La verità storica sulla strage di Pontelandolfo e Casalduni

La verità storica sulla strage di Pontelandolfo e Casalduni
14 agosto 2020

Oggi il Sud e la Sicilia ricordano la strage di Pontelandolfo e Casalduni perpetrata dai briganti di casa Savoia il 14 Agosto del 1861, quando i militari-animali piemontesi cominciarono a scannare gli abitanti del Mezzogiorno d’Italia che si opponevano a una vergognosa cessione del Sud al Piemonte decisa dagli inglesi che tutelavano i propri sporchi interessi nel Canale di Suez. Un documento del Senato

Oggi tutto il Sud Italia, Sicilia compresa, è la giornata del ricordo. Il 14 Agosto del 1861 i Savoia si rendevano protagonisti della strage di Pontelandolfo e Casalduni. Alla fine, si comportavano da conquistatori: da conquistatori del Sud, scannando chi non si sottometteva banditi del Piemonte, ‘incoronati’ padroni d’Italia dagli inglesi.

Da allora ad oggi sono passati 159 anni, ma ancora c’è chi, addirittura, nega questa strage. E questo avviene nonostante il Governo italiano, nel 150esimo anniversario della ‘presunta’ unità d’Italia, per bocca dell’allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, abbia chiesto scusa per quanto avvenuto il 14 Agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni.

Noi abbiamo scritto su questa ricorrenza: lo ha fatto molto bene il nostro Ignazio Coppola nel seguente articolo:

Il massacro dei Savoia a Pontelandolfo e Casalduni che i libri di storia continuano a nascondere

Noi oggi riprendiamo un articolo di PONTELANDOLFO NEWS.

Si tratta del Resoconto stenografico della seduta n. 457 del 11/11/2010 del Senato. L’atto porta la firma dei senatori POLI BORTONE, PISTORIO, D’ALIA, VIESPOLI, BRUNO, GIAI, SERRA, GUSTAVINO, BURGARETTA APARO, OLIVA.

Leggiamo insieme un atto parlamentare che noi riteniamo molto importante:

premesso che:

la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, unitamente alla linea politica nazionale sempre più spinta nella direzione del federalismo, può essere la giusta occasione per un’analisi dettagliata dei fatti e dei modi in cui tale unità è stata conseguita e soprattutto della conseguente lacerazione economica tra Sud e Nord che da allora, ogni anno, segna sempre maggiore distacco; il periodo risorgimentale, soprattutto riguardo al Mezzogiorno d’Italia, presenta molti lati oscuri ed ombre che la maggior parte dei libri di testo in uso nelle scuole di qualsiasi ordine e grado non presentano e che risultano, dunque, da troppo tempo taciuti; al momento dell’Unità, l’Italia non risultava divisa economicamente ma vi era una distribuzione della ricchezza “a macchia di leopardo” che interessava il Nord come il Sud;

a partire dal 1860, successivamente all’annessione dei territori meridionali operata dal Regno Sabaudo, sorge quella che è comunemente nota come “questione meridionale”, locuzione con la quale si intende definire il cronico e problematico ritardo nello sviluppo del Sud Italia rispetto ai territori del settentrione;

il Mezzogiorno d’Italia, al tempo dell’unificazione nazionale, non era una terra sottosviluppata o arretrata. Numerosi infatti sono gli elementi che contraddicono quella che è divenuta negli anni un vero e proprio refrain politico nonché un topos retorico.

È possibile infatti ricordare che la prima ferrovia italiana venne realizzata proprio nel Sud d’Italia, per l’appunto nel tratto che va da Napoli a Portici, nel 1839, così come la marina mercantile a vapore del Regno delle Due Sicilie nel 1848 era al terzo posto per numero di armamento delle navi, nonché la storica e radicata presenza di operosi distretti industriali nella valle del Liri e in quella dell’Irno, e le eccellenze dell’attività cantieristica a Castellammare, e quella metalmeccanica di Napoli e dei suoi dintorni (si veda A. Spagnoletti, 1997);

è possibile inoltre comprovare tale operosità e produttività mediante la lettura dell’annuario statistico italiano del 1862 in cui risulta più che evidente come la circolazione monetaria nel Regno di Napoli fosse superiore alla somma di tutti gli altri Stati della penisola italiana messi assieme;

all’indomani dell’Unità d’Italia, la documentazione esistente sulla storia risorgimentale riporta come ingenti quantitativi di denaro vennero trasferiti dal Sud al Nord del Paese al fine di finanziare lo sviluppo industriale di quest’ultimo. Ciò avvenne, anche e soprattutto, attraverso la promulgazione di leggi tanto inique quanto arbitrarie, come quella del corso forzoso, che svilì e svuotò completamente il Banco di Napoli con le sue casse;

la propaganda fatta ai meridionali su una maggiore ricchezza e prosperità legate al raggiungimento dell’Unità furono disattese. Anzi: vi fu un inasprimento della tassazione, la coscrizione obbligatoria e una serie di provvedimenti che danneggiarono considerevolmente il Sud, dando vita ad un fenomeno tanto sociologico quanto politico denominato brigantaggio;

le cause sottese al sorgere di questo fenomeno meritano una riconsiderazione attenta e puntuale, al fine di superare e quindi eliminare l’equazione automatica, dettata dalla retorica sabauda, secondo cui il brigante equivale al malfattore;

tra i documenti storici emerge una relazione del generale Cialdini in base alla quale nel Mezzogiorno, durante le fasi dell’Unità, furono eseguite 8.968 fucilazioni, fatti quasi 14.000 prigionieri, distrutti, saccheggiati ed incendiati interi villaggi, perpetrati delitti di stupro sulle donne di cui, tra i più tragici, si ricordano quello di Casalduni e di Pontelandolfo;

successivamente, con la promulgazione di una legge vergogna, la legge Pica per la repressione del brigantaggio nel Meridione, si giunge a scrivere una delle pagine più tragiche e vergognose dell’Unità d’Italia. Centinaia di migliaia di persone vennero lasciate morire di stenti nel carcere di Fenestrelle, senza aver subito alcun processo e senza sapere il motivo della loro detenzione, e i loro cadaveri furono sciolti nella calce viva;

a Torino, città “dove l’Italia si riunisce”, secondo lo slogan dei 150 anni di unità, attualmente è dedicato a Cesare Lombroso un museo di crani dei morti meridionali dal cui studio, rispetto a dimensioni e forma, l’”emerito” dottore dedusse l’inferiorità della razza meridionale e la sua vocazione a delinquere;

considerato che anche in occasione della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è stata arricchita la documentazione attraverso saggi, ricerche, studi, inchieste che possono fornire una revisione oggettiva, sine ira et studio, della storia risorgimentale italiana conferendo così veridicità ed obiettività in particolare alla storia del Mezzogiorno,

impegna il Governo, in particolare attraverso il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca e il Ministro per le Riforme per il Federalismo:

a promuovere ogni attività volta ad effettuare una ricerca storiografica che dia luce nuova, obiettiva e scevra da distorte visioni di parte, alla storia del Mezzogiorno e dell’Italia unita affinché i festeggiamenti dei 150 anni di Unità d’Italia non siano solo vuota retorica ma l’occasione per recuperare pagine oscure, volutamente strappate, della storia d’Italia e a restituire dignità al Meridione fino ad oggi considerato in modo errato e, forse artatamente, quale eterna appendice o “paradiso abitato da diavoli”;

a promuovere un aggiornamento dei testi scolastici per consegnare agli studenti una saggistica obiettiva ed attendibile, basata su fatti veramente accaduti;

in attesa di poter avere testi di storia basati sulla verità oggettiva dell’Unità d’Italia, a promuovere negli istituti scolastici incontri e dibattiti sulla fiorente saggistica con particolare attenzione alla storia del Mezzogiorno al fine di fornire agli studenti corretti elementi di conoscenza della storia risorgimentale che consentano loro di riconoscersi nel valore dell’unità nazionale basata sulla verità storica e sul riconoscimento della dignità delle genti dei singoli territori”.

 

 

 

 

 

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