Vi raccontiamo come dopo l’unificazione le banche del Nord si presero l’oro del Banco di Napoli

Vi raccontiamo come dopo l’unificazione le banche del Nord si presero l’oro del Banco di Napoli
27 febbraio 2020

Ancora oggi si continua a nascondere una verità storica accertata persino da una commissione parlamentare d’inchiesta. Quando l’allora Ministro Antonio Scialoja ammise che l’aver sacrificato il Banco di Napoli, per motivi che egli stesso riteneva necessari, era «una volgare verità» 

di Michele Eugenio Di Carlo

Dopo l’attentato alla vita di Ferdinando II l’attività poliziesca si era fatta pressante; il pericolo in realtà era più immaginario che sostanziale, tanto che lo scrittore Raffaele De Cesare si spinse a scrivere che se Napoli presentava «l’aspetto di una città dominata dalla paura […] l’aver paura della polizia era l’occupazione di tanti, e per molti, pretesto a non far nulla». A produrre invece una robusta detonazione nel clima politico e sociale napoletano era Antonio Scialoja con un opuscolo nel quale metteva a confronto i bilanci napoletani con quelli torinesi, sostenendo la superiorità delle politiche economiche piemontesi rispetto a quelle napoletane (1).

Scialoja, ritenuto uno dei migliori economisti italiani, era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel Governo costituzionale di Carlo Troja; esule a Torino, dopo aver scontato 3 anni di carcere per i fatti del 1848, era diventato uno strenuo sostenitore delle idee liberiste conservatrici di
Camillo Cavour.

Nell’opuscolo Scialoja criticava il regime doganale teso a proteggere i prodotti industriali del Sud e, in merito al bilancio delle Due Sicilie, polemizzava contro la tendenza delle politiche governative a non indebitarsi, mentre invece il bilancio di Torino era in deficit a causa di
investimenti che stavano producendo – a suo dire – sviluppo e ricchezza.

L’opuscolo era accolto dal sovrano e dai suoi ministri come «un colpo di fulmine», considerato che Scialoja chiudeva con un confronto impietoso tra «l’alta posizione morale e politica del Piemonte, e il grado d’inferiorità, in
cui era il Regno di Napoli». Tra le pieghe, peraltro, era del tutto evidente l’affondo ad un sistema ritenuto corrotto e costituito da «taglie arbitrarie» che il governo napoletano consentiva.

Sull’opuscolo di Scialoja, De Cesare non andava oltre una semplice difesa d’ufficio di Ferdinando II, riconoscendo che «era onesto, personalmente, e parsimoniosa la famiglia reale, forse più che non conveniva al suo grado». Come era del tutto prevedibile, il napoletano Scialoja fu accusato di denigrare la propria patria, di essere in malafede e ben nove studiosi, con poca fortuna, pensarono di confutare le sue tesi (2).

Ma non sarebbe stato questo l’unico danno prodotto da Scialoja al Sud. Dopo aver diretto le Finanze nel periodo della dittatura di Giuseppe Garibaldi e in quello della Luogotenenza affidata a Luigi Carlo Farini, sarebbe diventato nientemeno che il Ministro delle Finanze e, come tale, avrebbe introdotto il “Corso forzoso” della lira nel 1866, permettendo al neo Stato italiano di onorare i debiti legati al processo unitario e alle guerre, ma determinando un vero e proprio attacco al sistema bancario e all’economia del Sud, portando a completamento la subdola «politica di drenaggio delle riserve auree del Banco, col risultato di privare il Sud del suo oro e delle sue capacità di credito».

Infatti, già dalla metà del 1863 le riserve auree del Banco di Napoli erano calate da 78 a 41 milioni ed avevano preso la direzione di finanziare attraverso la Banca Nazionale il nascente sistema industriale settentrionale in crisi, mentre quello meridionale veniva lasciato al proprio destino.

Gli studi e le ricerche degli ultimi 20 anni hanno in parte rivalutato le politiche economiche restrittive e parsimoniose del Regno delle Due Sicilie e hanno messo in rilievo che lo sviluppo economico del Regno di Sardegna era avvenuto fittiziamente e con un forte indebitamento, saldato in
parte proprio con le riserve auree del Banco di Napoli (4).

Edmondo Maria Capecelatro, assistente di Storia economica nell’Università di Napoli, e Antonio Carlo, professore incaricato di Diritto del lavoro nell’Università di Cagliari, hanno sostenuto che solo l’assidua assistenza della Banca Nazionale avrebbe permesso alla struttura industriale del Nord
in crisi di sopravvivere a spese di quella del Sud. Una situazione derivante da una scelta politica voluta dallo Stato e favorita dal ministro delle Finanze Antonio Scialoja nel secondo governo La Marmora e nel secondo governo Ricasoli, cioè prima e dopo il “Corso forzoso”.

Una scelta politica che avrebbe causato, con il drenaggio di riserve auree verso il Nord, la strozzatura del credito industriale al Sud, mediante metodi del tutto estranei alla libera concorrenza e impedendo al Banco di Napoli di diventare «il più grosso istituto finanziario italiano».

Ma quando, nonostante l’aiuto statale, la situazione delle banche di sconto e di credito mobiliare, sostenute dalla Nazionale, si fece critica, si decise con la legge sul “Corso forzoso” del 1° maggio 1866 di drenare oro dal Sud senza limiti, concedendo alla Banca Nazionale un privilegio che le permise «di controllare e compromettere, eventualmente, l’attività delle altre banche» e di avere una posizione nettamente dominante.

Per di più, alla Banca Nazionale fu concesso «di stampare carta moneta, comperando con essa oro, il che, poi, permetteva alla banca di triplicare la sua circolazione» nel 1867 (L. 82 milioni oro – circolazione L. 246 milioni) con la garanzia di essere affrancata dal rischio di cambio con un altro
privilegio: l’inconvertibilità.

Il tutto fu giustificato con il necessario e patriottico finanziamento della guerra contro l’Austria del 1866. Ma finita la guerra, e prolungato il “Corso forzoso” fino al 1883, si prese a pretesto la difficile situazione dell’industria in sofferenza a causa della forte inflazione nei rapporti con la concorrenza estera.

Sulla vicenda fu aperta un’inchiesta parlamentare conclusa nel 1868 con la relazione di una Commissione parlamentare (5), la quale certificava che il “Corso forzoso” «era stato fatto essenzialmente per cavare di impaccio la Nazionale e le banche ad essa collegate che, grazie alla loro allegra finanza, erano sull’orlo del fallimento» e che l’inconvertibilità della sola moneta della Nazionale aveva permesso alla stessa «di continuare placidamente il drenaggio di capitali al Sud, essendo rimasta convertibile la moneta del Banco di Napoli» che non poteva «operare alcun ritorno offensivo».

In Parlamento, rispondendo all’interrogazione dell’on. Michele Avitabile (6), il ministro delle Finanze Scialoja ammise che l’aver sacrificato il Banco di Napoli, per motivi che egli stesso riteneva necessari, era «una volgare verità»7.

Foto tratta da IlSudOnLine
.

1 R. DE CESARE (Memor), La fine di un Regno: dal 1855 al 6 settembre 1860, cit., 2003, pp. 77-78.
2 Ivi, pp. 78-81.
4 Sulle condizioni di vita, sui livelli di reddito, sulle attività produttive del Regno si leggano i seguenti autori: Vittorio Daniele, Paolo Malanima, Stéplanie Collet, Stefano Fenoaltea, Carlo Ciccarelli, Vito Tanzi, Luigi De Matteo, John Davis, Antonio Carlo, Edmondo Maria Capecelatro.
5 Commissione parlamentare d’inchiesta per l’abolizione del corso forzoso. Relazione, Firenze, 1869.
6 Risposta di Scialoja ad Avitabile, in Atti del Parlamento, sessione 1865-1866, Firenze, 1867, p. 1991.
7 Cfr. E.M. CAPECELATRO – A. CARLO, Contro la «questione meridionale». Studio sulle origini dello sviluppo
capitalistico in Italia, Roma, Giulio Savelli editore, 1973 (Ia ed. 1972), pp. 141-148.

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