La Finanziaria nazionale 2007 e i fondi tolti alla Sicilia: parla Franco Piro

La Finanziaria nazionale 2007 e i fondi tolti alla Sicilia: parla Franco Piro
12 luglio 2018

Siamo riusciti ad aprire un dibattito su un fatto avvenuto dodici anni fa, quando lo Stato, con la legge Finanziaria nazionale del 2007, ha portato la quota di compartecipazione della Regione siciliana alle spese sanitarie dal 42% circa a quasi il 50%. Franco Piro, che allora era parlamentare nazionale di centrosinistra, ci racconta come sarebbero andati i fatti 

da Franco Piro
già parlamentare nazionale e regionale di sinistra
riceviamo e pubblichiamo

In un articolo de I Nuovi Vespri, sono stato ripetutamente chiamato in causa, sia nelle parti di colpevole, sia nelle parti di testimone (funzioni che nello stesso processo non potrebbero coesistere) di una vicenda, risalente a 12 anni fa, relativa al finanziamento della sanità siciliana. Avrei certamente potuto non intervenire. Tuttavia, anche se pure quell’articolo fosse stato letto da una sola persona, oltre me e, spero, l’autore dell’articolo, ebbene costei merita di conoscere dati di fatto, possibilmente certi, accertati, oltre che accertabili con non troppa fatica.

Preciso innanzitutto che io quell’anno ero relatore di maggioranza della legge di Bilancio, mentre il relatore di maggioranza della legge finanziaria (legge 296/06) era Michele Ventura. Allo stesso tempo il relatore di maggioranza al Senato era Gianfranco Morgando e non già Anna Finocchiaro che all’epoca svolgeva le funzioni di presidente del gruppo L’Ulivo.

Preciso poi che più volte, anche nel passato, ho scambiato opinioni sui commi 830, 831, 832 della legge 296/06 con l’autore dell’articolo. Il fatto che il testo uscito dalla Camera in prima lettura fosse diverso dal testo uscito poi dal Senato è facilmente riscontrabile scorrendo i lavori preparatori della legge, non c’è bisogno di appellarsi a chissà quale losca teoria complottista. Come si può facilmente verificare, nel testo uscito dalla Camera non era presente il comma poi diventato 832, che fu inserito al Senato. Vedremo più avanti cosa questo significhi.

Una prima considerazione desidero farla sull’operazione portata avanti dal governo della Regione. La motivazione addotta dall’attuale assessore regionale all’Economia è che così si propone (in realtà: si ripropone, come si vedrà) davanti alla Corte Costituzionale la questione dei commi 830, 831 e 832 della legge 296/06, per la parte che ha incrementato il contributo a carico della Regione per il finanziamento del Servizio sanitario regionale.

E’ chiaro a tutti che la norma regionale, anche per come è stata scritta, sarà dichiarata incostituzionale, forse si spera che nelle pieghe della sentenza della Corte ci possa essere il riconoscimento di quanto la Regione sostiene e cioè che le accise devono coprire anche quella parte di maggiore contributo che la legge 296/06 ha messo a carico della Regione.

Questione già affrontata e risolta, tuttavia, in senso negativo, dalla Corte Costituzionale. L’assessore Gaetano Armao non è nuovo ad azzardi di questo tipo. Ne ha giocati tanti anche quando era assessore dei governi Lombardo, ma li ha persi tutti e senza ottenere alcun risultato positivo per la Sicilia. Ne ha giocato un altro di recente, presentando la riscrittura delle norme di attuazione in materia finanziaria, in cui ha fatto inserire anche la richiesta dell’apertura di due casinò in Sicilia (sic!).

Vale la pena soffermarsi sulla sentenza n. 145/2008 con cui la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sui commi 830, 831 e 832 della legge 296/06 impugnati dal governo regionale dell’epoca (Cuffaro 2), ha dichiarato pienamente costituzionali i commi 830, 831 e i primi due periodi del comma 832. La Corte, invece, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del terzo periodo (fatto che molti ignorano e altri preferiscono non ricordare). E’ interessante la motivazione:

“La disposizione denunciata, infatti, nell’attribuire alla Commissione paritetica l’ulteriore competenza ad emettere parere circa la misura di detto importo, incide sui poteri e sulle funzioni previsti dallo Statuto speciale per tale Commissione, perché non si limita a individuare l’àmbito delle modifiche da apportare alle norme di attuazione statutaria in materia finanziaria, ma crea – con una legge statale ordinaria – una speciale funzione consultiva non prevista dallo Statuto di autonomia e, al tempo stesso, sottrae alla medesima Commissione il potere di stabilire essa stessa, con le norme di attuazione dello Statuto, anche le modalità per la determinazione dell’importo annuo delle accise da retrocedere alla Regione”.

Non mi pare una posizione pregiudizialmente contraria alla Sicilia, tutt’altro. Apre, anzi, una strada che porta alla determinazione in Commissione paritetica – dove è presente la Regione – di quanta parte delle accise devono ogni anno essere attribuite alla Regione per fare fronte agli oneri della assistenza sanitaria che, per il comma 831 della l. 296/96, non può essere inferiore al 20% né superiore al 50%.

Nel 2007 significava agire su un range compreso tra 1.6 e 4 miliardi di euro. Bastevole, bastevole.

Occorre ricordare il contesto che portò alle norme che ci occupano. Faccio riferimento a due questioni. La prima è il crescente e apparentemente inarrestabile disavanzo nei conti della sanità siciliana, provocato dal governo Cuffaro a partire dal 2001 (fino a quell’anno i conti della sanità erano in sostanziale pareggio). A fine 2006 il disavanzo cumulato era pari a 3.4 miliardi, a cui si sarebbero aggiunti, nel corso del 2007, altri 1.1 miliardi di euro, nonostante gli accordi sottoscritti dal governo Cuffaro con il governo nazionale, in realtà totalmente disattesi.

La seconda è che con le nuove norme finanziarie per la Regione Sardegna (che sarebbero state contenute nei comma 834 e seguenti della l. 296/06) soltanto la Sicilia, tra le Regioni a Statuto speciale, restava come destinataria di un contributo consistente a carico del Bilancio dello Stato per la sanità. Più volte sollecitato affinché in Commissione paritetica venisse definita la modalità del transito della sanità interamente a carico del Bilancio della Regione con corrispondente attribuzione di entrate tributarie (come nel caso Sardegna), il governo della Regione aveva sempre fatto orecchie da mercante.

In quell’anno 2006 l’incremento del contributo a carico della Regione, che era al momento del 42,5%, fu stimato come una misura destinata ad essere un deterrente alla creazione di una voragine di passività e un sollecito per la definizione delle nuove norme di attuazione. In conseguenza il governo Prodi introdusse nel Pdl finanziaria per il 2007 una norma, l’art. 101, che testualmente recitava:

“ 1. Al fine di addivenire al completo trasferimento della spesa sanitaria a carico del Bilancio della Regione siciliana, la misura del concorso della Regione a tale spesa è pari al 45 per cento per l’anno 2007, al 47,5 per cento per l’anno 2008 e al 50 per cento per l’anno 2009″.

Nel corso del dibattito alla Camera furono ridotte le misure del contributo e fu introdotto un secondo comma (poi diventato l’831). L’intento era chiaro: ricondurre tutto alla determinazione in Commissione paritetica e ad un accordo tra lo Stato e la Regione. Si discusse a lungo anche della ipotesi formulata da alcuni deputati (tra cui il sottoscritto) di prevedere che l’accollo degli oneri per la sanità da parte della Regione (compresi quelli del comma 830) fosse compensata da una corrispondente quota di accise.

Il governo chiese di trasferire la discussione al Senato per avere a disposizione il tempo per valutare anche finanziariamente la norma.

Nella discussione al Senato, in effetti, fu poi presentato il testo poi diventato il comma 832, dove si riconobbe il principio dell’accollo con retrocessione delle accise, facendo il giusto rinvio alle norme di attuazione nei primi due periodi, mentre il terzo periodo, come abbiamo visto, successivamente è stato dichiarato incostituzionale. Non fu introdotta la retrocessione delle accise anche per il 2007/2008/2009. Il testo fu approvato dal Senato con il voto di fiducia. Al ritorno alla Camera fu posta ancora la fiducia e quindi non ci fu possibilità di ulteriore intervento nel merito.

Va segnalato che al Senato fu introdotto il comma 833 che attribuì alla Sicilia 120 milioni di euro, a valere sulle accise, quale quota ex art. 38 dello Statuto, da destinare al risanamento ambientale dei poli petroliferi e ad infrastrutture. Sarebbe interessante sapere se e come sono stati spesi questi fondi.

La legge 296/06 contiene molti altri articoli con misure a favore della Sicilia, a testimonianza dei buoni propositi del governo ed anche del buon lavoro fatto dai parlamentari siciliani. Tra queste segnalo: l’istituzione delle Zone franche urbane; il comma 1010 che stanziava 100 milioni di euro per il completamento della ricostruzione del Belìce; il comma 1152 che stanziava 1.5 miliardi in tre anni per le strade provinciali in Sicilia e in Calabria. Tutte misure depotenziate o addirittura cancellate dal successivo governo Berlusconi – Tremonti.

In conclusione, vorrei richiamare ulteriormente l’attenzione su alcuni punti.

a) Nel 2007, stante il dilagare dei disavanzi nei conti della sanità in particolare in alcune Regioni, tra cui la Sicilia, fu approvata dal Parlamento una legge (di cui sono stato relatore di maggioranza alla Camera) per il ripiano di dette passività. Una legge finalmente definitiva che obbligava le Regioni al rispetto dei piani di rientro, assicurato mediante misure di “affiancamento- tutoraggio-vigilanza preventiva sugli atti fondamentali” e finanziava, mediante mutui a 30 anni, il pagamento dei debiti contratti dal sistema sanitario.

Come è noto, quel piano, fortemente osteggiato dal duo Cuffaro-Lagalla, fu poi portato avanti, a partire dal 2008, dal duo Lombardo-Russo. Ancora nel 2007, tuttavia, l’assessore per la Sanità Lagalla si dichiarava pienamente soddisfatto del fatto che, in sede di riparto nazionale, alla Sicilia era stato assicurato l’8,3% dell’intero fondo nazionale e, grazie alla legge sui piani di rientro, la Regione aveva acquisito un mutuo di 2.8 miliardi di euro, nonché un finanziamento aggiuntivo di 320 milioni.

b) Il governo della Regione dell’epoca decise di non sedersi al tavolo con il governo nazionale come previsto dal comma 831, ma nessun altro governo (almeno a partire dal 2008, data della sentenza 145 della Corte Costituzionale), ha ritenuto opportuno porre, all’interno della Commissione paritetica e nel confronto con il governo nazionale, la questione delle nuove norme di attuazione in materia sanitaria. L’ho sempre considerato e lo considero tuttora un errore strategico.

Anche grazie alla pronuncia della Corte Costituzionale nella parte sopra richiamata, si sarebbe potuto ben definire la materia in modo favorevole alla Regione, la quale avrebbe dovuto sì accollarsi l’intero onere finanziario della sanità, ma a fronte di maggiori entrate certe, la cui misura – non va dimenticato – sarebbe stato compito della Commissione paritetica determinare. Non ci hanno neanche provato, secondo una linea – secondo me suicida per l’Autonomia siciliana – che pretende il riconoscimento di diritti, ma senza il riconoscimento dei reciproci doveri. Faccio presente che la Regione Sardegna non si è mai più lamentata di essersi accollata la sanità, in cambio di cospicue risorse, avendo così conquistato più ampi spazi di autonomia dispositiva e maggiore credibilità.

Sanità: dal 2007 ad oggi lo Stato ha scippato alla Sicilia oltre 7 miliardi grazie al centrosinistra

P.s.

Nel nostro articolo abbiamo citato Franco Piro in termini non negativi: abbiamo scritto, anzi, che ha provato a non far penalizzare la Regione siciliana. 

Se, come scrive Franco Piro – che, lo ricordiamo, è persona autorevole e competente in materia (oltre che parlamentare regionale e nazionale è stato anche assessore regionale al Bilancio) – con la Commissione paritetica è possibile recuperare tali somme fino ad oggi sottratte alla Regione, bisogna capire il perché, fino ad oggi, ciò non è avvenuto.   

Sarebbe interessante conoscere cosa hanno da dire Roberto Lagalla, che allora ricopriva l’incarico di assessore regionale alla Sanità (oggi ricopre la carica di assessore all’Istruzione e alla Formazione professionale) e Gaetano Armao.

Detto questo, qualcuno ci dovrà riconoscere il merito di aver aperto un dibattito su 7 miliardi di euro che, dal 2007 ad oggi, sono stati sottratti alla Sanità siciliana (e la storia continua, perché la Regione continua a perdere circa 600 milioni di euro all’anno.  

g.a.

 


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