La Lega di Salvini ha preso in giro anche i pastori sardi

La Lega di Salvini ha preso in giro anche i pastori sardi
14 agosto 2019

Noi non abbiamo nascosto i nostri dubbi sull’accordo siglato lo scorso inverno. A novembre i pastori sardi potrebbero scoprire sgradevoli sorprese. Ripercorriamo la storia di questa vertenza gestita dalla Lega di Governo a colpi di promesse fantasiose. Un’altra motivazione – una delle tante – del perché la Lega di Salvini è scappata dal Governo. I risvolti in Sicilia 

Tra le tante promesse non mantenute dalla Lega di Matteo Salvini al Governo c’è anche il pagamento del latte di pecora ai pastori sardi ad almeno un euro al litro. Del mantenimento dell’impegno, oggi, non c’è traccia. C’è il rischio, invece, che a novembre i pastori sardi possano essere addirittura chiamati a restituire una parte dei soldi che hanno incassato. Ma andiamo con ordine.

A noi l’accordo siglato alla fine dello scorso inverno, dopo un mese di proteste non ci ha mai convinto. Oggi i nostri dubbi si rivelano tutt’altro che campati in aria.

Ricordiamo che, tra le fine di febbraio e i primi giorni di marzo di quest’anno, i pastori sardi (e non soltanto loro, se è vero che la protesta era arrivata anche in Sicilia) i pastori sardi hanno interrotto la protesta. Il Governo nazionale – con in testa il Ministro degli Interno e leader della Lega, Matteo Salvini, e il Ministro anche lui leghista delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio – si era impegnato su tre fronti: ritiro de prodotto in eccedenza (ovviamente pagandolo ai pastori); nuovo regolamento del consorzio che produce il Pecorino romano che ha sempre tutelato gli industriali a scapito dei pastori; anticipazione immediata ai pastori di 72 centesimi di euro al litro e il conguaglio a novembre.

Sono stati mantenuti gli impegni? No. Il provvedimento per il ritiro del latte di pecora in eccedenza si è materializzata solo nei giorni scorsi. Il Ministero delle Politiche agricole, di concerto con i Ministeri del Lavoro e degli Affari sociali, ha stanziato 14 milioni di euro (quando è stato siglato l’accordo si parlava di 30 milioni di euro per tutta la filiera) per ritirare le eccedenze facendo ricorso ad aste pubbliche.

Si tratta di atti cartacei, nulla di concreto. Di mezzo c’è l’AGEA, l’Agenzia dello Stato che effettua in pagamenti in agricoltura che è ‘celebre’ per la lentezza. Infatti bisogna ancora stilare e approvare i regolamenti per acquistare e poi donare in beneficienza il Pecorino romano in eccedenza.

Morale: da qui a novembre i pastori sardi dovranno mettersi il cuore in pace e aspettare.

“In alto mare – scrive Nexet – anche la questione delle anticipazioni. Anzi c’è il rischio che sia un boomerang perché il Pecorino sardo Dop continua ad essere venduto a valori ben lontani dagli auspicati 8,20 euro al chilo che avrebbero consentito ai caseifici di portare a 1,02 al litro il prezzo del latte. Nelle maggiori Borse merci… il formaggio sardo è stato venduto mediamente ad appena 6,65 euro al chilo. Quindi a novembre gli allevatori potrebbero trovare la cattiva sorpresa di dover restituire gli anticipi ricevuti”.

Questo passaggio è fondamentale. Ricordiamoci i 72 centesimi di euro al litro di latte di pecora corrisposti ai pastori sono un’anticipazione. L’impegno – a parole, anche se messo per iscritto – è che si sarebbe arrivati a un euro, mercato del prodotto permettendo. Solo che il mercato del Pecorino romano non sta rispondendo bene e i pastori sardi, piuttosto che incassare i 28 centesimi di euro per ogni litro di latte di pecora, potrebbero addirittura essere costretti a restituire una parte dell’anticipazione!

“Infine, ed è il capitolo più controverso – leggiamo ancora su Nexet – l’approvazione mercoledì delle nuove norme del consorzio della Dop. Gli allevatori se, da un lato, annunciano un pacifico ricorso all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, dall’altro minacciano nuove pesanti proteste. Eppure nel consorzio ogni loro voto varrebbe quanto quello dei produttori: con 12mila allevamenti e 2,6 milioni di pecore garantiscono una produzione di 3 milioni di quintali di latte, che dopo la trasformazione in pecorino romano Dop, vale 250 milioni di euro e per il 70% è esportato nel mondo” (qui per esteso l’articolo di Nexet).

Questo quello che sta succedendo e che potrebbe succedere da qui a qualche mese. Vediamo, adesso, cosa scrivevamo noi lo scorso 9 marzo, esattamente cinque mesi addietro. Il titolo del MATTINALE 304 è il seguente:

“Siglato l’accordo sul latte di pecora: perché i pastori sardi stanno sbagliando”.

Leggiamo, adesso, alcuni passaggi del nostro articolo del 9 marzo scorso:

“Ognuno è libero di siglare tutti gli accordi che vuole (e di credere alle promesse del Ministro leghista delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio). Ma noi siamo liberi di esprimere le nostre opinioni. E proveremo a dimostrare che l’accordo siglato dai pastori sardi è sbagliato. Cominciamo con il prezzo raggiunto: 0,74 centesimi al litro. E’ un prezzo basso, grosso modo la metà di quanto, a nostro modesto avviso, dovrebbe costare un litro di latte di pecora italiano che, per il lavoro che ha alle spalle, per i sacrifici che comporta e per la dignità di chi lavora in questo settore non dovrebbe costare meno un di un euro e 30-un euro è 50 centesimi al litro”.

E ancora:

“Il prezzo raggiunto – e qui cominciamo a entrare nel cuore dell’accordo – è un’anticipazione. Ai pastori dovrà essere successivamente corrisposto un conguaglio che dipenderà dal prezzo del Pecorino romano rivelato dalla Borsa di Milano: se il prezzo del Pecorino romano raggiungerà gli 8 euro circa al Kg, il prezzo del latte da pagare ai pastori sardi arriverà a circa un euro. Già su questo punto i pastori sardi avrebbero dovuto saltare dalla sedia: la Borsa di Milano che deve certificare un eventuale conguaglio ai pastori di 26 euro per ogni litro di latte: ma che razza di accordo coloniale è mai questo?”.

E ancora:

“Noi ci rendiamo conto che i pastori sardi ci potrebbero rispondere: voi fate ‘filosofia’ mentre noi qui con il latte di pecora ci campiamo. Dal loro punto di vista hanno ragione. Però siccome il Pecorino romano di romano non ha nulla, solo il nome, e siccome gli industriali non possono fare a meno del latte di pecora sardo e, in minima parte, del latte di pecora della provincia di Grosseto, in Toscana, e del latte di pecora del Lazio (si tratta di una produzione DOP, sigla che sta per Denominazione di Origine Protetta), i pastori sardi, nella vertenza, avevano tra le mani un’arma formidabile che hanno usato male”.

E ancora:

“Ci permettiamo di ricordare ai pastori sardi che sul latte di pecora italiano aleggia la presenza del latte di pecora rumeno che costa, in media, 0,25 centesimi di euro al litro. E siccome l’Italia importa e continuerà a importare latte di pecora rumeno, se non si farà chiarezza su questo punto, la produzione di latte di pecora della Sardegna, della Sicilia, del Lazio e della Toscana rimarrà sempre l’anello debole. I pastori potranno replicare: non possiamo chiedere di bloccare l’arrivo in Italia del latte rumeno perché la Romania fa parte dell’Unione Europea. Ora, a parte che questo non è vero, perché i regolamenti comunitari si possono sempre cambiare, nella vertenza c’è un punto che, forse, i pastori sardi non hanno utilizzato: i controlli del DNA sui prodotti finiti, cioè sui formaggi. Non stiamo parlando di cose impossibili. Lo stesso problema si è posto per la pasta prodotta con il grano duro Senatore Cappelli da alcune aziende del Nord Italia. L’Associazione GranoSalus ha fatto effettuare le analisi sul DNA di alcuni marchi di pasta prodotta da alcune aziende del Nord Italia e si è scoperto che, in questa pasta, di grano duro Senatore Cappelli ce n’era veramente poco”.

E ancora:

“Perché non inserire nell’accordo una serie di controlli random sui prodotti lattiero-caseari finiti? Questo controlli sul DNA farebbero luce sull’eventuale presenza di latte di pecora non italiano nei formaggi italiani. I controlli dovrebbero essere effettuati dal Ministero delle Politiche agricole, ma anche dai pastori sardi, toscani, laziali e siciliani. Se il Pecorino romano è fatto solo con il latte di pecora italiano – e noi non lo mettiamo in dubbio – non ci dovrebbero essere problemi”. (qui il nostro articolo del 9 marzo scorso per esteso).

Non sappiamo cosa succederà il prossimo novembre e non sappiamo che Governo ci sarà il prossimo novembre. Ma sappiamo che i pastori sardi – e, in generale, tutti gli allevatori di pecore d’Italia, compresi quelli siciliani – dovranno chiedere un euro e mezzo per ogni litro di latte di pecora. Senza questo prezzo, tutti i trasformatori saranno liberi di approvvigionarsi di latte di pecora dove gli pare: anche dalla Romania.

Sarà l’occasione, se ciò si dovesse verificare, per informare tutti i consumatori che i formaggi di pecora italiani, tranne quelli del Sud Italia, saranno prodotti con latte di pecora non italiano.

Foto tratta da dagospia.com

 

 

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