Siglato l’accordo sul latte di pecora: perché i pastori sardi stanno sbagliando/ MATTINALE 304

Siglato l’accordo sul latte di pecora: perché i pastori sardi stanno sbagliando/ MATTINALE 304
9 marzo 2019

Guarda caso, proprio quando il mondo agricolo si comincia a svegliare (ieri e l’altro ieri le manifestazioni a Gela e a Pachino dei Forconi siciliani, oggi la manifestazione di agricoltori nel porto di Catania), ecco che si trova il ‘magico accordo’ sul latte di pecora. I pastori sardi hanno ceduto. Dal loro punto di vista hanno siglato un buon accordo. Che a noi non convince affatto. Ecco perché

Ma guarda un po’ che combinazione astrale: proprio quando gli agricoltori siciliani, dopo anni di torpore, cominciano a rialzare la testa – i Forconi a Gela e a Pachino ieri e l’altro ieri e la manifestazione di oggi nel porto di Catania – si trova l’accordo sul prezzo del latte in Sardegna. Un accordo destinato ad estendersi in tutta l’Italia, perché i pastori sardi, numeri alla mano, producono circa l’80% del latte di pecora nel nostro Paese.

Ognuno è libero di siglare tutti gli accordi che vuole (e di credere alle promesse del Ministro leghista delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio). Ma noi siamo liberi di esprimere le nostre opinioni. E proveremo a dimostrare che l’accordo siglato dai pastori sardi è sbagliato.

Cominciamo con il prezzo raggiunto: 0,74 centesimi al litro. E’ un prezzo basso, grosso modo la metà di quanto, a nostro modesto avviso, dovrebbe costare un litro di latte di pecora italiano che, per il lavoro che ha alle spalle, per i sacrifici che comporta e per la dignità di chi lavora in questo settore non dovrebbe costare meno un di un euro e 30-un euro è 50 centesimi al litro.

L’accordo è stato ‘smorfiato’ bene dal Ministro leghista, che ha messo sul piatto quasi 30 milioni di euro “a sostegno delle filiera lattiero-casearia”.

Il prezzo raggiunto – e qui cominciamo a entrare nel cuore dell’accordo – è un’anticipazione. Ai pastori dovrà essere successivamente corrisposto un conguaglio che dipenderà dal prezzo del Pecorino romano rivelato dalla Borsa di Milano: se il prezzo del Pecorino romano raggiungerà gli 8 euro circa al Kg, il prezzo del latte da pagare ai pastori sardi arriverà a circa un euro.

Già su questo punto i pastori sardi avrebbero dovuto saltare dalla sedia: la Borsa di Milano che deve certificare un eventuale conguaglio ai pastori di 26 euro per ogni litro di latte: ma che razza di accordo coloniale è mai questo?

Già è incredibile che con il latte delle pecore della Sardegna debba essere prodotto un formaggio che si chiama Pecorino romano: già solo per questo il tavolo andrebbe fatto saltare!

Noi ci rendiamo conto che i pastori sardi ci potrebbero rispondere: voi fate ‘filosofia’ mentre noi qui con il latte di pecora ci campiamo. Dal loro punto di vista hanno ragione. Però siccome il Pecorino romano di romano non ha nulla, solo il nome, e siccome gli industriali non possono fare a meno del latte di pecora sardo e, in minima parte, del latte di pecora della provincia di Grosseto, in Toscana, e del latte di pecora del Lazio (si tratta di una produzione DOP, sigla che sta per Denominazione di Origine Protetta), i pastori sardi, nella vertenza, avevano tra le mani un’arma formidabile che hanno usato male.

Ci permettiamo di ricordare ai sardi che sul latte di pecora italiano aleggia la presenza del latte di pecora rumeno che costa, in media, 0,25 centesimi di euro al litro. E siccome l’Italia importa e continuerà a importare latte di pecora rumeno, se non si farà chiarezza su questo punto, la produzione di latte di pecora della Sardegna, della Sicilia, del Lazio e della Toscana rimarrà sempre l’anello debole.

I pastori potranno replicare: non possiamo chiedere di bloccare l’arrivo in Italia del latte rumeno perché la Romania fa parte dell’Unione Europea. Ora, a parte che questo non è vero, perché i regolamenti comunitari si possono sempre cambiare, nella vertenza c’è un punto che, forse, i pastori sardi non hanno utilizzato: i controlli del DNA sui prodotti finiti, cioè sui formaggi. 

Non stiamo parlando di cose impossibili. Lo stesso problema si è posto per la pasta prodotta con il grano duro Senatore Cappelli da alcune aziende del Nord Italia. L’Associazione GranoSalus ha fatto effettuare le analisi sul DNA di alcuni marchi di pasta prodotta da alcune aziende del Nord Italia e si è scoperto che, in questa pasta, di grano duro Senatore Cappelli ce n’era veramente poco (QUI IL NOSTRO ARTICOLO).

Perché non inserire nell’accordo una serie di controlli random sui prodotti lattiero-caseari finiti? Questo controlli sul DNA farebbero luce sull’eventuale presenza di latte di pecora non italiano nei formaggi italiani.

I controlli dovrebbero essere effettuati dal Ministero delle Politiche agricole, ma anche dai pastori sardi, toscani, laziali e siciliani.

Se il Pecorino romano è fatto solo con il latte di pecora italiano – e noi non lo mettiamo in dubbio – non ci dovrebbero essere problemi.

Dopo di che ci permettiamo di aggiungere che le vertenze sui danni provocati all’agricoltura dalla globalizzazione dell’economia non possono essere portati avanti settore per settore. I danni prodotti dall’arrivo di grano e, in generale, da prodotti agricoli esteri freschi e trasformati è sempre lo stesso.

Cosa vogliamo dire? Che la vertenza è una. E l’obiettivo è comune: lo stop, che piaccia o no agli ‘europeisti’, alla globalizzazione dell’economia. Quella dei pastori sardi è un’illusione. Perché fino a quando arriverà il latte rumeno che costa molto meno del latte di pecora italiano gli industriali lo utilizzeranno.

“I capitalisti – diceva Lenin – ci venderanno anche la corda per impiccarli”. Pensare di bloccare gli effetti del latte ovino estero con i pannicelli caldi del Ministro leghista è da ingenui.

Va aperta una vertenza su tutta l’importazione di prodotti agricoli – spesso di pessima qualità – che invadono l’Italia. Dagli agrumi africani al pomodoro e alla passata di pomodoro cinesi, dalla frutta secca americana al grano duro e grano tenero canadese, dalle lenticchie essiccate con il glifosato alla frutta estiva che arriva dall’Africa (in buona parte immangiabile), dai carciofi egiziani all’olio d’oliva tunisino.

Se non si bloccheranno questi prodotti l’agricoltura italiana è destinata a diventare un’agricoltura di nicchia solo per i ricchi: che, magari, saranno quelli che si prenderanno i terreni dei tanti agricoltori che falliranno.

Altro che Borsa di Milano che controlla il prezzo del Pecorino romano…

Foto tratta da foodweb.it   

 

 

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