Questione meridionale 7/L’industria al Sud ai tempi dell’Unità…

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Proseguiamo con la pubblicazione del nostro approfondimento sulla vera storia dell’unificazione italiana. Oggi ci occupiamo di cultura industriale

(sotto in allegato le puntate precedenti)

A cura di Franco Busalacchi

Verità scomoda: il sud aveva una sua cultura industriale, per alcuni aspetti superiore a quella del nord. Metallurgia, siderurgia, grandi poli tessili. Un’industria che al nord, ai tempi dell’Unità d’Italia ancora non c’era. L’esempio classico che si utilizza per negare la realtà è quello delle infrastrutture per i trasporti: poche strade e pochissimi chilometri di ferrovia come “prova” della presunta arretratezza del sud, dimenticando che la monarchia borbonica preferì sfruttare le coste e i trasporti marittimi, «tant’è che in pochi lustri la flotta commerciale del Regno delle due Sicilie divenne la seconda d’Europa – quella militare la terza».
Puntare sulla navigazione: «Un po’ quello che sta facendo adesso l’Unione Europea con il progetto delle autostrade del mare», aggiunge Pino Aprile.

«Quanto alla siderurgia, il più grande stabilimento italiano era in Calabria: da solo, aveva dipendenti e tecnici quasi quanto la gran parte degli stabilimenti siderurgici del nord». La più grande officina meccanica d’Italia e forse d’Europa era nel napoletano, a Pietrarsa, e divenne un modello copiato dagli stranieri: «Le mitiche officine di Kronstadt e Kaliningrad non sono altro che la copia, mattone per mattone, delle officine di Pietrarsa».
E così la cantieristica navale: i maggiori cantieri erano al sud. «Quando arrivarono i nuovi “padroni”, in realtà i locali furono messi in condizioni di minorità: tutte queste aziende furono declassate o addirittura chiuse, gli stabilimenti siderurgici di Mongiana che avevano 1.500 dipendenti si fecero consegnare la chiave, chiusero e vendettero come ferro vecchio. Ufficialmente la spiegazione fu che non era più tempo di stabilimenti siderurgici in montagna e lontano dal mare. Chiusa Mongiana, cominciarono a costruire Terni: ancora più in alto e ancora più lontano dal mare».
Altra beffa post-unitaria, la Cassa del Mezzogiorno: pur accusata di inefficienza e dispersione dei finanziamenti, impiegava lo 0,5% del Pil per strade, scuole, fognature, opere spacciate per “interventi straordinari”, che nel suo libro Pino Aprile enumera, chilometro per chilometro. «Dov’è la cosa straordinaria del fare le strade, le fogne, le scuole?». Perché considerare “straordinario” costruire un Paese con fondi pubblici? «Al nord con quali soldi hanno fatto le strade, le scuole, le fogne?».
E perché considerare «un’immensa rapina» lo 0,5 del Pil, tacendo invece sul restante 99,5%? «Perché non si spiega come mai il nord ha dal 30 al 60% in più di infrastrutture, senza neanche avere avuto una Cassa per il Settentrione? Perché non si spiega come mai un chilometro di ferrovia in piano dell’alta velocità tra Torino e Milano, tra le risaie e quindi senza montagne da bucare, costa 52 milioni di euro? Più di 100 miliardi di lire, quando per tratti molto più complicati sulla Roma-Napoli si sono spesi 25 milioni di euro, con tanto di gallerie, mentre in Francia si spendono 10 milioni di euro e in Spagna 9. Chi spiega la differenza?».
Un esempio illuminante: l’Expo si Milano è stato finanziato con i fondi Fas, quelli per le aree sottosviluppate: «L’Expo di Milano, il Parmigiano, le compagnie di navigazione del Lago Maggiore e del Lago di Garda: significa che il sud è il Bancomat d’Italia, è il derubato che continua a essere chiamato ladro», protesta Pino Aprile. «Questi conti vanno fatti: da un’analisi dell’Italia unita, condotta da un ricercatore di psico-sociologia, viene fuori la descrizione di questo stato di minorità che segna un paese duale, diviso in due. Questa divisione è il motore dell’economia del nord, che crede di guadagnarci».
«In effetti – aggiunge Aprile – il nord qualcosa ci guadagna, rimproverando poi le pensioni di invalidità con cui si comprano i voti al sud, ma è una sciocchezza: perché se il paese si unisse davvero, sia il nord che il sud guadagnerebbero molto di più. Potremmo diventare il primo paese del mondo. Ma se l’alternativa è continuare ad avere una parte del paese succube dell’altra, allora il desiderio di essere soli piuttosto che male accompagnati, comincia a giustificarsi. E’ un desiderio che al sud serpeggia, ribolle: sta proliferando, anche se il nord fa finta di non sentirlo».

Questione meridionale 6/Unità d’Italia a mano armata, a spese del Sud ricco

1)L’insabbiamento culturale della Questione Meridionale

2) La verità sul Regno delle Due Sicilie, al netto delle bugie degli storici di regime

La questione meridionale 3/ Il saccheggio del Banco delle due Sicilie

La Questione meridionale 4/ Lo Stato unitario il peggiore nemico del Sud

Questione meridionale 5/ Qualche domanda ai denigratori pelosi del Sud…

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  • Per chi volesse approfondire:
    - Angelo Mangone, L'Industria del Regno di Napoli 1859 - 1860, Grimaldi & C. Editori (ristampa);
    - Brunello De Stefano Manno, Le reali ferriere ed officine di Mongiana, CittàCalabria Edizioni.

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