11 maggio 1860: la Gran Bretagna consente a Garibaldi di sbarcare in Sicilia

11 maggio 1860: la Gran Bretagna consente a Garibaldi di sbarcare in Sicilia
13 maggio 2020

Quando scriviamo dello sbarco a Marsala di Garibaldi, lo facciamo citando gli ufficiali traditori del Regno delle Due Sicilie. Ma è anche importante segnalare il ruolo svolto dalla Gran Bretagna: quello che si racconta, per l’appunto, con dovizia di particolari, in questo articolo 

di Michele Eugenio Di Carlo

Uno dei più dettagliati resoconti della spedizione garibaldina – tanti ne hanno tratto informazioni senza citare la fonte – resta quello di Giacinto de’ Sivo. Con precisione assoluta lo scrittore di Maddaloni descrive l’apparato di sicurezza che il Governo aveva disposto per proteggere la Sicilia dall’invasione ritenuta certa: quattro fregate a vapore, due a vela, nove piroscafi da guerra, che navigavano incessantemente lungo le coste siciliane. Diverse compagnie dell’Esercito Reale erano dislocate lungo i punti di approdo più isolati; il generale Primerano controllava la provincia di Palermo; Letizia stava appena tornando da Trapani e Marsala; Landi, appena promosso generale, il 6 maggio si dirigeva verso Mazara del Vallo; Rivera, il maresciallo, aveva dislocato le truppe tra Caltanissetta e Agrigento; il brigadiere Clary vigilava sull’area catanese, mentre il maresciallo Russo sorvegliava quella di Messina.

Considerate anche le forze di Polizia e le Guardie Urbane, supporre che Giuseppe Garibaldi, nel caso fosse riuscito a sbarcare, andasse con i suoi uomini oltre Marsala non era proprio possibile.

Per de’ Sivo era del tutto chiaro sin d’allora che la forza di Garibaldi era stata costruita a tavolino, in particolare dalla potentissima macchina della propaganda inglese. E quanto Cavour, convintosi a favorire la spedizione, cercò di metterne a capo Nino Bixio, «allora dolentissimo il Nizzardo, scordò la venduta patria, e scrisse umilissime lettere al La Farina, scongiurandolo d’aiutarlo […] Allora il La Farina lo rappaciò col Cavour».

Sicuramente era stata proprio l’azione di mediazione di Giuseppe La Farina a spingere Garibaldi ad incontrare Camillo Cavour e Vittorio Emanuele II a Bologna il 2 maggio, al fine di addivenire ad un accordo, come già supposto dallo storico Pietro Pastorelli. Ed è così che «quel marinaio già dalla stampa mazziniana magnificato, quasi promesso da’ fati, per patti segreti tra reggitori di popoli potenti, con l’oro del Piemonte indebitato a posta, doveva lanciarsi a portar guerra civile nelle Sicilie».

Mentre tutta Genova era in fermento per i preparativi della partenza, le proteste del ministro degli Esteri napoletano ottenevano l’effetto di far sì che «Cavour si storcea, mendicava parole, e prometteva d’impedire l’andata». E quando dalla Prefettura di Genova si manifestarono le preoccupazioni circa le responsabilità di preparativi alla luce del sole per una invasione militare che nessuno aveva autorizzato, «venne il La Farina con lettere del Cavour al prefetto e nessuno fiatò; anzi s’ebbero aiuti manifesti».

De’ Sivo svela anche i retroscena dell’accordo segreto tra la società di navigazione Rubattino – la stessa che aveva ceduto il Cagliari al Pisacane e che era stata restituita a viva forza dietro pressioni inglesi – e Garibaldi. Un accordo che era stato siglato con un atto di vendita dei bastimenti Piemonte e Lombardo a Torino nello studio del notaio Badigni, mentre la propaganda sabauda faceva passare l’episodio della presa dei due bastimenti come un’azione violenta di Bixio allo scopo, attestato dallo stesso Garibaldi, di allontanare i sospetti di complicità dal Governo di Torino.

Informato della partenza della spedizione garibaldina, il Governo napoletano con una comunicazione dell’8 maggio informava il luogotenente Castelcicala che, tra le varie eventualità, Marsala era il luogo più probabile dello sbarco. Tra l’altro, il generale Letizia, vecchio carbonaro, due giorni prima dello sbarco si era portato a Marsala per poi, inspiegabilmente, ripiegare su Palermo via Mazara del Vallo, mentre gli subentrava Landi.

La costa marsalese era controllata via mare dalla fregata a vela Partenope e da due navi a vapore, la Stromboli al comando del capitano Acton e la Capri diretta dal capitano Caracciolo, entrambi avvertiti della possibilità non remota di un approdo dei garibaldini a Marsala.

La sera del 10 maggio due vascelli inglesi avevano avuto l’ordine di lasciare il porto di Palermo e di dirigersi verso Marsala: l’Argo al comando di Ingrham e l’Intrepid al comando del capitano Marryat. Il Piemonte e il Lombardo giunti nei pressi di Marsala si erano posti al riparo, prima dietro l’isola di Levanzo, poi dietro quella di Favignana. Secondo la minuziosa cronaca di de’ Sivo, sin dal mattino i legni sardi erano stati avvistati e la loro presenza era stata immediatamente comunicata ai vascelli napoletani.

Tuttavia, dopo l’una di pomeriggio, presenti i due “legni” inglesi, Garibaldi dava l’ordine di sbarcare nel porto di Marsala. Al sopraggiungere tardivo dello Stromboli, mentre erano in atto le operazioni di sbarco, l’inglese Ingrham comunicava ad Acton che doveva necessariamente imbarcare personale inglese presente a terra prima che iniziasse il cannoneggiamento dei legni garibaldini. Un’operazione che richiese tanto di quel tempo da impedire l’azione della flotta borbonica.

De’ Sivo ha scritto che già il 12 maggio Carafa protestava in tutta Europa «per l’atto di pirateria consumato contro il reame, e preparato in territorio di Stato amico», non mancando di elencare con precisione i fatti, i mezzi e le armi utilizzati, i luoghi della raccolta fondi e dell’arruolamento dei volontari e chiedendo che fossero denunciate le responsabilità di promotori, autori e complici dell’invasione avvenuta in totale violazione del diritto internazionale che regolava i rapporti tra Stati indipendenti.

La replica all’appello delle Due Sicilie non si fece attendere, infatti Prussia, Austria, Russia e Francia protestarono. Nonostante le richieste di chiarimento e le accuse provenienti da tutta l’Europa, Cavour «s’armò di bugie» e l’ambasciatore piemontese Villamarina a Napoli dichiarò che i sospetti di complicità del Governo di Torino con l’avventura garibaldina erano non solo falsi, ma ingiuriosi. Sul foglio ufficiale, il 17 maggio, il Governo sardo-piemontese dichiarava sfacciatamente la propria estraneità, la totale disapprovazione dell’impresa di Sicilia, oltre allo stretto rispetto per il diritto internazionale. La documentazione registrata sin dai primi anni Sessanta dell’Ottocento da de’ Sivo, comprovante le complicità di Torino e di Londra nella spedizione garibaldina, non è mai stata presa in seria considerazione dalla storiografia ufficiale liberale.

I documenti di de’ Sivo non potevano essere diffusi, in particolare nel periodo successivo all’unità acquisita, quando il Sud in continuo stato d’assedio subiva l’oltraggio della Legge Pica e un medico al seguito dell’Esercito Italiano lanciava spudoratamente le sue teorie pseudoscientifiche sull’atavismo delle popolazioni meridionali. Eppure le fonti documentali utilizzate da de’ Sivo sono quelle conservate negli archivi diplomatici di mezza Europa; documenti che proprio perché già resi dall’autore di Maddaloni, non possono oggi essere ritenuti del tutto inediti.
La lettera del 12 maggio citata da de’ Sivo, ripresa nei Carteggi di Camillo Cavour, come chiarisce lo storico Eugenio Di Rienzo, fu consegnata da Carafa agli ambasciatori Salvatore Pes di Villamarina e Hudson, e inoltrata celermente alle diplomazie europee. Essa esprimeva un «categorico e durissimo giudizio di condanna sulle responsabilità della Mediterranean Fleet». La lettera ebbe, come sostenuto da de’ Sivo, l’immediato sostegno di gran parte degli Stati europei, come documentato peraltro da Nicodeme Bianchi.

Il ministro degli Esteri russo Gorčakov, convocato il 14 maggio l’ambasciatore inglese John Fiennes Crampton, elevava una vibrata protesta, mentre l’ambasciatore russo a Torino comunicava minacciosamente che solo la distanza geografica aveva impedito alla Russia di difendere con le armi il Regno delle Due Sicilie (circostanza citata dallo stesso de’ Sivo).

Il giorno stesso, il ministro degli Esteri francese Thouvenel chiedeva spiegazioni all’ambasciatore inglese Cowley sulla palese violazione del diritto internazionale; il giorno 15, il Primo Ministro austriaco, Johann Bernhard von Rechberg, trasmetteva una nota a Londra e Parigi dalla quale si evinceva che Piemonte e Gran Bretagna erano ritenuti responsabili di aver organizzato e favorito la spedizione garibaldina, mentre il 17 dello stesso mese la Prussia proponeva un accordo ad Austria e Russia per tutelare il diritto internazionale leso dal Piemonte con il beneplacito inglese.

Sulla questione rimasta controversa il ministro Russel fu costretto a difendersi nello stesso Parlamento inglese. Il 17 maggio, come risulta nei resoconti dei dibattiti parlamentari inglesi (Hansard’s Parliamentary Debates) citati da Di Rienzo, Russel andava incontro ad un duro scontro che proveniva dai banchi parlamentari dell’opposizione e dalla stessa maggioranza, a seguito dell’intervento del deputato George Hope che chiedeva di far cessare l’ignobile sottoscrizione su suolo inglese a favore della Sicilia in rivolta promossa dal ferrarese Alberto Mario, marito della giornalista del “London Daily News” Jessie White. Una sottoscrizione alla quale avevano contribuito anche elementi in vista del partito whig e, persino, alcuni ministri.

La mancata risposta del Governo spingeva il deputato tory Richard Malins a denunciare che la legislazione vietava la raccolta di fondi su suolo inglese per finanziare imprese militari straniere e che se il principio era applicato per le grandi Potenze straniere non poteva non esserlo per il Regno delle Due Sicilie.

Il deputato Ralph Bernal, insoddisfatto delle repliche governative, poneva l’accento sulla gravità delle informazioni riportate dalla stampa europea che vedeva un diretto coinvolgimento della Gran Bretagna nell’illegittima spedizione armata di Garibaldi.

Come spiega ancora Di Rienzo, la presenza della flotta inglese nel mare di Sicilia era vista come una minaccia concreta sia dagli ufficiali della Marina napoletana sia da Francesco II, consapevoli che il Governo Palmerston non si sarebbe tirato indietro qualora si fosse verificato un benché minimo incidente di natura militare lungo le coste siciliane. Sicuramente la decisione di approdare a Marsala, laddove vi era una discreta presenza di attività produttive e commerciali inglesi, era stata concordata da Garibaldi con i referenti del Governo inglese.

Il 4 marzo 1861, quando nel Regno delle Due Sicilie ai garibaldini mandati in congedo era subentrato l’Esercito Sardo-piemontese e l’Italia stava per essere unificata sotto le insegne dei Savoia, il deputato John Pope Hennessy riaccendeva la discussione contestando al Governo inglese di aver interferito nella vittoriosa impresa garibaldina, sostenendola militarmente, finanziariamente e diplomaticamente, mentre ufficialmente dichiarava ipocritamente la linea del non intervento negli affari italiani. Secondo Pope le due navi della flotta inglese erano presenti nella rada del porto di Marsala col preciso intento di fornire il supporto necessario ad assicurare lo sbarco a Marsala degli uomini in camicia rossa.

Pochi erano i dubbi sul coinvolgimento inglese nella conquista militare del Regno delle Due Sicilie; dubbi che si affievolirono del tutto quando lo stesso Pope, nella seduta parlamentare citata, rese nota la lettera con cui Vittorio Emanuele II aveva ringraziato il Governo inglese.

Non a caso Eugenio Di Rienzo, accademico esperto, direttore della “Nuova Rivista Storica”, noto docente di Storia Moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma, rende i dovuti meriti al prezioso lavoro di ricerca degli studiosi revisionisti non accademici:

«Che la longa manus del ministero whig abbia potentemente contribuito (soprattutto ma non soltanto con un supporto economico) al successo della ‘liberazione del Mezzogiorno’ è un’ipotesi che la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filoborbonica».

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