E. Luttwak: “Il G7 si dovrebbe fare allo Zen di Palermo non a Taormina”

E. Luttwak: “Il G7 si dovrebbe fare allo Zen di Palermo non a Taormina”
26 febbraio 2017

Il politologo americano torna a parlare della nostra regione. Con alcune riflessioni condivisibili e altre un po’ meno. A partire dalla riunione in Sicilia delle potenze mondiali: “Servono solo a celebrare strutture fallite come l’Unione europea”. E, ancora, i dipendenti pubblici, l’Autonomia e i fondi statali (ma quali?)

Frizzante e diretto come sempre, il politologo americano Edward Luttwak, che stupì il mondo con la sua esortazione all’indipendenza della Sicilia (ne parliamo qua), torna a parlare della nostra regione in una intervista rilasciata al Gds.

Nel sintetizzare quello che ha detto, partiamo da una dichiarazione che arriva alla fine della suo colloquio con il giornalista siciliano Gerardo Marrone, ma che a nostro giudizio è la più interessante. Si parla del G7 di Taormina:

“Per me questa riunione a Taormina è uno scandalo. Se fossero seri, la terrebbero allo Zen di Palermo. Taormina non è la Sicilia, magari è il posto più bello del mondo ma lì non è manifesto alcun problema della vostra terra” dice Luttwak.

Taormina è la Sicilia, terra di paradossi fatta di immense bellezze e grandi brutture. Identificare la Sicilia solo con quest’ultime non ci pare una operazione intellettualmente elevata, ma in realtà il senso delle sue parole, al di là dell’orgoglio, appare abbastanza chiaro. Soprattutto se leggiamo il resto della sua dichiarazione:

“Ad ogni modo queste riunioni non funzionano. Servono solo a celebrare strutture fallite come l’Unione europea”.

Difficile non concordare.

Per il resto, leggiamo un Luttwak un po’ più allineato sulle solite solfe riguardanti la Sicilia:

“Troppi dipendenti pubblici in Sicilia”.  Se ne può discutere. Un recente  studio dell’istituto di ricerca Demoskopica, elaborato su dati di una indagine dell’Unione europea, dice un’altra cosa, ovvero che sono molto di più al centro Nord (ve ne abbiamo parlato qua), senza considerare che intere categorie che al centro Nord sono a carico dello Stato, qui vengono pagate dal bilancio regionale. Insomma, è un giudizio un po’ affrettato che non tiene neanche conto del fatto che l’amministrazione pubblica, giusto o sbagliato che sia, al Sud in generale, ha tentato di sopperire alla mancanza di investimenti statali che altrove hanno creato lavoro ed occasioni.

Che ci siano “dei parassiti” e che questi, come suggerisce il politologo, avrebbero “una vita più felice e più produttiva” se li si staccasse dalla mammella della Regione, perché tirerebbero fuori le proprie potenzialità, si può condividere. Anche se il fenomeno del parassitismo nel lavoro pubblico, come mostrano anche le tante inchieste sui vari furbetti del cartellino e simili, non può essere ascritto solo alla Sicilia.

Difficile non concordare su un altro punto: se la Sicilia versa in pessimo stato “è colpa del popolo Siciliano che accetta e subisce e chiede ‘favoricchi’ invece di chiedere il gran favore del buon governo”.

Certo, non mancano segnali di risveglio. Movimenti territoriali vivacissimi, una nuova consapevolezza della nostra storia e del rapporto malato con lo Stato, una generale indignazione verso i partiti tradizionali. Ma, in realtà, la risposta arriverà dalle prossime elezioni regionali.

Non sembra andare al di là della superficie neanche un altro tema affrontato da Luttwak, quello dei soldi statali. Va da sé che non si può pretendere un approfondimento particolare da una singola intervista, ma un paio di passaggi meritano attenzione: “Confesso, credo che l’Autonomia è una pessima cosa”. Nel senso che sarebbe meglio l’indipendenza? Proveremo a rivolgergli questa domanda.

E ancora: “Se Roma e l’Europa tagliassero i fondi, i Siciliani non tollererebbero più questa situazione”. Lo ripetiamo: d’accordo sulla necessità di una presa di coscienza dei Siciliani, ma di quali fondi parla Luttwak?

Nessuno può negare che una classe politica di ascari (mercenari) abbia applicato l’Autonomia solo negli aspetti legati ai privilegi dei governanti, ma non si può tacere sulla mancata applicazione delle norme finanziarie dello Statuto che prevedono, tra le altre cose, la territorializzazione delle imposte e la possibilità di ricorrere alla fiscalità di vantaggio. Non si può nemmeno tacere sul fatto che, come certificato dalla Corte dei Conti siciliana, lo Stato continua a trattenere una parte sostanziosa dei tributi che spetterebbero alla Sicilia e con i quali, a detta dei magistrati contabili, si potrebbe risolvere il problema di liquidità che attanaglia gli enti locali (qui l’approfondimento). 

Che dire dei soldi statali? La Sicilia ne riceve ben pochi: i fondi straordinari che dovrebbero essere aggiuntivi, hanno finito col sostituire quelli ordinari (problema, come rileva la Svimez, comune a tutto il Sud). La Sicilia è la regione che paga il più alto contributo al risanamento della finanza pubblica italiana (circa 1.4 miliardi l’anno, più di ogni altra regione) ed è la regione dove le partecipate statali investono meno. Non solo. Grazie ad un governo miope (Crocetta-Baccei), ha regalato a Roma pure i soldi dei contenziosi con lo Stato, soldi cioè (si parla di qualche miliardo di euro) che avrebbe potuto incassare grazie ai pronunciamenti favorevoli della Corte Costituzionale.

Nessuno (o quasi) trova utile una difesa campanilistica e acritica della Sicilia e nessuno può fingere di non vedere i suoi problemi: primo fra tutti la mancanza di una classe politica che lavori nell’interesse dei Siciliani e un sonno pesante del popolo.

Ma un dibattito costruttivo dovrebbe, però, tenere conto di tutti gli aspetti. Anche quelli più scomodi per i Governi centrali e meno cari alla stampa nazionale.

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