Nuove schegge di storia 3/ La rivolta indipendentista siciliana del 1820

Nuove schegge di storia 3/ La rivolta indipendentista siciliana del 1820
12 aprile 2020

In questa terza puntata di ‘Nuove schegge di storia’, Giovanni Maduli ci regala un passo di un volume importante nel quale si ricostruire la genesi indipendentista della rivolta siciliana del 1820. Già allora i Siciliani autentici lottavano per la libertà e l’indipendenza della Sicilia: ma vennero traditi dai nobili, così come, dal 1946 ad oggi, vengono traditi dagli ascari 

Il 20 luglio di quello stesso anno (1820, n.d.r.), i moti rivoluzionari scoppiavano anche in Sicilia. Ancora una volta era il germe della rivoluzione a spaccare la pacifica vita sociale del Paese. Quest’ultima rivoluzione, tutta siciliana, merita alcune riflessioni perché la sua genesi ed il successivo svolgimento politico non ebbero nulla in comune con la sollevazione carbonara di Napoli.

Innanzi tutto bisogna accettare come principio guida di comprensione dei fatti siciliani che alla base di ogni atto eversivo accaduto nell’Isola vi fu l’intervento ispiratore dell’Inghilterra. Essa premeva per l’indipendenza della Sicilia al fine di inglobarla nel suo sistema e trasformarla in una punta avanzata del sistema economico inglese verso il Medio Oriente. Non dimentichiamo quanto era avvenuto a Malta, protettorato delle Due Sicilie sino all’invasione franco – giacobina del 1799 e assegnata dal Congresso di Vienna all’Inghilterra.

A Palermo la rivoluzione scoppiò cruenta tra il 15 e il 17 luglio. I siciliani, guidati dall’intransigente principe di Villafranca, ruppero ogni rapporto con Napoli, assaltarono il Palazzo Reale distruggendo tutte le insegne che ricordavano la dinastia Borbone-Due Sicilie. Quindi si scontrarono con le truppe inviate dal governo napoletano per sedare i tumulti. Essi chiedevano una Costituzione tutta siciliana, indipendente da quella napoletana o spagnola.

Fu una rivoluzione separatista a tutti gli effetti che ricevette l’appoggio di buona parte della nobiltà siciliana e della borghesia, i due ceti agevolati e beneficati durante il protettorato inglese. Nove nobili e nove borghesi formarono la giunta provvisoria di governo che si istallò a Palermo. In questi frangenti pieni di caos, la città di Caltanissetta non aderì alla rivoluzione dichiarando di voler restare fedele alla monarchia napoletana.

La giunta di Palermo insensibile verso ogni forma di prudenza politica, ribadì al governo rivoluzionario di Napoli la ferma volontà di volere a tutti i costi l’indipendenza e per dimostrare la propria determinazione, organizzò una spedizione militare contro la lealista città di Caltanissetta. La città venne devastata e trecento dei suoi abitanti furono uccisi. Il governo rivoluzionario di Napoli inviò contro Palermo il generale Guglielmo Pepe forte di 5.000 uomini. Al Pepe si unirono i messinesi ed i catanesi, da sempre ostili alla città di Palermo. Fu il caos.

Il generale Pepe ottenne la resa di Palermo, offerta dalla locale nobiltà che il popolo di Palermo accusò immediatamente di tradimento della causa indipendentista. Di conseguenza, nelle giornate che vanno dal 26 al 30 di settembre 1820, scoppiò in Palermo una rapida quanto cruenta guerra civile. Tutti contro tutti. In cinque giorni divennero cadaveri per le strade della città oltre 5.000 persone. Il generale Pepe, con grandi difficoltà, riportò la calma tra i palermitani. Ma questi fatti destarono un giustificato allarme tra le potenze vincitrici di Napoleone che sentirono gravemente minacciato l’equilibrio europeo.

Francesco Maurizio di Giovine La dinastia Borbonica Ripostes edizioni, pag. 79, 80.

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