Autocritica dopo la sconfitta? PD, Alfano, Cardinale, Fava, Orlando e ‘indipendentisti’ stanno zitti…

17 novembre 2017

I primi a fare autocritica dovrebbero essere gli esponenti del PD siciliano, che hanno perso la Regione e il controllo del partito. Dovrebbero fare autocritica Alfano e gli alfaniani. Idem Totò Cardinale e i suoi, ‘bastonati’ a dovere. Per non parlare di Leoluca Orlando che, ancora una volta, ha infognato il centrosinistra. Ma anche Claudio Fava dovrebbe dire qualcosa. Come, del resto, l’indipendentista Massimo Costa

Venerdì 17: sarà per questo che, nemmeno oggi, sui giornali siciliani, si legge magari una mezza autocritica da parte di chi ha perso le elezioni regionali? E dire che, questa volta, non ci sono mezze misure, bicchieri mezzi vuoti e sconfitte a metà: in un modo o nell’altro ha vinto il centrodestra, mentre i partiti di centrosinistra e la sinistra hanno perso.

Ci aspettavamo qualche autocritica. Invece, fino a questo momento, nulla di nulla. Il centrosinistra, che ha governato la Regione siciliana dal 2008 fino a due settimane fa, come già ricordato, ha perso. Ciò significa che il PD siciliano ha perso.

In realtà, il PD siciliano visto da sinistra – visto, cioè, dalla parte di quella componente di derivazione post comunista – ha perso due volte: ha perso la Regione e ha perso un ‘pezzo’ importante della propria identità, se è vero che, su 11 deputati eletti a Sala d’Ercole, solo un paio sono di estrazione post comunista, mentre tutti gli altri arrivano dall’ex DC e da chissà dove (COME POTETE LEGGERE IN QUESTO ARTICOLO).

Nel PD siciliano, insomma, ci si aspettava una doppia autocritica: un’autocritica per i fallimentari cinque anni del Governo di Rosario Crocetta e una seconda autocritica – che dovrebbe riguardare i post comunisti – per aver perso il controllo del partito.

La prima autocritica – sulle scelte scellerate e ‘ascare’ operate dal Governo regionale di centrosinistra in questi cinque anni di legislatura – sarebbe doverosa. Le finanze della Regione siciliana sono state ‘dissanguate’.

Il PD siciliano ha accettato, di fatto, il commissariamento dei conti economici della Regione voluto da Renzi. Solo il presidente Crocetta, in qualche occasione, ha provato ad opporsi allo strapotere del commissario renziano, Alessandro Baccei. 

Su queste scelte – ribadiamo: ‘ascare’ – non c’è stata alcuna autocritica da parte dei dirigenti del PD siciliano. Sono rimasti in silenzio durante la gestione Baccei. E tacciono ancora oggi.

Quando si perde il controllo di una Regione che si amministra – com’è successo al PD siciliano – si può anche perdere l’identità politica. E infatti i post comunisti dell’Isola hanno perso il controllo del proprio partito.

Come già ricordato, nel gruppo parlamentare del Parlamento siciliano sono post comunisti solo due deputati su undici. Ciò significa che, nel territorio, o sono i minoranza, o non ci sono più.

Emblematici, al riguardo, i casi di Catania e Agrigento.

A Catania la CGIL, storicamente, riusciva ad essere importante, se non decisiva, nell’elezione di almeno un deputato regionale. Le recenti elezioni hanno rivoluzionato gli equilibri interni del PD catanese: i post comunisti ormai contano poco o nulla, mentre gli ex democristiani, ‘mixati’ con i grandi interessi che ruotano al mondo della sanità privata etnea, si sono presi il partito.

Luca Sammartino e Anthony Barbagallo hanno letteralmente polverizzato la tradizione post comunista catanese.

Agrigento è una provincia dove il PCI ha una grande storia politica. Negli anni ’80 del secolo passato esprimeva tre deputati all’Assemblea regionale siciliana. Le elezioni regionali di due settimane addietro hanno sancito la scomparsa – almeno a Sala d’Ercole – della tradizione post comunista con la secca sconfitta di Giovanni Panepinto battuto dall’ex cuffariano, Michele Catanzaro.

Sconfitta pesantissima, per i post comunisti del PD agrigentino, perché in campagna elettorale Catanzaro ha criticato, senza mezzi termini, i manifesti elettorali del PD che ‘celebravano’ le cose fatte dal Governo regionale uscente. Tra le cose ‘fatte’ i vertici del PD siciliano mettevano anche i servizi sanitari migliorati: cosa che, invece, è stata criticata proprio da Catanzaro, che ha invitato i vertici del suo partito a raccontare la verità, citando le difficoltà nei Pronto Soccorso della Sicilia.

Alla fine gli elettori agrigentini hanno premiato Catanzaro e penalizzato Panepinto, un post comunista che, con l’avvento di Renzi, da deputato, non aveva trovato di meglio che renzeggiare…

Per non parlare di Siracusa, dove gli ex democristiani dell’ex democristiano, Gino Foti, si sono ‘masticati’ l’assessore regionale uscente, Bruno Marziano facendo eleggere Giovanni Cafeo. Altra ‘botta’ in testa per i post comunisti…

Potremmo continuare con le altre sei province, dove il PD, oltre ad aver perso voti, presenta una dirigenza post comunista che conta poco o nulla.

Anche a Palermo i post comunisti sono crollati: l’ex democristiano Giuseppe Lupo ha battuto l’assessore uscente, Antonello Cracolici, che è rientrato all’Ars solo perché è scattato il secondo seggio, peraltro per pochi voti.

Ce n’è o no abbastanza per fare autocritica? Invece tacciono tutti, dal sottosegretario renziano, Davide Faraone (che per due anni ha gestito l’assessorato regionale che si occupa di acqua, rifiuti ed energia) allo stesso ex assessore Cracolici, dal segretario regionale Fausto Raciti fino ad arrivare ai vertici nazionali di questo partito. Silenzio su tutta la linea, da Palermo a Roma.

Ma non è il solo PD ad aver perso le elezioni. Che dire del Ministro Angelino Alfano? Gli esponenti di Alleanza Popolare – questo il nome del nuovo partito nato dall’alleanza tra il Nuovo centrodestra di Alfano e i centristi di Giampiero D’Alia e Giovanni Ardizzone – si presentavano baldanzosi alle elezioni. Qualcuno di loro, su facebook, annunciava grandi sorprese.

In effetti le sorprese sono arrivate, ma un po’ diverse da quelle ipotizzate dagli esponenti di questa forza politica. La prima, vera, grande sorpresa è che nella Sicilia, che dovrebbe fungere da traino ad Alleanza Popolare per raggiungere il 3% alle elezioni politiche nazionali, questa formazione politica è con le gomme a terra, lontanissima da quel 5% che avrebbe dovuto assicurare la presenza di deputati alfaniani a Sala d’Ercole.

La domanda è quasi obbligatoria: se Alfano e i suoi sono praticamente scomparsi in Sicilia, dove li dovranno andare a cercare i voti nelle altre diciannove Regioni italiane?

Il significato politico delle elezioni regionali siciliane, per Alfano e i suoi, è uno: se alcuni di loro vorranno tornare a Roma da parlamentari si dovranno inventare nuove alleanze o, magari, farsi ‘ospitare’ in qualche altro partito, altrimenti dovranno salutare il Parlamento nazionale.

Ebbene, di fronte a questo scenario avete letto qualche autocritica da parte di Alfano, del sottosegretario Giuseppe Castigione e di altri ‘illustri’ candidati alfaniani non eletti alle recenti elezioni regionali?

Qualche autocritica per il fatto di essere passati dal centrodestra al centrosinistra, gabbando gli elettori che cinque anni fa, a Roma e in Sicilia, li avevano votati?

Qualche autocritica sulle speculazioni legate alla gestione dei migranti, il vero grande affare italiani degli ultimi anni?

Nulla di tutto questo. Anche su tale fronte, silenzio su tutta la linea.

Lo stesso discorso riguarda l’ex Ministro D’Alia e l’ex presidente dell’Ars, Ardizzone: sconfitti e silenziosi.

E di Salvatore ‘Totò’ Cardinale e della sua Sicilia Futura ne vogliamo parlare? Un mese e mezzo prima del voto, o giù di lì, Cardinale dava per quasi vincitore il candidato alla presidenza della Regione del centrosinistra, Fabrizio Micari.

A pochi giorni dal voto si vociferava che alcuni dei suoi candidati, nel segreto dell’urna, non disdegnavano coloro i quali si cimentavano nel cosiddetto voto disgiunto: il candidato del centrodestra Nello Musumeci per la presidenza della Regione e i candidati di Sicilia Futura per il rinnovo dell’Ars.

Ma, al di là di questi ‘giochi’, un dato politico è inoppugnabile: la formazione politica di Cardinale partiva da un radicamento in tutt’e nove le province dell’Isola. Certo, un radicamento un po’ raccogliticcio, creato a Sala d’Ercole con deputati di varia provenienza.

Ma il radicamento c’era: sono i voti di Cardinale e dei suoi che non ci sono più. Dove sono andati a finire? Anche le caso di Sicilia Futura e dei suoi adepti, di autocritica non se ne parla nemmeno. Al massimo il passaggio – così si racconta – dei due deputati eletti in questa formazione politica dal centrosinistra al centrodestra.

Non va meglio nemmeno a sinistra. Oggi ricordiamo la lista ‘Cento Passi’ di Claudio Fava. Ma chi ha seguito la genesi politica di una lista che avrebbe dovuto valorizzare la sinistra siciliana nascosta, fatta soprattutto di persone – giovani ma non soltanto giovani – che non vanno più a votare sa che, con i presupposti con i quali questa esperienza è nata, Fava, Articolo 1 MDP e Sinistra Italiana non avevano nulla a che vedere.

Questa esperienza è nata con persone che non c’entravano proprio nulla con Fava, con Articolo 1 di Bersani e D’Alema e con Sinistra Italiana, formazione politica che in Sicilia anonima era e anonima è rimasta.

A un certo punto l’ex parlamentare di estrazione comunista, Ottavio Navarra – questo, con molta probabilità il primo errore – è diventato il portavoce di questa area di sinistra nella quale erano presenti soggetti di varia estrazione (di veramente politico c’erano solo alcuni esponenti di Rifondazione comunista regionale che non si sono mai ‘mescolati’ con Leoluca Orlando: cosa che, invece, hanno fatto i dirigenti di Rifondazione di Palermo). Poi c’erano altri soggetti, magari passati da SEL (altra formazione politica disastrosa), ma usciti da questa esperienza.

Quando stava per nascere qualcosa di nuovo sono avvenuti due fatti.

Primo fatto: Articolo 1 MDP e Sinistra Italiana hanno abbandonato Leoluca Orlando e il PD per andare subito a ‘colonizzare’ sul nascere la nuova esperienza di sinistra alternativa al PD appena nata.

Secondo fatto: Ottavio Navarra, Articolo 1 MDP e Sinistra Italiana hanno deciso che il candidato alla presidenza della Regione di questo schieramento politico avrebbe dovuto essere Fava.

Questa forzatura ha fatto letteralmente scappare chi si era avvicinato a tale esperienza pensando che si trattasse di qualcosa di nuovo.

Non solo. fava poi si è presentato in un incontro pubblico con Massimo D’Alema. Così la candidatura di Fava è apparsa per quello che è stata: un’alternativa al PD nata da un dibattito tutto interno al PD.

Ancora: poi sono seguiti i sondaggi che davano Fava avanti a Micari. Altro errore, perché questa mossa ha ricompattato il PD, almeno su questo fronte.

Ma il vero problema di questo schieramento non è il 5% superato per poco e un solo deputato eletto a Sala d’Ercole, cioè Fava. Il vero problema è che, in questo momento, mentre a Roma si discute se riunificare o meno tutta la sinistra – compreso Renzi e il suo PD che non la sinistra non hanno ormai nulla a che vedere – Fava non ha detto che intenzioni ha.

In altre parole: passi l’errore di far passare la sua candidatura come espressione di D’Alema e Bersani. Ma, adesso, Fava e questi voti siciliani sono della Sicilia o di D’Alema e Bersani?

Per essere ancora più chiari: Fava conta di restare in Sicilia, di costruire qualcosa di sinistra in Sicilia, o di accodarsi, comunque andranno le cose, all’evoluzione romana di Articolo 1? Già chiarire questo punto sarebbe la migliore autocritica!

Di Leoluca Orlando non c’è molto da dire. Il sindaco di Palermo, è noto, non sbaglia mai. Eppure è stato lui a individuare il candidato alla presidenza della Regione del centrosinistra, il già citato Fabrizio Micari. E a imporlo con una frase da ‘annali’ della politica: “Con Micari si vince”.

Peccato che Orlando, in campagna elettorale, si è visto poco. Ed è anche logico: la sua lista – la ‘Lista dei territori’ – è naufragata prima e dopo le elezioni. E’ naufragata prima perché non aveva nemmeno i candidati; è naufragata dopo perché, pur avendo costretto l’ex presidente della Regione, Rosario Crocetta, a ritirare la propria lista, ha preso pochissimi voti. Un fallimento politico ed elettorale completo.

Ovviamente, da lui, Orlando, nessuna autocritica: hanno sbagliato gli ‘altri’. Gli ‘altri’ chi? Il PD siciliano che ha subito la candidatura di Micari e che, alla fine, è stato l’unico partito che ha sostenuto, nei limiti del possibile, il candidato del centrosinistra?

E che dire di Renzi? Berlusconi è venuto in Sicilia per dare forza a Musumeci. Ma il segretario nazionale del PD non ha fatto nemmeno questo. Ha dato carta bianca a Leoluca Orlando, ha ‘benedetto’ l’operazione Micari e poi non è venuto nell’isola per sostenerlo.

Logicamente, da Renzi, nessuna autocritica.

Poi ci sono gli ‘indipendentisti’ del professore Massimo Costa. Che non ha avuto la forza e il coraggio di candidarsi, lasciando il posto all’avvocato Roberto La Rosa: gran persona per bene che, però, in campagna elettorale è apparso spesso troppo solo.

Su questa esperienza ha scritto già bene Antonella Sferrazza (QUI IL SUO ARTICOLO). Quello che ci sentiamo di aggiungere all’improvvisazione e alla confusione ben descritte nel citato articolo è un dato: la proposta politica contraddittoria espressa da questo movimento.

A nostro avviso, per rinascere, la Sicilia deve ripartire dall’applicazione del proprio Statuto autonomistico. E qui non possiamo non cogliere la contraddizione del movimento ‘Siciliani Liberi’ che, da un lato, lascia intendere che lo Statuto è ormai superato e che bisogna puntare sull’indipendenza; e, dall’altro lato, punta sulla ZES, la Zona Economica Speciale, da contrattare con lo Stato.

Queste contraddizioni, alla fine, si pagano.

Infine i grillini. Anche loro hanno perso. Su di loro abbiamo già scritto: per fare perdere il loro candidato, Giancarlo Cancelleri, ‘pezzi’ importanti del centrosinistra hanno fatto convergere i loro voti sul candidato presidente del centrodestra, Nello Musumeci. 

Di fatto, senza l’apporto del voto disgiunto, senza l’apporto del ‘sistema’ di candidature legate all’esperienza di Raffaele Lombardo, senza l’apporto dei cosiddetti “impresentabili” e senza Berlusconi con ‘annessi e connessi’ Musumeci non avrebbe vinto.

IN QUESTO ARTICOLO ABBIAMO ARGOMENTATO IL RUOLO SVOLTO NELLE ELEZIONI REGIONALI DA SOGGETTI RICONDUCIBILI – NEL PASSATO E NEL PRESENTE – ALL’EX PRESIDENTE LOMBARDO  

I grillini hanno commesso errori? Nella gestione post elettorale sì, e noi l’abbiamo segnalato (COME POTETE LEGGERE IN QUESTO ARTICOLO).

Foto tratta da tiagocabral.net

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