Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 8/ La Sicilia bizantina tra miserie e splendori

Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 8/ La Sicilia bizantina tra miserie e splendori
7 gennaio 2021

L’epoca bizantina in Sicilia è stata dipinta come un’epoca di decadenza, di fiscalità oppressiva e di scomparsa della cultura. Questa visione, vera solo in parte, ci appare assai riduttiva. proviamo a illustrare come stanno le cose

di Massimo Costa

§ 6 – La Sicilia “bizantina”
Il termine “bizantino”, sebbene convenzionalmente accettabile perché ormai invalso in tutta la storiografia occidentale, non è a ben vedere molto fondato da un punto di vista giuridico. I “bizantini” chiamavano sé stessi “Romani” (“Rhomei” in greco, da cui ancora il diffusissimo cognome contemporaneo siciliano di Romeo) e considerarono, fino all’ultimo, il loro Impero né più né meno che “Impero Romano”. Anche la dizione “Impero Romano d’Oriente” è valida a rigore solo sino al 476. Quando Odoacre depose l’ultimo Imperatore Romano d’Occidente, Romolo Augustolo, non dichiarò terminata la dominazione romana in Occidente, come nessuno degli stati romani-barbarici si sarebbe mai sognato di fare. Semplicemente rimandò a Zenone, Imperatore d’Oriente, le insegne dell’Impero d’Occidente.

Da quel momento, sulla carta, esisteva di nuovo un solo Impero Romano. E tuttavia le trasformazioni, pure lente, in questo troncone orientale della romanità, si sarebbero susseguite fino a farne una cosa alquanto diversa dall’originale.

Il termine “bizantino”, come sinonimo di “costantinopolitano”, dall’antico nome greco della capitale, serve quindi a sciogliere questa ambiguità tra il primo e il secondo impero romano.

IL GRECO AL POSTO DEL LATINO – A poco a poco, intanto, diventò “greco-romano”. Il greco sostituì il latino come lingua ufficiale. Negli anni più bui l’amministrazione civile (poco più che tributaria, non occupandosi di altro che di riscuotere le imposte) e quella militare si fusero tra loro e le singole province, o “Themi”, vengono dotate di una relativa autonomia amministrativa e militare, come vedremo più avanti (forse tra il 687 e il 695, sotto Giustiniano II). Gli Imperatori presero a chiamarsi semplicemente “Basileus”, cioè “Re”, come gli antichi sovrani ellenistici.

Le progressive fratture teologiche tra Occidente latino e Oriente greco nel tempo avrebbero portato a un vero e proprio scisma (1054) tra Cattolici e Ortodossi, mai più ricomposto, ma già da due secoli circa, se non di più, la convivenza tra le due branche del Cristianesimo era sempre più sofferta. La “Renovatio Imperii” di Carlo Magno in Occidente (800) avrebbe segnato la definitiva alienazione dell’Occidente latino e germanico (e cattolico) dall’Oriente “romano”, greco ed ortodosso, o quanto meno l’avvio di un processo di definitiva alienazione tra i due mondi. Ma all’inizio questo processo di frattura non era neanche percepibile per i contemporanei.

DI NUOVO GRANAIO DI ROMA – Per i Siciliani del VI secolo il generale Belisario – come abbiamo detto – aveva semplicemente riportato la legalità dell’Impero in Sicilia. I legami con il patriarca di Roma ne risultarono addirittura rafforzati. La Sicilia divenne di nuovo il granaio di Roma. Anche le diocesi di Milano e di Ravenna avevano proprietà terriere in Sicilia. A Palermo e Siracusa due rettori amministravano le vaste rendite papali e sovraintendevano ai commerci con la Santa Sede.

Papa Gregorio Magno, sul finire dello stesso secolo, avrebbe accumulato tanto potere e possedimenti in Sicilia da poter entrare direttamente all’interno delle vicende amministrative, sociali ed economiche della Sicilia stessa. Dalle sue lettere apprendiamo che alla fine del VI secolo, nonostante tutte le proibizioni imperiali, nelle campagne il paganesimo non era stato ancora sradicato del tutto. E così pure apprendiamo della presenza di numerosi  ebrei e manichei.

Le diocesi siciliane uscite dalle catacombe, che avevano riconosciuto un primato d’onore e un legame di fraternità al patriarca d’Occidente durante le persecuzioni, si trovavano ora in una condizione naturale di reverenza, che poi divenne vera e propria soggezione, quando l’ordine ecclesiastico si conformò a quello giuridico dell’Impero. Le diocesi siciliane erano tutte suffraganee del papa, il quale impose, in maniera più energica dalla fine del VI secolo, il rito romano su quello consuetudinario che vi trovò, ripulendolo da ogni influsso greco. In via di fatto concedeva al Vescovo di Siracusa un primato per delega, sulle cause ecclesiastiche minori e sul coordinamento della Chiesa siciliana, ma senza alcuna specifica autonomia riconosciuta. In questo fu particolarmente attento papa Gregorio Magno, grande uomo di Chiesa, ma anche molto sensibile agli interessi economici romani relativi alla Sicilia. Propugnatore dell’affrancamento degli schiavi, non poté liberare, per come funzionava l’economia dei tempi, la massa di schiavi e soprattutto di coloni (una sorta di servi della gleba per contratto, forse ex piccoli proprietari impoveriti) dei suoi stessi possedimenti siciliani.

 

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