Nei guai Regione e Comuni siciliani: non si possono ‘spalmare’ i debiti in trent’anni/ MATTINALE 282

Nei guai Regione e Comuni siciliani: non si possono ‘spalmare’ i debiti in trent’anni/ MATTINALE 282
15 febbraio 2019

Lo ha deciso qualche giorno fa la Corte Costituzionale accogliendo il ricorso della Corte dei Conti, che ha contestato la ‘spalmatura’ dei debiti in trent’anni (in pratica un mutuo) al Comune campano di Pagani. Siccome la Sicilia non è una Repubblica indipendente, la sentenza si applica anche alla nostra Isola dove la Regione, proprio , in questi giorni, ha già ‘spalmato’ un miliardo e 600 milioni di euro di debiti in trent’anni. E si applica anche ai Comuni siciliani in dissesto e pre-dissesto che hanno fatto la stessa cosa

Una sentenza della Corte Costituzionale rischia di sortire un effetto dirompente sulla Regione siciliana e sui Comuni dell’Isola in dissesto e in pre-dissesto. Tutto è cominciato quando gli amministratori di un Comune della provincia di Salerno, Pagani, hanno presentato richiesta di ‘spalmare’ il ‘buco’ di bilancio in trent’anni, applicando la legge dello Stato del 2016 voluta dal Governo Renzi e poi modificata un anno dopo dal Governo Gentiloni. A questo punto…

A questo punto la sezione regionale di controllo dell Corte dei Conti della Campania, come ha raccontato in un articolo de Il Fatto quotidiano, ha presentato un ricorso alla Corte Costituzionale. E la Consulta ha dato ragione ai giudici contabili.

La furbata del solito Governo Renzi che per ‘risanare’ i conti dello Stato che non si risanavano mai ‘saccheggiava’ i bilanci di Regioni, ex Province e Comuni consentendogli, poi, con tanto di legge dello Stato, di indebitarsi non si può fare, perché non si possono “indebitare le generazioni future”.

Senza essere giudici costituzionali a questo principio – che prima di essere giuridico è un principio di buon senso – eravamo arrivati anche noi quando abbiamo contestato la ‘spalmatura’, in trent’anni, di un miliardo e 600 milioni di euro effettuato dalla Regione siciliana; così come abbiamo contestato il tentativo – che fino ad oggi il Governo nazionale ha bloccato – di consentire alla stessa Regione siciliana di ‘spalmare’ in trent’anni un ulteriore ‘buco’ di oltre 500 milioni di euro.

Di fatto, questa tecnica della ‘spalmatura’ in trent’anni non è altro che un mutuo trentennale al quale la vecchia politica ha cambiato nome. Ma come recita il noto ‘brocardo’ sulla zucchina, girala come vuoi, ma la zucchina sempre zucchina resta…

Duro il giudizio della Corte Costituzionale sulla legge voluta dal Governo Renzi; legge che “scarica gli oneri sulle generazioni future e viola l’equilibrio di bilancio e il principio di rappresentanza democratica”: una legge che ha “ampliato la capacità di spesa in condizioni di conclamato squilibrio”.

La legge renziana sulla ‘spalmatura’ trentennale dei debiti, secondo la Consulta, è “in contrasto” con gli articoli 81 e 97 della Costituzione, “sia sotto il profilo della lesione dell’equilibrio e della sana gestione finanziaria del bilancio, sia per contrasto con i principi di copertura pluriennale della spesa e di responsabilità nell’esercizio del mandato elettivo”. Inoltre “il perpetuarsi di sanatorie e situazioni interlocutorie disincentiva il buon andamento dei servizi e non incoraggia le buone pratiche di quelle amministrazioni che si ispirano a un’oculata e proficua spendita delle risorse della collettività”.

Il ricorso incidentale riguarda l’articolo 174 della legge nazionale di Stabilità 2016, poi modificata nel 2017. In base a questo articolo di legge – molto ‘gettonato’ in Sicilia già nello scorso anno, se è vero che, al 30 aprile 2018, risultavano 25 Comuni in dissesto finanziario e altri 34 in pre-dissesto (oggi la situazione è molto peggiorata: basti pensare al ‘buco’ di un miliardo e 600 del Comune di Catania e alla relazione molto critica del Ministero dell’Economia sul Comune di Palermo) – gli enti locali con i ‘buchi’ di bilancio potevano sistemare i propri conti indebitando le generazioni future.

Quello che in modo un po’ beffardo veniva chiamato “piano di riequilibrio finanziario” consentiva agli enti locali di scorporare la quota di disavanzo che veniva fuori dalla revisione straordinaria dei residui attivi (cioè delle entrate fittizie che, secondo la nuova legge di contabilità – il Decreto 118 del 2011 – vanno messe fuori dal bilancio) e di restituire le anticipazioni di liquidità “in un periodo massimo di trenta anni”.

Insomma, con la mano destra il Governo nazionale toglieva i soldi a Regioni, ex Province e Comuni e, con la mano sinistra gli dava la possibilità di indebitarsi per i successivi trent’anni. Grandi ‘statisti’ i governanti di centrosinistra…

Invece la Consulta ha bloccato tutto. La prevenzione del dissesto è legittima, spiegano i giudici costituzionali: ma da si deve articolare in un arco temporale di breve periodo, non trentennale!

“Il legislatore statale, sulla base dei principi del federalismo solidale – leggiamo su Il Fatto quotidiano – può destinare nuove risorse per risanare gli enti che amministrano le comunità più povere, ma non può consentire agli enti che presentano bilanci strutturalmente deficitari di sopravvivere per decenni attraverso la leva dell’indebitamento. Quest’ultimo, ha rilevato la Corte, deve essere riservato, in conformità all’articolo 119 della Costituzione, alle sole spese di investimento (in base alla cosiddetta “regola aurea”)”.

Bisognerà capire cosa succederà adesso alla Regione siciliana e ai Comuni della nostra sempre più disastrata Isola (noi non consideriamo più della partire le ex Province siciliane, che sono state letteralmente massacrate dal passato Governo nazionale di centrosinistra e per le quali è problematico immaginare un futuro visti anche i danni ulteriori provocati nella passata legislatura dal Governo regionale di Rosario Crocetta e dal Parlamento siciliano).

Se la ‘spalmatura’ in trent’anni dei debiti è stata impedita al Comune di Pagani non si capisce perché dovrebbe essere consentita alla Regione siciliana e ai Comuni della nostra Isola. Al di là delle chiacchiere e delle baruffe che in queste ore vanno in scena in Assemblea regionale siciliana, il vero problema è che, per il Bilancio 2019, mancano circa 250 milioni di euro che il Governo di Nello Musumeci pensava di recuperare facendoseli anticipare (in questo caso non restituendoli in unica soluzione allo Stato) e ‘spalmando’ in trent’anni la restituzione di tale somma.

Ma alla luce della sentenza ‘No-spalmatura’ non solo la Regione non avrà la possibilità di ‘acchiappare’ questi 250 milioni di euro, ma dovrà rivedere la ‘spalmatura’ del miliardo e 600 milioni di euro concessa forse con troppa fretta nelle scorse settimane dal Governo nazionale.

Non va meglio nei Comuni dell’Isola. Se è vero che nella passata legislatura il Governo nazionale di centrosinistra – direttamente e indirettamente – ha depauperato i fondi comunali, è altrettanto vero che, in tanti Comuni dell’Isola si registrano ancora sprechi senza fine.

Basti pensare alle spese senza controllo di certe società comunali (la ‘tecnica’ più utilizzata è l’affidamento a soggetti ‘esterni’ di lavori, o il ricorso, sempre a soggetti ‘esterni’, per l’espletamento di servizi nel settore sociale). La leva che in questi anni i Comuni hanno utilizzato a man bassa è stata quella dei debiti fuori bilancio: una sorta di ‘Bilancio comunale parallelo’ sul queste I Nuovi Vespri ha più volte puntato i riflettori (COME POTETE LEGGERE QUI).

Che dire ancora? Noi ipotizzavamo uno stillicidio lento ma inesorabile di Regione siciliana e Comuni (QUI IL NOSTRO ARTICOLO DEL 30 GENNAIO SCORSO). Questa sentenza, on molta probabilità, accelererà la crisi finanziaria di tutto il sistema Sicilia: Regione, Comuni, ex Province e relativi enti e società collegate.

Foto tratta da meteofinanza.com 

QUI L’ARTICOLO DE IL FATTO QUOTIDIANO

 



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