La verità sul Regno delle Due Sicilie, al netto delle bugie degli storici di regime

La verità sul Regno delle Due Sicilie, al netto delle bugie degli storici di regime
2 dicembre 2017

Oggi pubblichiamo la seconda puntata del nostro ‘viaggio’ che abbiamo intrapreso per raccontare la questione meridionale. Quante bugie sono state scritte sul Regno delle Due Sicilie? Tante, tantissime, Oggi cerchiamo di restituire un po’ di verità con lo scrittore, giornalista e meridionalista, Nicola Zitara

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d’Italia e del Meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale. Questa la descrizione del Sud Italia lo scrittore, giornalista e meridionalista, Nicola Zitara (QUI LA SUA VITA DI STUDIOSO E LE SUE OPERE):

“Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d’industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d’altra parte, tutta l’industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (…) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all’occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell’economia nazionale”.

In realtà, il problema centrale dell’intera vicenda è che nel 1860 l’Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l’unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell’Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del “piemontismo”, vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all’intero territorio italiano che fu adottata dal governo, e i provvedimenti “rapina” che si fecero ai danni dell’erario del Regno di Napoli, determinarono un’immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell’ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D’altronde le motivazioni politiche che avevano portato all’unità erano – come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche. Se si parte dall’assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del Meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

(Fine della seconda puntata – continua)

QUI LA PRIMA PUNTATA DEL NOSTRO ‘VIAGGIO’ NELLA QUESTIONE MERIDIONALE

 



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