Svolta clamorosa sulla strage di via D’Amelio: indagati due magistrati/ MATTINALE 308

Svolta clamorosa sulla strage di via D’Amelio: indagati due magistrati/ MATTINALE 308
12 giugno 2019

I magistrati indagati sono Anna Maria Palma, oggi avvocato generale a Palermo, e Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto presso la Procura del Tribunale di Catania. Ovviamente, anche per loro vale la presunzione di innocenza. Che dire? Considerando anche le polemiche che stanno coinvolgendo il CSM, una considerazione va fatta: al di là dell’esito di tali vicende, la magistratura sta dimostrando di avere la forza di fare chiarezza al proprio interno. La stessa cosa non si può dire della politica italiana 

Noi, come sanno i nostri lettori, non ci occupiamo quasi mai di cronaca giudiziaria. Ma questa volta la notizia è veramente clamorosa e va commentata, perché riguarda la strage di via D’Amelio nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta. Ebbene, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina ha posto inchiesta due magistrati. Si tratta di Anna Maria Palma, oggi avvocato generale a Palermo, e Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto presso la Procura del Tribunale di Catania.

“I magistrati – leggiamo in un lancio dell’ANSA – rispondono in concorso in calunnia, aggravato dal’avere favorito Cosa nostra”.

Si tratta, ovviamente, di ipotesi accusatorie. L’inchiesta è condotta dalla Procura della Repubblica di Messina, retta da Maurizio De Lucia. L’indagine è condotta dalla Procura della Città dello Stretto perché tale ufficio inquirente è quello competente, visto che sono coinvolti magistrati in servizio a Catania.

“La notizia dell’inchiesta – leggiamo su Il fatto Quotidiano – è diventata pubblica perché l’ufficio inquirente della Città sullo Stretto ha notificato un avviso di accertamento tecnico irripetibili agli indagati e alle parti lese, cioè Gaetano Murana, Giuseppe La Mattina e Cosimo Vernengo, ingiustamente accusati nei primi processi. Oltre a Gaetano Scotto, Giuseppe Urso, Natale Gambino”.

“Gli atti tecnici che devono compiere gli investigatori non sono ripetibili – leggiamo sempre su Il Fatto Quotidiano – perché c’è il rischio che le prove vadano perdute. Riguardano 19 cassette con le registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna e falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò la strage. Venne ascoltato mentre era sotto protezione, un periodo in cui, secondo l’accusa, è stato indotto, anche con la violenza, dal pool di poliziotti che indagava sull’attentato, a mentire. Del pool di investigatori, guidati dall’ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi deceduto, facevano parte i poliziotti oggi finiti a giudizio: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono accusati del depistaggio delle indagini, costato l’ergastolo a sette innocenti. Il reato contestato ai magistrati e ai funzionari di polizia è la calunnia: i pm e i poliziotti avrebbero imbeccato tre falsi pentiti. Ai magistrati si contesta, oltre all’aggravante di avere favorito Cosa nostra, anche l’aggravante che deriva dal fatto che dalla calunnia è seguita una condanna a una pena maggiore di 20 anni”.

“Le cassette – prosegue l’articolo de Il Fatto Quotidiano – sono molto datate e l’ascolto potrebbe deteriorarle: da qui la necessità che all’accertamento, mai eseguito prima, partecipino anche i consulenti degli indagati e delle persone offese. Scarantino, secondo l’accusa, sarebbe stato picchiato e minacciato perché desse la versione di comodo ‘pensata’ dagli investigatori. E costretto a imparare a memoria le fandonie da ripetere durante gli interrogatori. Il falso pentito, protagonista di ritrattazioni clamorose, ha poi svelato le pressioni subite. Attribuendole soltanto ai poliziotti”.

Scarantino non ha mai accusato i magistrati.

“Il dottor Di Matteo (il magistrato Nino Di Matteo ndr) – questa la dichiarazione di Scarantino riportata da Il Fatto Quotidiano – non mi ha mai suggerito niente, il dottor Carmelo Petralia neppure. Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage. Io ho sbagliato una cosa sola: ho fatto vincere i poliziotti, di fare peccare la mia lingua e non ho messo la museruola…”. Questa dichiarazione dell’ex collaboratore di Giustizia Scarantino è di poche settimane fa.

“L’indagine su Palma e Petralia – leggiamo ancora su Il Fatto Quotidiano – nasce nello scorso novembre, quando la Procura di Caltanissetta, che ha istruito il processo per il depistaggio delle indagini sull’attentato, ha trasmesso una tranche dell’inchiesta ai colleghi messinesi perché accertassero se nella vicenda, ci fossero responsabilità di magistrati. Così l’ufficio inquirente della Città sullo Stretto ha aperto in un primo tempo un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre-investigativa. Che adesso è diventata un’inchiesta per calunnia aggravata con alcune persone indagate. I fatti contestati sono stati commessi ‘in Caltanissetta e altrove, in epoca antecedente e prossima al settembre 1998’”.

Nell’articolo si sottolinea l’importanza del processo Borsellino quater. Dove i giudici della Corte d’Assise, nelle motivazioni della sentenza, parlano di depistaggio delle indagini.

Il Fatto Quotidiano ha provato a intervistare Fiammetta Borsellino, la figlia minore del giudice Paolo Borsellino che segue la vicenda processuale nella quale si è costituita parte civile. Fiammetta Borsellino non ha risparmiato critiche allo Stato italiano, come ricorda Il Fatto Quotidiano citando una sua dichiarazione:

“Mio padre è stato lasciato solo, sia da vivo che da morto. C’è stata una responsabilità collettiva da parte di magistrati che nei primi anni dopo la strage – ha sempre ripetuto Fiammetta Borsellino – hanno sbagliato a Caltanissetta con comportamenti contra legem e che ad oggi non sono mai stati perseguiti né da un punto di vista giudiziario né disciplinare”.

Oggi, dopo gli sviluppi dell’inchiesta, Fiammetta Borsellino ha detto:

“Preferisco non parlare di indagini ancora in corso”.

Questa la cronaca dei fatti. Che ci consentono qualche considerazione, anche rispetto alla bufera che si è abbattuta sulla magistratura.

Facciamo notare che, nella tormentata storia dell’inchiesta e dei processi per la strage di via D’Amelio, sono gli stessi magistrati che stanno provando a fare luce su fatti gravi che riguardano la stessa magistratura.

Lo stesso discorso vale per la vicenda che in questi giorni scuote il Consiglio Superiore della Magistratura. Ci sarebbero state pressioni della politica per nominare i responsabili di uffici giudiziari importanti. Anche in questo caso non possiamo non sottolineare che sono gli stessi magistrati che stanno facendo luce su vicende non esaltanti.

Lo stesso discorso vale per la gestione passata della Sezione per le misure di prevenzione presso il Tribunale di Palermo. E’ stata la magistratura a fare luce sulle anomalie ed è in corso un processo.

Lo stesso discorso vale per l’ex presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, che in anni non lontani veniva considerato come uno dei paladini dell’Antimafia. E’ stata ancora una volta la magistratura a fare luce su Montante, che oggi risulta condannato in primo grado.

Quello che vogliamo dire è che la magistratura italiana sta dimostrando di avere gli ‘anticorpi’ per eliminare contraddizioni e possibili collusioni presenti eventualmente nel ‘corpo’ della stessa magistratura. 

Non ci sembra proprio che avvenga la stessa cosa nella politica, se è vero che, ancora oggi, le elezioni – com’è accaduto in Sicilia – si vincono grazie ai voti dei cosiddetti “impresentabili”. A differenza della magistratura, la politica italiana non sembra avere gli anticorpi per rigenerare se stessa. Anzi.

La prova provata di quanto scriviamo è rappresentata dalla Sicilia, dove la vecchia politica rappresentata da chi ha dato il cambio alla vecchia politica della Prima Repubblica è, oggi, sempre a galla.

Il fatto – ma è solo un esempio – che Gianfranco Miccichè sia oggi presidente del Parlamento siciliano con i voti della vecchia politica – centrodestra e centrosinistra insieme – la dice tutta sull’immutabilità della vecchia politica della nostra Isola.

Miccichè è stato il protagonista della prima stagione berlusconiana in Sicilia, dal 1994 al 2001. Nel 2008, dopo la caduta di Totò Cuffaro, quando non è riuscito ad ottenere la candidatura alla presidenza della Regione, è passato, armi bagagli dal centrodestra al centrosinistra, spaccando il suo partito, cioè Forza Italia.

E’ stato uno dei protagonisti del ribaltone del 2008 insieme con Raffaele Lombardo. Miccichè e Lombardo, tradendo l’indicazione degli elettori (che alle elezioni regionali del 2008, con quasi il 70% dei voti, hanno premiato le liste del centrodestra), hanno dato vita a un Governo regionale di centrosinistra.

Con Lombardo e Miccichè, nel 2008, chi aveva vinto le elezioni passò all’opposizione, chi aveva perso le elezioni andò al Governo. Trasformismo politico allo stato puro.  

Nove anni di Governo di centrosinistra della Regione siciliana non hanno impedito a Miccichè di presentarsi, nel novembre del 2017, come il ‘leader’ del centrodestra siciliano. E dopo avere governato con il centrosinistra, oggi è il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, eletto grazie ai voti del PD!

Questa è la politica siciliana che non cambia mai: Franza o Spagna purché se magna!

Come si può notare, la differenza tra vecchia politica italiana e magistratura è visibile: la secpnda ha la forza per rigenerarsi, la prima, no.

Basti pensare a Palermo. Dove le anomalie sono tantissime. A cominciare dalle elezioni comunali della primavera del 2017. Anomalie che noi abbiamo documentato ampiamente (COME POTETE LEGGERE IN QUESTI ARTICOLI).

Anche a Palermo, con tutto quello che succede nella gestione dei rifiuti, nell’urbanistica e di alcuni grandi appalti, si ha la sensazione che chi manovra tutto non verrà mai chiamato a rispondere di quello che fa.

Noi siamo convinti che non è così. Noi siamo convinti che, prima o poi, i furbi che hanno fatto – e che continuano a fare – il bello e il cattivo tempo a Palermo verranno chiamati a rispondere del proprio operato. E’ solo questione di tempo.

Scriviamo questo proprio perché crediamo nella magistratura. Anche se è difficile, anche se le “Trattative tra Stato e mafia”, in Sicilia, vanno avanti dai tempi di Garibaldi (COME POTETE LEGGERE QUI), arriverà il momento in cui si scopriranno gli ‘altarini’. E’ solo questione di tempo. Come ci ricorda l’Ecclesiaste, “ha la sua ora tutto e il suo tempo ogni cosa sotto il cielo…”.

La trattativa tra Stato e mafia comincia nel 1860, con Garibaldi in combutta con mafia e camorra

Elezioni comunali di Palermo 6/ Verso la proclamazione del Consiglio comunale ma…

 

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