La vera storia dell’impresa dei Mille 14/ A Calatafimi i garibaldini vengono salvati dal tradimento del generale Landi

La vera storia dell’impresa dei Mille 14/ A Calatafimi i garibaldini vengono salvati dal tradimento del generale Landi
17 marzo 2019

A Calatafimi, nella località Pianto Romano, dove avviene la battaglia che la retorica ci ha contrabbandato come una “vittoria” dei garibaldini, le cose, in realtà, sono andate in modo diverso. Garibaldi e i suoi erano molto più numerosi del piccolo gruppo di soldati Duosiciliani comandati dall’ufficiale palermitano Michele Sforza. Eppure questi ultimi stavano per avere la meglio: sarebbe bastato l’arrivo di un minimo di rinforzi per sbaragliare i garibaldini. Ma il generale Duesiciliano Landi… Ecco a voi come nasce l’Italia!

di Giuseppe Scianò

Pianto Romano, 15 maggio 1860. Fu vera gloria? – Sforza in difficoltà dimostrerà di saper fare il proprio dovere… fino in fondo! Cosa è avvenuto intanto alla colonna Landi? Il vecchio Generale ha chiuso a quadrato le sue truppe, accampate sul percorso obbligato, che da Salemi porta verso Palermo, in territorio del Comune di Calatafimi. Quasi alle porte di quest’ultima cittadina.

Gli Ufficiali ed i Soldati Duosiciliani sono impazienti di scontrarsi con i Garibaldini. Il Landi, invece, gioca a prendere tempo. E a perdere tempo. Dopo molte discussioni, decide di mandare un battaglione in perlustrazione, «ma solo per avvistare il nemico». Non ne avrebbe potuto fare a meno. Doveva evitare il pericolo di una ribellione dei soldati che, come sappiamo, volevano ad ogni costo battersi contro l’invasore.

All’ultimo momento la sua scelta ricadde sul Tenente Colonnello Sforza (1) e sui circa seicento cacciatori (che non si erano ancora riposati a sufficienza dalla lunga marcia che da Trapani li aveva portati a Calatafimi). Ed ai quali si aggiunse qualche rincalzo prelevato dal contingente del 10° Reggimento «Abruzzo»!

Lo Sforza non gode della fiducia del Landi, né della sua simpatia. Ma probabilmente quest’ultimo spera che la stanchezza possa far desistere il nuovo arrivato da iniziative avventate, come quella di molestare la marcia dei Garibaldini. L’ipotesi di una vera e propria battaglia la scarta a priori.
Potrebbe, infatti, mandare a monte il piano del tradimento, nel quale egli stesso ha un ruolo fondamentale.

Le armi e le munizioni in dotazione dello Sforza, se si eccettuano i due pezzi di artiglieria, sono di tipo leggero. Non consentirebbero azioni o iniziative a lunga durata o particolarmente impegnative. Ma sia lo Sforza che gli ufficiali, i sottufficiali, i militari di truppa, sono molto motivati e determinati a battersi.

Ed è così che lo Sforza con i suoi uomini possono finalmente bene avvistare i Garibaldini ed avvicinarsi al loro schieramento. La località nella quale si fronteggiano gli opposti schieramenti si chiama Pianto Romano. Basta un colpo d’occhio allo Sforza ed ai suoi collaboratori per comprendere che l’Armata Garibaldina è superiore di numero. Anzi è quasi tre volte superiore alla colonna Duosiciliana (il Bandi ha parlato di quindici centinaia, cioè di millecinquecento Garibaldini).

Allo Sforza però non sfugge che le bande di Coppola e di Sant’Anna, pur se sul piede di guerra e numerose, non hanno l’aria di chi vuol rischiare la vita in combattimento. E non gli sfuggono la mancanza di professionalità e l’improvvisazione di buona parte delle camicie rosse. Il Tenente Colonnello Siciliano tiene, ovviamente, in debito conto la presenza di soldati di mestiere, come i carabinieri genovesi o i veterani ed i professionisti della guerra, i quali ben si distinguono dai volontari Garibaldini veri e propri. È anche probabile che lo Sforza non sospetti ancora che il Landi possa essere un traditore. Potrebbe ritenere, al massimo, che le difficoltà, fino a quel momento opposte ad ogni iniziativa d’attacco, siano state dettate da un eccesso di prudenza. O anche di paura, se vogliamo.

Ma, si sa, il tradimento è un’altra cosa.

È forse convinto, lo Sforza, che se i suoi cacciatori avessero dato l’esempio, bloccando la marcia dei Garibaldini ed inchiodandoli in quell’area, il Landi non avrebbe potuto fare altro che intervenire con una parte delle sue truppe per cogliere magari una vittoria finale piuttosto facile.

Da buon militare, lo Sforza sa bene che non sono questi, però, gli ordini ricevuti. Lui ha soltanto il compito di perlustrare. Dando buona dimostrazione di spirito democratico e di lealtà, il Comandante Sforza decide di parlare agli ufficiali, ai sottufficiali ed a tutti i suoi soldati. Improvvisa quindi un piccolo consiglio di guerra. Espone la situazione per quella che è.

Se si attaccasse subito, – egli spiega – si metterebbero in difficoltà i Garibaldini, che ancora non hanno un piano di battaglia ben preciso. E si vincerebbe. Sarà questa la sua proposta: attaccare. Dice anche che esistono dei grossi rischi. Ognuno è libero di esprimere il proprio parere.

Quei soldati del Regno delle Due Sicilie che sono venuti apposta da Gaeta per combattere, vogliono combattere. Non vogliono tirarsi indietro. Su di loro sentono la responsabilità ed il dovere di non tradire la speranza e la fiducia del Re e dei popoli delle Due Sicilie.

Lo Sforza precisa, altresì, che l’iniziativa da lui proposta è doverosa, ma «non è autorizzata» dal Brigadier Generale Landi. Ognuno ha il dovere di considerare di fronte a quali rischi vada incontro. Oltre che al rischio di andare incontro alla morte.

I soldati Duosiciliani gridano a gran voce ed all’unanimità che vogliono attaccare. Succeda quel che deve succedere.

A questo punto si prepara la sorpresa che né Garibaldi, né il Generale Landi si immaginavano e che certamente non avrebbero affatto apprezzato: i soldati Duosiciliani combatteranno contro i Mille e contro i picciotti di mafia. Finalmente!… Sarà la prima volta che ciò potrà avvenire, dopo cinque giorni dallo sbarco avvenuto a Marsala.

Garibaldini e nazionali (la definizione è del Gulì (2) noi preferiamo
usare il termine Duosiciliani) si squadrano con gli occhi. E sono impazienti di affrontarsi.

Anticipiamo che, dopo i primi scontri e dopo che si conterà qualche vittima dall’una e dall’altra parte, lo Sforza invierà messaggeri al Generale Landi per riferire sul combattimento in corso e per chiedere rinforzi con la prospettiva di una vittoria certa. Il Landi si rifiuterà di intervenire ed ordinerà la ritirata.

Abbiamo fatto questa anticipazione per spiegare meglio quali saranno le scelte ed il comportamento di Garibaldi, assai strani per la verità, e quali saranno le successive mosse del Generale Landi per portare comunque a buon fine il proprio tradimento.

Torniamo, ora, alla cronaca di quella battaglia che entrerà trionfalmente nella mitologia del Risorgimento, pur se taroccata.

Garibaldi ordina di non sparare, ma si spara ugualmente. Da quanto riusciamo a comprendere e da ciò che scrive il Bandi, non sembra che Garibaldi abbia messo in atto un’eccezionale strategia. Va a lume di naso. Schiera il piccolo esercito a semicerchio. Le bande dei picciotti di mafia sono alle ali estreme. Lo zoccolo duro sembra essere quello dei Carabinieri Genovesi, che forniscono anche la scorta a Garibaldi, anzi la guardia del corpo.

Di fronte a loro, a distanza e divisi in tre colonne, ma più in alto, i soldati Duosiciliani dell’8° Cacciatori. Questi manovrano ordinatamente suscitando l’ammirazione dello stesso Garibaldi che esclama:

«Per Dio! Come manovrano bene! Sono belle truppe davvero!» (3).

Anche il blocco del grosso del Reggimento Duosiciliano effettuato dal Landi ha suscitato l’ammirazione del neo Dittatore e Duce dei Mille. E ne ha alimentato le speranze. Squillano le trombe dell’8° Cacciatori. Di queste Garibaldi ascolta attentamente il suono ed esprime qualche apprezzamento. L’Abba, invece, pensa che sia un suono lugubre.

Per rispondere con qualcosa di più originale, in un’epoca nella quale la vanità ha un suo peso anche sui campi di battaglia, l’Eroe Nizzardo ordina al trombettiere di fiducia, Tironi, di suonare, con tutto il fiato che ha in corpo, la sua sveglia, che ha portato dal Sud America. Cerca cioè di stupire i soldati Duosiciliani, ma se ne stupiscono di più gli stessi Garibaldini. Garibaldi, tuttavia, rimane soddisfatto ed allunga al suo trombettiere la mancia di cinque lire. Una bella ricompensa per quei tempi. Segno, anche questo, del suo buonumore e del fatto che il denaro non gli manca, né gli mancherà mai. Un solo ordine, ben preciso, viene scandito dal Generale-Dittatore:

«Nessuno spari senza mio ordine», «Guai a chi spara prima del comando!» (4).

Francamente ci sembra poco per una battaglia che, per quanto abbia risvolti misteriosi, rimane importante.

La triste fine del soldato Pietri e le prime fasi della battaglia – Desiderato Pietri, un garibaldino piuttosto bizzarro, crede che sia arrivato il suo momento di gloria e va avanti verso il nemico da solo. In avanscoperta. Il Bandi vorrebbe ordinargli di tornare indietro. Lo dice a Garibaldi. Questi gli risponde:

«Lasciatelo fare. Ognuno ha la sua ispirazione» (5). Il povero Pietri sarà colpito, dopo qualche minuto, dalle prime fucilate sparate dai Duosiciliani. Poco importa. Un martire in più fa sempre comodo.

Sul fronte opposto, un altro squillo di tromba, «Avanti!». Ed i Duosiciliani cominciano ad avanzare. Garibaldi non cambia idea e ribadisce perentoriamente il suo ordine:

«Nessuno faccia fuoco senza il mio ordine. Tirare da lontano è segno di paura».

I Soldati Duosiciliani si fanno precedere, come si usa ancora – ma non troppo – nella seconda metà del diciannovesimo secolo, da una serie di slogan impertinenti, gridati a gran voce in modo che i nemici li possano ben sentire e ne rimangano innervositi. Cosa, questa, che di fatto avverrà anche a Pianto Romano. Così, ad esempio, i Duosiciliani gridano a squarciagola:

«Mo’ venimme, mo’ venimme straccioni, carognoni, malandrini» (6) riferendosi ovviamente ai Mille.

Dopo un altro, corretto, squillo di tromba i soldati dello Sforza riprendono a sparare. Hanno una buona mira, anche se poche munizioni. Garibaldi continua ad ordinare la calma e a dire ai suoi di non fare fuoco.

«Ma – dice il Bandi – il Generale propone e il soldato dispone» (7).

In maniera scomposta e disordinata, i Garibaldini, uno dopo l’altro singolarmente o a gruppi, si mettono a sparare a loro volta. Ad un certo punto sparano tutti. Nullo, visibilmente innervosito, esce dal riparo nel quale ha aspettato invano l’ordine di far fuoco, e a cavallo con la sciabola sguainata ordina ai suoi un assalto alla baionetta. Assalto che, stando a quanto narrerà Padre Buttà, non riscuote il successo sperato.

Insomma avviene di tutto. Il Duce dei Mille viene sorpassato quasi da tutti. E non fa che esclamare:

«Eh! Per Dio! Non possono star fermi un momento».

Bandi così commenta quella scena di grande confusione:

«Altre parole non potei udire di sua bocca, ma è certo che egli (Garibaldi) impedì, non senza grande difficoltà, che tutto il suo piccolo esercito non si precipitasse all’assalto» (8).

Ne dubitiamo. Ipotizziamo, tuttavia, che il Bandi abbia dovuto dire così… per non fare passare per fesso (la battuta è napoletana, dato che sono molti i Napoletani in campo) il suo Generale.

Ricordiamo, peraltro, che Garibaldi era già un mito nel 1860. Lo sarà maggiormente quando il Bandi scriverà le sue memorie di guerra, nel 1886. Pertanto Bandi non potrà quindi essere troppo verista, né troppo sincero.

In quella gran confusione, tuttavia, la carica, sia pure anomala dei Garibaldini indisciplinati, fa arretrare notevolmente e velocemente la pattuglia dei Cacciatori che era discesa più a valle. Si tratta, con molta probabilità, di una mossa tattica. Non era quindi una fuga «a più non posso», come insinuerà il Bandi. Tanto più che lo stesso ha la finezza di puntualizzare che i «Napoletani si fermavano, di quando in quando, per mandarci un saluto all’usanza dei Parti».

I Garibaldini verranno comunque fermati dal fuoco dei Duosiciliani già piazzati nelle posizioni più alte. Con non poche perdite.

Dopo un breve arretramento, i Garibaldini della prima linea si ricompattano, anche grazie all’ausilio di altri legionari intanto sopravvenuti. E riprendono l’assalto al terrazzamento che li sovrasta. Questa volta i Duosiciliani non retrocedono affatto ed accolgono i Garibaldini con un contrattacco.

Ammetterà il Bandi:

«Se invece di salire su quell’altopiano fossimo scesi nell’inferno, credo che il fumo ed il fuoco non sarebbero stati in tanta dose. […] Perduti quindici o venti compagni, le cui grida dolorose mi suonano ancora negli orecchi, tornammo giù sotto il ciglio, e fu ventura che i Napoletani si fermassero a mezza (sic) la spianata e non avessero cuore di venire oltre» (9).

A questo punto, come scrive Vincenzo Gulì, «Garibaldi resta così trasecolato che fissa inebetito la battaglia» (10).

Per i Garibaldini è una sorpresa vedere che i soldati del Regno delle Due Sicilie sanno battersi e che non hanno paura di morire per la loro Patria e per il loro Re. Mosto, Cairoli, Bandi, Nullo, e tanti altri ufficiali e futuri padri della patria, in campo garibaldino, girano un po’ tutti a vuoto.

Neppure il consumato professionista della guerra, l’ungherese Stefano Türr, brilla. Anche il secondo assalto garibaldino viene rintuzzato. Le camicie rosse sono costrette a ripiegare. La Compagnia dei Bergamaschi, sulla quale hanno tanto contato, accusa molte perdite. Manifesta segni di stanchezza e di scoraggiamento.

Nino Bixio è anche questa volta in prima linea e si dimostra il più lucido ed il più vivace fra gli ufficiali di Garibaldi. Sicuramente è anche il meglio informato su quello che sarà il gioco del Generale Landi.

Organizza un terzo attacco, dopo avere concentrato il grosso dell’armata garibaldina in una zona ben precisa, ed agita da un punto all’altro la bandiera italiana che gli amici di Valparaiso avevano a suo tempo donato a Garibaldi.

All’assalto, dunque!

I Garibaldini, più numerosi dei Duosiciliani, puntano sull’attacco alla baionetta. Non la spuntano affatto nemmeno questa volta. La loro bandiera viene presa in consegna dal gruppo formato da Elia, Schiaffino e Menotti Garibaldi (11) i quali, agitandola a loro volta dall’alto, invitano i Garibaldini rimasti più lontani ad avvicinarsi ed a partecipare all’assalto. Rincuorano, altresì quanti sono già in prima linea; più confusi che persuasi…

Dove sono i picciotti del Barone Sant’Anna e del cavaliere Giuseppe Coppola? Li cercheremo fra poco; ma è certo che non stanno combattendo. Sono in campo, sia pure marginalmente, solo alcuni di loro che sanno come stare lontani dai pericoli…

L’assalto dei Garibaldini non riesce. L’eccessivo avvicinamento alle linee Duosiciliane fa nascere una mischia furibonda. Ma nessuna delle due parti può dirsi vincente.

Garibaldi perde il controllo della battaglia… E la bandiera – I Duosiciliani hanno pressoché esaurito le munizioni. La loro posizione diventa difficile anche se tengono ancora in pugno il combattimento. A questo punto il Generale Landi, anziché mandare gli invocati soccorsi, manda ordini perentori di ritirata. A nulla valgono le proteste dei soldati rimasti nell’accampamento che chiedono a gran voce di andare anch’essi a combattere per aiutare i loro commilitoni. Il Landi sa bene cosa un soldato non dovrebbe fare. E lo fa: tradisce platealmente il proprio Paese ed i suoi soldati. Insiste nell’ordinare allo Sforza la ritirata.

Ma i Cacciatori non mollano e faranno ricorso anche ai sassi, non avendo più munizioni sufficienti. Resistono con una tenacia incredibile. Lo stesso Garibaldi viene colpito da una violenta sassata, non però in parti vitali. Si riprende abbastanza agevolmente (12) Il suo morale, tuttavia, è a pezzi.
Il gruppo della Guardia alla bandiera dei Garibaldini viene coinvolto nella mischia. Lo Schiaffino viene ucciso da un colpo sparatogli a bruciapelo. L’Elia viene colpito in bocca da un colpo sparato a poca distanza (ma sopravviverà a lungo e accamperà diritti alla pensione e al risarcimento).
La bandiera tricolore passa così nelle mani dei Duosiciliani.

Il coraggioso soldato Duosiciliano che se ne impossessa si chiama Angelo De Vito.

Per Garibaldi non è una bella notizia. La giornata, insomma, non scorre così come lui l’aveva immaginata. Se lo avesse saputo, all’alba, non avrebbe cantato a squarciagola, né avrebbe avuto motivo di stare allegro. Non può, ora, accettare di essere sconfitto da un gruppo di soldati del vituperato Regno delle Due Sicilie. Sa bene che questi soldati sono meno numerosi dei Mille, poco dotati di munizioni. E, soprattutto, boicottati dal loro Generale. Ma sa ancora meglio che si tratta di uomini decisi, motivati, coraggiosi.
Cosa diranno ora gli Inglesi, i cui giornali hanno già esaltato ogni suo passo?

Gli stessi ammiratori postumi del Nizzardo, Montanelli e Nozza, così valuteranno quella battaglia, che pure nell’insieme continueranno a vedere, a raccontare da unitari convinti:

«E da allora in poi, cioè dal momento stesso in cui cominciò, Garibaldi perse ogni controllo della battaglia, che nessuno è mai riuscito a raccontare per il semplice motivo che non ebbe né capo né coda e si risolse in un polverone di attacchi e di contrattacchi isolati e di disperati corpo a corpo. A un certo momento le cose si erano messe in modo tale che perfino l’intrepido Bixio consigliò a Garibaldi di ordinare la ritirata.»

Dopo questa sincera ammissione, Montanelli e Nozza tornano nel solco della storia ufficiale e tradizionale e così scrivono:

«“Dove? Qui si fa l’Italia o si muore”, rispose il Generale, e pare che questa frase l’abbia pronunciata davvero. Poi l’incredibile avvenne. I Napoletani erano sul punto di schiacciare il nemico con la loro superiorità numerica, quando la ritirata la fece suonare Landi. Pare che fosse rimasto a corto di munizioni perché non aveva previsto una resistenza così accanita da parte degli straccioni, carognoni, malandrini» (13).

Neppure Montanelli e Nozza – da buoni risorgimentalisti – parlano del fatto che il Landi aveva bloccato il grosso della sua colonna a pochi chilometri dal luogo dei combattimenti. Ed è peregrina anche la scusa che si vuole offrire al Landi dicendo che questi era rimasto a corto di munizioni, quando invece proprio il Landi non aveva fatto sparare neppure un colpo ai 2400 soldati, a sua disposizione che aveva sottratto alla battaglia per favorire la vittoria e la sopravvivenza stessa di Garibaldi. Va anche sottolineato che la superiorità numerica, a Pianto Romano, dobbiamo darla ai Garibaldini, perché è dei Garibaldini.

Per quanto riguarda la resistenza dei Soldati Duosiciliani, dobbiamo ricordare, ancora una volta, che questa non era stata affatto prevista da Garibaldi e dai suoi uomini… E non viceversa.

Ed è triste dovere fare queste osservazioni sul contenuto del libro di G. Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, un best seller, sul quale molti Siciliani e Meridionali hanno imparato o credono di aver imparato la storia d’Italia e quella di Garibaldi. Dobbiamo però dire che altri scrittori e storici fanno di peggio. Alcuni, addirittura, neppure fanno il nome e tanto meno parlano del ruolo determinante del Generale Landi. Cioè: del ruolo di traditore!

Tanto vale tornare quindi al Bandi, dichiaratamente garibaldino. Apologeta anch’egli, senza troppi sotterfugi. E capace, tuttavia, di fare quelle battutacce, dalle quali fa trasparire alcune verità, delle quali i suoi colleghi, allora non gradirono che se ne facesse un seppur minimo accenno. Esempio oggi seguito dalla cultura ufficiale.

Salviamo il Generale! – Dopo aver raccontato di essere stato ferito nel tentativo di assalire il sergente Duosiciliano che aveva, poco prima, ucciso lo Schiaffino, Giuseppe Bandi ci descrive una scena drammatica. Sente gridare da tantissime voci:

«“Salviamo il Generale!” Tutti si serravano intorno a lui, e conobbi che il momento era terribile, e le palle fischiavano e miagolavano da tutti i lati. Sirtori giunse proprio allora galoppando su di un cavalluccio e si fermò accanto a noi, chiamando a gran voce i soldati che aveva dietro, e che erano le ultime carte che si giuocavano in quella incerta partita, e chiese al Generale:

“Generale, che dobbiamo fare?”.

Garibaldi guardò intorno, e con voce tonante gridò:

“Italiani, qui bisogna morire”» (14).

Ci preme evidenziare come la frase realmente pronunziata da Garibaldi, quando credeva – e non a torto – di essere stato sconfitto, sia stata appunto:

«Italiani, qui bisogna morire».

La retorica risorgimentalista, però, non l’avrebbe considerata troppo entusiasmante e l’avrebbe trasformata in quella ormai scolpita su tante lapidi e tanti monumenti oltre che su tanti libri:

«Qui si fa l’Italia o si muore».

Proprio in quell’istante il povero Bandi viene ferito da un’altra pallottola e, questa volta, cade a terra. Non senza però avere appreso la notizia che si sparge immediatamente fra le schiere garibaldine già convinte di essere in piena disfatta:

«I “Napoletani” fuggono!».

Poco dopo il Bandi ricoverato nell’ospedaletto di campo (una casetta di campagna), sente un altro urlo ancora più forte: «Vittoria! Vittoria!».

E «Vittoria! Vittoria!» gridano anche alcuni dei prudenti Siciliani che dai monti circostanti seguono a distanza i combattimenti e che hanno capi-o molto bene quale delle due parti dovrà vincere la guerra. Fingendo di compiacersene. E, quel che è peggio, lo hanno capito pure i picciotti ed i gentiluomini che li guidano.

Cosa è avvenuto? Perché questa ritirata? Il Generale Landi è passato dalle parole ai fatti. Ha visto che lo Sforza ed i suoi uomini non intendono ritirarsi. Dà quindi le necessarie disposizioni per levare il campo, per smobilitare e tornare a Palermo. Non si cura delle proteste e degli atti di insubordinazione dei molti soldati che cominciano ad avviarsi a piedi e spontaneamente verso il campo di battaglia per aiutare lo Sforza (15).

Vedutosi, ancora una volta, disubbidito, il Landi dà l’ordine deciso ai trombettieri di suonare la ritirata, sia pure dall’accampamento, ma in modo che i combattenti la sentano.

Avverrà così che lo Sforza con i suoi uomini saranno costretti a ritirarsi.

D’altra parte hanno già terminato le munizioni.Proprio in questa ritirata (che pure non è affatto una fuga e che è molto ordinata), gli uomini dello Sforza hanno le maggiori perdite, perché i Garibaldini avranno modo di puntare i cannoni contro di loro e di sparare a mi- traglia. Mentre i Borbonici non hanno più munizioni né le necessarie armi pesanti per coprire la propria ritirata. Ed il Landi si guarda bene dall’inviare rinforzi o di usare i cannoni, a sua volta.

Quando lo Sforza arriva al campo avvengono scene indicibili. I soldati Napoletani pretendono che si passi, tutti assieme, al contrattacco. Sono furenti, esasperati.

Il Landi continua a favorire i Garibaldini – A questo punto il Landi si dà da fare, giocando il tutto per tutto. Fa capire che in fin dei conti quella dello Sforza è già una vittoria, come dimostra il fatto che la bandiera del nemico è stata conquistata. Si avvicina, inoltre, la sera. Esiste, altresì, l’esigenza di tenere consiglio per vedere quale apporto in termini di sostentamento potrà essere dato alle truppe e via dicendo. Il Landi, insomma, argina il pericolo di ammutinamento, da un lato, e dall’altro regala la vittoria ai Garibaldini ancora increduli e duramente provati.

Torniamo intanto nel campo di battaglia rimasto fortunosamente in mano ai Garibaldini. I morti ed i feriti piuttosto gravi – fra i Garibaldini – a giudizio del Bandi sono circa centodieci ed altrettanti sarebbero quelli Duosiciliani.
Non pochi feriti moriranno in seguito, per l’impossibilità di cure adeguate e per le conseguenze di infezioni, di cancrene e di altro.

Pochissimi i prigionieri: una decina di soldati sorpresi dall’imprevedibile ordine di ritirata.

Il Bandi preferisce, cioè, esagerare. E scrive testualmente, con quel pizzico di cattiveria e di interesse propagandistico, dai quali non è certamente immune:

«Restò Garibaldi padrone del campo, su cui giacevano centodieci Napoletani morti o feriti e prese alcune munizioni e qualche decina di prigionieri. […] Le perdite dei Garibaldini furono eguali presso a poco a quelle dei Borbonici, ma ognuno dei nostri morti valeva per dieci (sic)» (16).

Bandi ha mentito due volte, sia perché il numero di morti era di gran lunga minore, sia perché inventava una enorme superiorità militare dei Garibaldini, che nella realtà non si era affatto manifestata.

Eppure sapeva bene che ogni Duosiciliano aveva lottato contro due o tre Garibaldini. O presunti tali. Anche perché se è vero, com’è vero, che i picciotti di mafia non erano intervenuti quasi mai negli scontri, è pure vero che il loro schieramento alle ali e la loro stessa presenza, nell’area dei combattimenti, imponevano ai soldati Duosiciliani una minore libertà di manovra ed alcune cautele per impedire di essere accerchiati o presi alle spalle dai picciotti stessi. Nel caso in cui questi avessero deciso di intervenire con maggiore impegno.

Foto tratta da oromarsoblues.it

(1) Michele Sforza è il classico eroe dimenticato. Ne vogliamo parlare brevemente. Era nato a Palermo il 22 settembre del 1804. Entrò alla scuola militare della Nunziatella di Napoli nel luglio del 1819 e ne uscì il 16 dicembre del 1823, con il grado di alfiere di fanteria. Dopo un brillante servizio militare nel 1857 viene nominato maggiore. Assunse, quindi, il comando dell’8° Cacciatori. Il 1° maggio del 1860 viene nominato tenente Colonnello. Per preciso ordi- ne del Luogotenente del Re, principe di Casteldaccia, raggiunge con il suo battaglione il Generale Landi a Salemi, proprio il giorno della battaglia che si svolgerà appunto il 15 maggio. Dopo le vicende di Calatafimi verrà inviato a Messina. Verrà intanto promosso al grado di Colonnello (1861). Parteciperà all’eroica resistenza della cittadella di Messina. Dopo la capitolazione di questa, avrà il permesso di ritirarsi a vita privata dal Governo del Regno d’Italia (aprile 1861). Per notizie su questo valoroso soldato, vedi Roberto Maria Selvaggi, Nomi e volti. Un esercito dimenticato, Grimaldi e C., Napoli 1990, pag. 288.

(2) V. Gulì, op. cit., pag. 80.

(3) G. Bandi, op. cit., pag. 98.

(4) G. Bandi, op. cit., pag. 98.

(5) G. Bandi, ibidem.

(6) G. Bandi, op. cit., pag. 99.

(7) G. Bandi, op. cit., pag. 99.

(8) G. Bandi, op. cit., pag. 100.

(9) G. Bandi, op. cit., pag. 101 e 102.

(10) Vincenzo Gulì, op. cit., pag. 80.

(11) Menotti Garibaldi è il primo dei tre figli che l’Eroe dei Due Mondi ebbe da Anita (Anna Maria Ribeiro da Silva, ex moglie di Manuel Duarte), seguirà il padre in molte battaglie. Nell’esercito italiano farà carriera fino a diventare Generale. Sarebbe stato anche deputato al Parlamento Italiano ma non brillerà granché. All’epoca dell’impresa dei Mille ha appena 20 anni essendo nato a Mustardo, in Brasile, nel 1840. Sarà fra i feriti più illustri della battaglia di Calatafimi. Morirà a Roma nel 1903. Il nome Menotti gli deriva dal cognome del martire Ciro Menotti, condannato a morte nel 1831 dal Governo filo-austriaco del duca di Modena Francesco IV.

(12) G. Bandi, op. cit., pag. 105.

(13) I. Montanelli e M. Nozza, op. cit., pag. 370.

(14) G. Bandi, op. cit., pag. 103.

(15) V. Gulì, op. cit., pag. 81.

 

 

 

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