No al MES, no agli Eurobond e sì a una moneta italiana che può convivere con l’euro/ MATTINALE 481

No al MES, no agli Eurobond e sì a una moneta italiana che può convivere con l’euro/ MATTINALE 481
6 aprile 2020

MES ed Eurobond sono due tagliole che continuerebbero ad indebitare l’Italia. L’ideale sarebbe uscire subiti dall’Eurozona, facendosi aiutare da USA, Cina e Russia. Ma siccome chi oggi governa l’Italia non lo farà, illustriamo un sistema alternativo alternativo per creare in Italia una moneta parallela all’euro nel rispetto del Trattati europei e delle leggi italiane  

Da qualche giorno i telegiornali italiani annunciano in pompa magna la grande manovra economica del Governo Conte bis pronta a sostenere le imprese e le famiglie del nostro Paese. In questo articolo proveremo a illustrare che la manovra che l’attuale Governo italiano sta mettendo a punto sarà, in realtà, la tomba per tantissime imprese italiane.

Cominciamo con una precisazione sulla pandemia di Coronavirus. Finalmente, da un paio di giorni, la politica italiana dice quello che questo blog scrive già da qualche settimana: e cioè che dovremo imparare a convivere con il Coronavirus fino a quando non ci saranno cure efficaci.

Noi siamo ottimisti. E siamo convinti che, entro sei-otto mesi, una cura ci sarà, siano essi i vaccini o altri farmaci (che in parte già esistono e sono in parte già in fase di prova e altri in fase sperimentale). Volendo essere ottimisti, entro un anno, un anno e mezzo al massimo la situazione si potrebbe anche normalizzare.

Fermo restando che, almeno in una prima fase, sarà comunque augurabile non prendere l’infezione da Coronavirus, perché è pur sempre una patologia che, in alcuni casi – pochi casi, per fortuna – creerebbe comunque problemi.

Cosa vogliamo dire con questa precisazione? Che, pur essendo ottimisti, dobbiamo mettere nel conto che per un anno, un anno e mezzo ci saranno le restrizioni. E che la fase di ritorno alla normalità sarà graduale.

Ci saranno attività economiche che avranno bisogno di tempo prima di tornare alla normalità. Il turismo e tutte le attività legate allo stesso turismo avranno bisogno di più tempo. Gli hotel, i ristoranti, le trattorie, gli agriturismi avranno bisogno di più tempo.

E lo stesso discorso vale per gli stadi dove vanno in scena le partite di calcio, i teatri, i cinema.

Non sappiamo cosa decideranno di fare per la scuola e le università: ma dubitiamo che potranno tornare in tempi brevi a regime.

La lista delle attività economiche – e non soltanto economiche – che dovranno fare i conti con una ripresa lenta è molto ampia.

Ora, se avete seguito i telegiornali di questi ultimi giorni non vi sarà sfuggito un particolare che ‘informazione italiana ha fatto passare per un dettaglio, ma che invece dettaglio non lo è affatto.

Il Governo italiano – questo il ‘dettaglio’ – si accinge a fornire alle imprese denaro in prestito! In economia i prestiti di denaro vanno bene – anzi, sono essenziali – quando le cose vanno bene. Ma le tantissime imprese italiane che, bene che vada, dovranno restare bloccate per un altro anno, o forse per un anno e mezzo, del prestito non sa che farsene!

Queste imprese – e in Italia sono tantissime! – non hanno bisogno di prestiti: hanno bisogno del denaro per sopravvivere! Non prestiti, insomma: ma denaro che tali imprese non dovranno mai più restituire!

Questo è quello che stanno facendo quasi tutti i grandi Paesi del mondo: gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, il Canada. E anche la Germania. I 450 miliardi di euro messi in campo dal sistema bancario tedesco ufficialmente sono prestiti: di fatto sono soldi che le imprese tedesche non restituiranno più, perché sono soldi garantiti dallo Stato tedesco, che questi soldi li possiede perché li ha scippati negli anni passati ai Paesi ‘sudditi’ dell’Unione europea (solo con la crisi greca le banche tedesche hanno guadagnato oltre 200 miliardi di euro con vergognose speculazioni, gettando nella miseria decine di migliaia di greci!).

Anche il Governo italiano dice che garantirà i 30 miliardi di euro che si accinge a prestare alle imprese italiane. Ma come li garantirà? Nella ordinaria delle ipotesi li rivorrà indietro (è il caso delle imprese che sopravviveranno); nella peggiore delle ipotesi andranno a sommarsi al debito pubblico: e a pagare saranno tutti gli italiani con un aumento delle tasse e delle imposte e con altri tagli ai servizi.

Tra l’altro – questo è un punto fondamentale – all’Italia serviranno i soldi per non far morire le imprese da qui a un anno e mezzo (bene che vada) e i soldi per rilanciare l’economia. I 30 miliardi messi in campo dal Governo Conte bis sarebbero ininfluenti. L’Italia, da qui a due anni, avrà bisogno di almeno 300 miliardi di euro.

Prendere altri 300 miliardi di euro a prestito dagli ‘strozzini’ dell’Unione europea con il MES o con gli Eurobond sarebbe una follia!

Non dimentichiamo che l’Italia ha già pagato quasi 4 mila miliardi di interessi sul debito pubblico, che oggi ammonta a circa 2 mila e 400 miliardi di euro. E’ chiaro che indebitarsi, oggi, per altri 300 miliardi di euro con la Ue significherebbe consegnare ai tedeschi (e ad alti Paesi ‘europeisti’) gli asset italiani che ancora non sono finiti nelle mani di Paesi esteri!

Questo perché la fallimentare classe politica italiana della cosiddetta Seconda Repubblica ha infognato il nostro Paese nella ‘trappola’ della moneta unica chiamata euro: una moneta a credito che è stata creata su misura per consentire alla Germania di far pagare all’Europa mediterranea il costo della riunificazione tedesca; e ha consentito ai Paesi del Nord Europa di lucrare sull’Europa mediterranea.

Non vi fare ingannare dall’attuale dibattito su MES e Eurobond: sono due forme di indebitamento: la prima molto onerosa, la seconda meno onerosa, ma non per questo meno pericolosa.

Ad avviso di chi scrive, l’Italia dovrebbe subito uscire dall’Eurozona, anche facendosi aiutare da USA, Cina e Russia per pagare il debito pubblico.

Ma poiché non crediamo che l’attuale Governo italiano sia in grado di adottare un scelta così lungimirante la domanda è: lo Stato italiano, oggi, può emettere una moneta, una banconota diversa dall’euro senza violare i trattati europei? La risposta è sì. E’ solo questione di volontà politica. Ora proveremo a illustrare di cosa si tratterebbe.

Cominciando col dire che per l’Italia non si tratterebbe di una novità, perché un esperimento del genere – perfettamente riuscito – è stato fatto nella metà degli anni ’60 del secolo passato grazie ad Aldo Moro. Con una legge (per la precisione, è la legge numero 171 del 1965) lo Stato italiano autorizzò se stesso ad emettere i “biglietti di Stato”. Chi ha vissuto in quegli anni ricorderà che le 500 lire volute dalla DC di Aldo Moro circolavano insieme alle 500 lire emesse dalla Banca d’Italia.

Non è questa la sede per illustrare il perché Moro – leader di un partito politico popolare – fece questa prova (di forza). Vi diciamo soltanto che, già allora, gli ambienti massonici ‘europeisti’ – che di lì a poco si sarebbero sempre più insinuati nei gangli vitali dell’Italia e persino dentro il Vaticano – erano all’opera (e che certi accadimenti, anche drammatici, degli anni ’70 e degli anni ’80 saranno la diretta conseguenza di un certo ‘europeismo massonico’ già presente allora: lo stesso ‘europeismo’ che oggi sta distruggendo l’Italia).

Quello che importa sottolineare è che l’euro, moneta di provenienza bancaria, può convivere con una moneta statale. La differenza è intuitiva: l’euro, come già accennato, è una moneta a credito e nasce indebitando lo Stato, nel nostro caso indebitando l’Italia, che deve emettere e cedere in garanzia titoli del debito pubblico per ottenere il denaro per andare avanti; la seconda – la moneta statale – non indebita lo Stato che la emette, nel nostro caso non indebita lo Stato italiano.

I trattati internazionali firmati dall’Italia nel quadro dell’Unione europea possono creare problemi? No. Questo passaggio è stato spiegato molto bene da scenarieconomici.it:

“Lo dimostra, inconfutabilmente, il fatto che la legge del 1965 rimase in vigore anche ‘dopo’ che fu approvata la legge 7 febbraio 1992, n. 82 (“Modificazioni alle procedure stabilite dal testo unico sugli istituti di emissione e sulla circolazione dei biglietti di banca”); la legge 82 del 1992 è il provvedimento normativo con cui si attribuì – nello stesso giorno della firma del trattato di Maastricht! – il diritto-potere esclusivo a Bankitalia di determinare il tasso di sconto del denaro senza doversi interfacciare con il Ministero del Tesoro. Per la precisione, la legge 171 del 1965 rimase in vigore fino al 1998, quando fu abrogata per effetto del decreto legislativo del 10 marzo di quell’anno, il numero 43. Cerimonieri d’eccezione, due nostre vecchie conoscenze: Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro e Presidente del Consiglio, Romano Prodi. Ciò avvenne, non a caso, a ridosso dell’entrata a regime dell’euro sui mercati finanziari (primo gennaio 1999). Cionondimeno, l’abrogazione di una legge dello Stato italiano, da parte del Parlamento italiano, non impedisce, di per sé, allo stesso Stato italiano di ri-emanare una legge identica a quella abrogata. È solo una questione di “volontà” politica, non di “possibilità” giuridica. A maggior ragione ove si consideri che – proprio a cavallo tra l’esordio dell’euro sui mercati finanziari (primo gennaio 1999, abbiamo detto) e lo “zampillare” dell’euro dalle nostre tasche (primo gennaio 2002) – il Parlamento italiano, con legge costituzionale del 18 ottobre 2001, n. 3, riformò l’articolo 117 della Costituzione: scrivendo, nero su bianco, che lo Stato (sia pur nel rispetto dei vincoli derivanti dai trattati internazionali) ha esclusiva competenza in materia di ‘moneta’”.

“L’unico dubbio residuo sul tappeto – prosegue l’articolo di scenarieconomici.it – potrebbe quindi essere il seguente: eventuali nuovi ‘biglietti di Stato’ (come quelli famosi di Moro, per intenderci) sarebbero compatibili con il Trattato di Maastricht e con quello di Lisbona? Ragioniamo: se tali ‘Stato-note’ le concepissimo e producessimo come semplice ‘formato’ alternativo alle monetine metalliche, la risposta sarebbe ovviamente affermativa. Già oggi lo Stato conia 1 euro, 2 euro e i vari centesimi. Che lo faccia sotto forma di moneta metallica piuttosto che sotto forma di ‘Stato-nota’ non cambierebbe granché. Anzi, in passato (e per mere ragioni pratiche e ‘simboliche’) lo aveva addirittura proposto l’allora Ministro Giulio Tremonti. Ma ce ne gioveremmo davvero, e in modo significativo? No, visto che incorreremmo nella necessità della approvazione del volume di conio da parte della BCE ex art. 128, comma due di Lisbona, già citato”.

E allora? “Allora – seguiamo sempre il ragionamento di scenarieconomici.it – facciamo un passo più in là. E se lo Stato stampasse dei ‘biglietti’ al di là e oltre il perimetro dell’art. 128, secondo comma? Qui dobbiamo intenderci. Innanzitutto, se si trattasse di biglietti di stato ‘non’ a corso legale (la cui accettazione, cioè non fosse obbligatoria per i cittadini, ma solo volontaria), certamente sì. Infatti, l’articolo 128 di Lisbona attribuisce l’esclusiva alla BCE solo sulle banconote ‘aventi corso legale’. Le nostre ‘Stato note’ sarebbero invece (nell’ipotesi testé prospettata) ad accettazione volontaria. Ma ciò non significa che i cittadini non le userebbero per i propri scambi. Non essere obbligati ad accettare uno strumento di pagamento non significa essere tenuti a rifiutarlo. Anzi, lo Stato potrebbe addirittura rendere appetibile una tale moneta dando ad essa valenza fiscale, cioè accettandola per il pagamento delle tasse”.

“Ma si potrebbe addirittura spingersi oltre, e sostenere che lo Stato potrebbe emettere ‘biglietti di Stato’ anche ‘a corso legale’ (cioè ad accettazione obbligatoria) – leggiamo sempre su scenarieconomici.it -purché solo entro i confini del proprio territorio. Infatti, l’articolo 128, primo comma, del Trattato di Lisbona attribuisce l’esclusiva alla BCE in materia di ‘banconote’, non di ‘Stato-note’ o di biglietti di Stato, che dir si voglia. Dunque, potremmo avere due monete a corso legale sullo stesso territorio italiano: le banconote in euro (valevoli anche oltreconfine, negli altri Paesi dell’eurozona) e le ‘Stato-note’ valevoli solo in Italia”.

Tutto questo nel rispetto dei trattati europei e senza indebitare gl’italiani!

Ancora due precisazioni.

Prima precisazione:

“La nuova moneta parallela all’euro leggiamo sempre su scenarieconomici.it – sarebbe solo ‘domestica’ (cioè usabile solo nel territorio italiano), ma non sarebbe solo cartacea. Proprio come nel caso della monetazione in euro, essa potrebbe, e dovrebbe, circolare pure sotto forma di moneta elettronica. Prescindiamo, per ragioni di sintesi, dal modo in cui potrebbe materialmente realizzarsi il relativo circuito. Ricordiamo solo che ‘possono emettere moneta elettronica, nel rispetto delle disposizioni ad essi applicabili, la Banca centrale europea, le banche centrali comunitarie, lo Stato italiano e gli altri Stati comunitari, le pubbliche amministrazioni statali, regionali e locali, nonché Poste Italiane’ (art. 114 bis Testo Unico bancario licenziato con Decreto legislativo del primo settembre 1993, numero 385). E tanto basti, in punto di diritto”. Aggiungiamo che – ove si riproducesse la stessa proporzione oggi esistente per l’euro – avremo solo un sette per cento di ‘Nuove Lire’ in biglietti di stato cartacei e un novantatré per cento di ‘Nuove Lire’ in moneta elettronica”.

Seconda precisazione:

“Ci sarebbero problemi pratici? – conclude scenarieconomici.it -. La nuova lira si svaluterebbe nel rapporto di cambio con l’euro? A entrambe le domande rispondiamo affermativamente. Ci sarebbero diversi problemi pratici, come per qualsiasi soluzione innovativa, e ci sarebbe un rapporto di cambio sicuramente sfavorevole alla Nuova Lira. E tuttavia, non è questo il punto”.

Foto tratta da Wikipedia

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