8
Nov
2017
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Le elezioni in Sicilia? Il centrosinistra e il PD hanno perso, ma Renzi ha vinto

Di fatto, si è verificato quello che un vecchio dirigente della sinistra siciliana post comunista, Giovanni Battaglia, ha ipotizzato cinque anni fa: i candidati voluti da Renzi, lontani mille miglia dalla tradizione di sinistra, avrebbero soppiantato la rappresentanza post socialista e post comunista. Che è quello che è avvenuto in queste elezioni regionali siciliane 

Il centrosinistra siciliano ha perso le elezioni. Dal 2008 ad oggi ha governato la Sicilia, tra guai giudiziari degli avversari, ribaltoni e tradimenti. Il voto di domenica scorsa cancella una stagione politica ricca di ombre e povera di luci. Ma di autocritiche se ne leggono poche. Eppure i nomi dei protagonisti del centrosinistra che, tra Roma e la Sicilia, hanno operato scelte discutibili, non mancano. Ma, lo ribadiamo, di autocritiche se ne leggono poche.

Matteo Renzi, invece di occuparsi della sconfitta del centrosinistra e, segnatamente, del PD dell’Isola e del suo candidato alla presidenza della Regione, Fabrizio Micari, parla della sconfitta del Movimento 5 Stelle. Dice, Renzi, che i grillini, alle elezioni regionali dei 2012, avevano preso il 33%. Oggi hanno preso il 26%. Quindi hanno perso.

Quanto al PD siciliano, Renzi ricorda di essersi sbarazzato di Francantonio Genovese. Che in queste elezioni ha contribuito a far vincere il centrodestra, se è vero che il figlio ventenne dello stesso Genovese, Luigi, candidato nel collegio di Messina nelle file di Forza Italia, ha preso circa 17 mila voti.

La critica di Renzi si ferma qui. E, se proprio la dobbiamo dire tutta, una grande verità politica emerge non da quello che il segretario nazionale del PD dice, ma da quello che non dice.

Di fatto, Renzi, nel silenzio generale, ha cambiato completamente la fisionomia del Partito Democratico in Sicilia. E questo emerge analizzando la rappresentanza parlamentare a Sala d’Ercole che viene fuori dalle elezioni di domenica scorsa.

Alla fine, della tradizione post comunista, i rappresentanti sono solo due: Antonello Cracolici e Giuseppe Arancio. Tutti gli altri sono espressione del renzismo.

Il caso più eclatante è quello di Luca Sammartino, il candidato più votato nel collegio di Catania e, in generale, in Sicilia. Chi è Sammartino? Il rampollo di una famiglia di imprenditori che operano nella sanità privata. Cosa ha a che vedere con la sinistra? Nulla!

Sempre a Catania rieletto l’assessore uscente Anthony Barbagallo. Anche lui, nulla a che spartire con la tradizione della sinistra.

All’ombra dell’Etna, dopo anni, resta fuori un’area politica che faceva capo alla CGIL. Di fatto, i vari Sammartino, Barbagallo e tutta la tradizione democristiana arrivata dalla Margherita e, andando ancora indietro, dalla DC, ha ‘inghiottito’ la sinistra post comunista di Catania, CGIL compresa.

A Palermo primo degli eletti è il vice presidente uscente dell’Ars, Giuseppe Lupo. Ex sindacalista della CISL, nulla a che vedere con la tradizione di sinistra.

Nel collegio di Agrigento il PD elegge Michele Catanzaro, ex cuffariano, già esponente del centrodestra, come ha fatto notare il Bastian contrario della sinistra post comunista agrigentina, Giuseppe Arnone.

Nell’Agrigentino rimangono a casa Giovanni Panepinto che, pur con tutte le sue contraddizioni, veniva dalla scuola del vecchio PCI, e Mariella Lo Bello, vice presidente della Regione uscente, ex sindacalista della CGIL.

Ad Enna, dove la sinistra viveva sulla rendita di Mirello Crisafulli – che piaccia o no, viene dal vecchio PCI e, segnatamente, dalla Confcoltivatori, oggi CIA – è stata eletta l’assessore regionale uscente, Luisa Lantieri, che con la sinistra non ha nulla a che spartire.

A Messina il PD elegge Francesco Di Domenico. Non siamo molto informati. Ma non ci sembra un nome che arriva dalla sinistra post comunista.

A Ragusa – una provincia dove la sinistra post comunista vanta una grande tradizione (Comuni come Ragusa e Vittoria sono state amministrati per decenni da esponenti del vecchio PCI) – il PD elegge Nello Dipasquale, un esponente di Forza Italia che ha lasciato Berlusconi per seguire Renzi.

A Siracusa il ‘miracolo’ – così si sussurra – l’avrebbe fatto l’ex parlamentare nazionale della DC, Gino Foti, che avrebbe determinato l’elezione di Giovanni Cafeo. Sconfitto l’assessore uscente, Bruno Marziano, esponente del vecchio PCI. E sacrificato anche l’ex sindaco di Canicattini Bagni, Paolo Amenta.

A Trapani è arrivata la riconferma dell’assessore alla Salute-Sanità uscente, Baldo Gucciardi, che non ha nulla a che vedere con la tradizione del vecchio PCI, essendo notoriamente di tradizioni democristiane.

Tirando le somme, il PD di Renzi avrà anche perso voti in Sicilia, ma l’80 per cento della rappresentanza parlamentare dell’Assemblea regionale siciliana è a sua immagine e somiglianza. Vi pare poco?

Si è verificato quello che, cinque anni fa, agli albori del renzismo, l’ex parlamentare ed ex assessore regionale, Giovanni Battaglia, ha ipotizzato: la trasformazione ‘genetica’ della sinistra siciliana.

La tesi esposta da Battaglia cinque anni fa è la seguente: il personale che Renzi avrebbe selezionato in Sicilia – danaroso e lontano mille miglia dalla tradizione comunista e socialista – avrebbe soppiantato la tradizione della sinistra dell’Isola. Che è quanto si è verificato.

Il ‘caso’ di Catania, sotto questo punto di vista, è paradigmatico. Ma non è il solo.

Certo, Renzi ha ‘toppato’ a Palermo, dove la lista che ha messo a punto con il sindaco del capoluogo dell’Isola, Leoluca Orlando, è naufragata.

Ma, che piaccia o no, a Palermo Renzi e Orlando rimangono i protagonisti di un’operazione politica ancora in piedi, se è vero che, nella rete renziana, tengono una parte della sinistra ‘alternativa’ al PD, da Rifondazione comunista a SEL.

Da Palermo la rete trasformista di Renzi si può estendere al resto d’Italia: cos’è alla fine, il ‘Campo largo’ se non un’alleanza che metta assieme tutti facendo prevalere la ‘massa acritica’ sui contenuti?

Insomma, viste dalla parte di Renzi, le elezioni regionali della Sicilia non sono andate male. Tolta la pesante sconfitta a Palermo, dove Leoluca Orlando, improvvisato coordinatore della campagna elettorale renziana, ha mostrato tutti i suoi limiti, Renzi non ha perso.

Anche la sconfitta di Micari, alla fine, ci sta. Il rettore dell’università di Palermo ha fronteggiato l’onda lunga grillina e un centrodestra siciliano riunificato. Con ‘pezzi’ dello stesso centrosinistra che, nel segreto dell’urna, hanno votato per Musumeci.

Il travaso di voti dal centrosinistra a Musumeci c’è stato. E solo un ingenuo può pensare che questo sia avvenuto senza la ‘benedizione’ di Renzi…

 

 

 

 

 

 

 

 

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