllo dei SIA – scrive Macaluso -. Nello Studio di Impatto Ambientale dell’ENI relativo al pozzo esplorativo ‘Lince 1 Permesso di ricerca G.R13.AG Canale di Sicilia – Zona G’ del luglio 2015, si fa menzione del fenomeno di vulcanesimo sedimentario, attiguo all’area di perforazione di un pozzo, facendo riferimento ad uno studio condotto dall’ISMAR e dal CNR (Taviani, 2013). Dato che viene precisato che il più grande dei pockmark, è distante circa 17,5 km dal pozzo esplorativo Lince 1 è ovvio chiedersi chi provveda a definire la distanza di sicurezza di un pozzo o di un oleodotto, da un campo di pockmarks”. Alla fine tra Gela e Licata si dovrebbe svolgere attività esplorativa a poche miglia marine da un pockmarks. La distanza di sicurezza, di cui scrive Macaluso, verrà rispettata?

Un grave errore ignorare i  fenomeni legati alla presenza di vulcanesimo sedimentario 

“Il vulcanesimo sedimentario – scrive sempre Macaluso – è noto nel Mediterraneo centro-orientale, mentre sono molti i vulcani di fango ancora da scoprire nel mare di Sicilia, dato che i pockmarks sono comuni in aree dinamiche come la Sicilia, dove insistono complessi di accrezione, da spinta tettonica (Dimitrof, 2002). Ma il decreto legge ‘Sblocca Italia’ convertito in legge il 5 novembre 2014, ha reso più agevole il rilascio di concessioni per le trivellazioni anche nello Stretto di Sicilia, mentre concessioni già rilasciate prevedono la realizzazione di complessi oleodotti e gasdotti in un tratto di mare prospiciente le coste sud-occidentali della Sicilia, dove si affacciano straordinarie città come Gela e Licata, per cui è improcrastinabile la mappatura di questi fondali, considerato che la presenza di vulcani attivi (Santo, 2010) e il vulcanesimo sedimentario richiedono cautela per il geo-rischio insito alle manifestazioni parossistiche di questi fenomeni (Mazzotta, 2013). Nello Studio Preliminare Ambientale prodotto dall’ENI (“Progetto offshore Ibleo- campi gas Argo e Cassiopea, Doc. SIME_ AMB_01_18, pag. 159), oltre all’affermazione che ‘la pericolosità vulcanica intesa come tendenza a sviluppare un’attività eruttiva capace di determinare eventi pericolosi è da ritenersi molto bassa …’ (questo a fronte di frequenti terremoti che interessano tale area, di magnitudo spesso superiore a 4 Richter), non si menzione del rischioso fenomeno legato alla presenza di vulcanesimo sedimentario, le cui manifestazioni superficiali, rappresentate dai crateri o pockmars, sono state evidenziate, come sopra precisato, da un recente studio, nel mare di Gela, in un’area adiacente il pozzo Lince 1 (M. Taviani L, . Angeletti, A. Ceregato, F. Foglini, C. Froglia, and F. Trincardi, The Gela Basin pockmark field in the strait of Sicily: chemosymbiotic faunal and carbonate signatures of postglacial to modern cold seepage, Biogeosciences, 10, 4653–4671, 2013)”.

Foto di prima pagina tratta da Sicilia Fan
 

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