Lo ‘schiaffo’ del capo del Governo Conte a Musumeci: perché il presidente della Regione ha due volte torto

Lo ‘schiaffo’ del capo del Governo Conte a Musumeci: perché il presidente della Regione ha due volte torto
5 novembre 2018

“Chi è causa dei suoi mal pianga se stesso”, recita un vecchio adagio. E il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, che ieri non è stato invitato dall’ufficio del cerimoniale della Prefettura di Palermo, in occasione della visita del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha torto marcio. Proviamo a illustrare il perché

Ieri abbiamo dato notizia della polemica sollevata dal presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, che si è risentito – e non poco – per essere stato lasciato fuori dal Policlinico universitario di Palermo in occasione della visita del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, arrivato a Palermo dopo le tragedie provocate non dal maltempo, ma dall’incuria delle pubbliche amministrazioni della Sicilia, che chiudono regolarmente gli occhi su ‘cementificazione’ del territorio, abusivismo edilizio e via continuando (QUI IL NOSTRO ARTICOLO DI IERI).

Pacatamente – facendo parlare i fatti – torniamo sulla vicenda per sottolineare due aspetti di questa storia oggettivamente poco edificante.

Il primo aspetto riguarda la genesi di quanto accaduto ieri.

A cominciare questo gioco al massacro del Bon ton istituzionale sono stati, lo scorso settembre, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e lo stesso presidente della Regione, Musumeci.

E’ successo che, per la prima volta, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è venuto a Palermo per inaugurare l’anno scolastico a Brancaccio, il quartiere dove operava Padre Pino Puglisi.

E’ successo che il sindaco non è andato a ricevere il capo del Governo perché, ha detto, l’esecutivo ha bloccato i fondi per le periferie. A parte che le cose sono un po’ diverse (COME POTETE LEGGERE QUI), il comportamento del sindaco di Palermo non è stato un esempio di Bon ton.

Tra l’altro, va detto che il Governo Renzi ha tagliato alla Regione siciliana decine di miliardi di euro: questo è avvenuto nel giugno 2014 (primo ‘Patto scellerato’ Renzi-Crocetta) e nel giugno 2016 (secondo ‘Patto scellerato’ Renzi-Crocetta). Silenzio, quello di Orlando, un po’ strano, se consideriamo che è anche il presidente dell’ANCI Sicilia (anche se mai eletto dall’assemblea dei sindaci).

Ma non per questo Orlando, quando Renzi è venuto a Palermo, non è andato a riceverlo. Anzi, l’ha ricevuto quando Renzi, nell’autunno del 2016, è venuto nel capoluogo siciliano per cercare – senza riuscirci – di convincere i siciliani a votare sì alle sue riforme costituzionali.

Mentre Renzi continuava a tagliare fondi alla Regione siciliana, alle ex Province e ai Comuni dell’Isola, Orlando non solo riceveva Renzi a Palermo, ma organizzava con lui – e perdeva con lui – prima le elezioni regionali del novembre 2017 e poi le elezioni politiche nazionali del 4 marzo del 2018.

Orlando è quello che è: e si vede da come è ridotta Palermo. Ma Musumeci, come si direbbe dalle nostre parti, mancu babbia: nel settembre scorso, quando il capo del Governo italiano Conte è venuto a Palermo – come già ricordato, per inaugurare l’anno scolastico nel quartiere di Brancaccio – Musumeci ha mandato un suo sostituto!

Di fatto, si è comportato quasi come il sindaco di Palermo.

Dopo di che, ieri, come già accennato, Musumeci si è risentito per non essere stato invitato dal cerimoniale della Prefettura di Palermo. Avrebbero dovuto invitarlo dopo il comportamento tenuto a settembre, quando ha snobbato il Presidente Conte in visita a Palermo?

Il secondo aspetto di questa storia è ancora più importante del primo. Se lo Statuto autonomistico siciliano fosse applicato i Prefetti, in Sicilia, non ci sarebbero. Leggiamo insieme l’articolo 15 e l’articolo 31 dello Statuto, mai applicati.

Articolo 15:

1. Le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell’ambito della Regione siciliana.
2. L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria.
3. Nel quadro di tali principi generali spetta alla Regione la legislazione esclusiva e l’esecuzione diretta in materia di circoscrizione, ordinamento e controllo degli enti locali.

Lo Statuto sopprime le Province, ma non per eliminare l’ente intermedio tra Regione e Comuni, tant’è vero che sostituisce le stesse Province con “liberi Consorzi comunali’.

Ma i “liberi Consorzi comunali” non sono quelli istituiti con la fallimentare legge nazionale Delrio recepita dall’Assemblea regionale siciliana per volere del passato Governo di Rosario Crocetta e dei parlamentari di centrosinistra, con in testa il PD.

Con il demenziale recepimento della legge Delrio i confini delle Province siciliane sono rimasti gli stessi: se ne deduce che i Comuni della nostra Isola non hanno potuto scegliere liberamente come aggregarsi, ma sono stati obbligati a rimanere come prima.

Di fatto, lo spirito dell’articolo 15 dello Statuto è stato tradito.

Sarebbe bastato dare ai Comuni siciliani la possibilità di aggregarsi liberamente: cosa, questa, che avrebbe messo in difficoltà le Prefetture, che avrebbero dovuto adeguarsi alla nuova combinazione.

Ricordiamo che l’articolo 15 non fissa il numero dei “liberi Consorzi comunali” della Sicilia: che potrebbero essere quattro, ma anche cinquanta!

Per evitare che il Ministero degli Interni nomini subito cinquanta Prefettiper ‘addomesticare’ l’articolo 15 dello Statuto, lo stesso Statuto – e qui il merito è stato del primo presidente della Regione siciliana e fondatore della Democrazia Cristiana, Giuseppe Alessi – all’articolo 31 così recita:

1. Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal Governo regionale. Il Presidente della Regione può chiedere l’impiego delle forze armate dello Stato.
2. Tuttavia il Governo dello Stato potrà assumere la direzione dei servizi di
pubblica sicurezza, a richiesta del Governo regionale congiuntamente al Presidente dell’Assemblea e, in casi eccezionali, di propria iniziativa, quando siano compromessi l’interesse generale dello Stato e la sua sicurezza.
3. Il Presidente ha anche il diritto di proporre, con richiesta motivata al Governo centrale, la rimozione o il trasferimento fuori dell’Isola dei funzionari di polizia.
4. Il Governo regionale può organizzare corpi speciali di polizia amministrativa per la tutela di particolari servizi ed interessi.

Come può leggere, presidente Musumeci, in Sicilia, all’ordine pubblico “provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal Governo regionale”.

Basterebbe, egregio presidente Musumeci, applicare lo Statuto e i Prefetti, nella nostra Isola, non avrebbero più motivo di esistere! E il capo del Governo nazionale, per venire in Sicilia, dovrebbe raccordarsi con l’ufficio del cerimoniale della presidenza della Regione.

Pensi un po’, presidente Musumeci: lo Stato, in Sicilia, a norma di Statuto, per “assumere la direzione dei servizi di pubblica sicurezza” deve chiedere il permesso a lei e al presidente dell’Assemblea regionale siciliana, tranne che in casi “eccezionali”.

Il vero problema, in questa storia, è l’ascarismo delle ‘presunte’ classi dirigenti siciliane.

Lei è giovane, presidente Musumeci, e queste cose magari non le ha approfondite. Sappia che quando, nel 1957, la Corte Costituzionale appena istituita (nata undici anni dopo lo Statuto siciliano), con un colpo di mano, ‘assorbì’ abusivamente le competenze dell’Alta Corte per la Sicilia, Giuseppe Alessi e Giuseppe Montalbano scatenarono un putiferio.

Certo, poi entrambi vennero messi in minoranza: Alessi venne ‘imbrigliato’ dai suoi compagni di partito: eletto al Parlamento nazionale, naturalmente nella DC; mentre il comunista Giuseppe Montalbano – che come Alessi si rifiutava di diventare un ‘ascaro’ – venne messo ai margini del Pci.

Però Alessi e Montalbano la battaglia la fecero: e ‘ascari’ non lo furono mai.

Lei, invece, presidente Musumeci, che battaglia sta facendo? Lamentarsi dei Prefetti che in Sicilia esistono ancora proprio perché anche lei non applica lo Statuto?

Si sussurra che lei avrebbe chiesto il trasferimento del Prefetto di Palermo. Noi non ci crediamo. Non possiamo credere che lei, presidente Musumeci, vada a chiedere una cosa del genere al suo amico di Pontida, il Ministro degli Interni, Matteo Salvini (i Prefetti fanno capo al Ministero degli Interni).

Non ci possiamo e non ci vogliamo credere…

Foto tratta da lavocedinewyor

 

 

 

 

 



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