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Apr
2017
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Tra Autonomia e democrazia negata: il programma di Franco Busalacchi (parte terza)

Prima di andare avanti con il programma di governo, Franco Busalacchi, candidato alla Presidenza della Regione siciliana, fa una breve analisi del contesto storico e politico che ci ha portati ad essere quelli che siamo oggi

Proseguiamo con la pubblicazione del programma soffermandoci per un attimo sul contesto storico e politico che ci ha portati ad essere quelli che siamo oggi.

Vi ricordiamo che in questo primo post avete potuto leggere quella che potremmo definire la ‘filosofia’ della candidatura di Franco Busalacchi (qui potete leggere il suo curriculum). Mentre in questo secondo articolo abbiamo pubblicato il capitolo sul reddito di cittadinanza e lotta alla mafia.

Eccovi il terzo capitolo:

FACCIAMO UN PASSO INDIETRO … di Franco Busalacchi
So bene che i contenuti dello Statuto della Regione siciliana sono sostanzialmente un recepimento delle tesi riparazioniste di Enrico La Loggia, il quale nella sua “Sintesi storica della questione siciliana” dimostra in modo inoppugnabile (e perciò inaccettabile dall’establishment), che l’isola in meno di 100 anni di unità era stata spogliata e depredata, che era stata esclusa da tutti i piani e le opere di crescita e sviluppo, il tutto a pro’ del nord.
Il meccanismo operativo statutario ha un principio motore: il rapporto tra competenze attribuite e risorse per farvi fronte, in un armonico sviluppo e bilanciamento. Il carburante di quel motore era( ed è) l’Autonomia, che per essere vera, concreta ed effettiva avrebbe dovuto essere(e lo deve essere a maggior ragione tuttora) soprattutto politica. Ma il seme della dissoluzione dell’autonomia era già contenuto nella storia del dopoguerra. La presa diretta tra Roma e Palermo (una presa forte, feroce, spietata, significò sempre che il Governo centrale fu arbitro delle priorità nazionali ( il che al 90% significò gli interessi del nord), e che se, in nome di quelle priorità dovevano (e devono ancora una volta) essere sacrificati gli interessi e le aspirazioni dei siciliani, pazienza.

Franco Busalacchi

Ricordiamoci che quelli erano i tempi della guerra fredda. In quelle temperie quale segretario regionale di qualunque partito avrebbe potuto opporsi alla decisioni romane senza perdere il posto? E cosi i governanti regionali vedono ridursi significativamente il proprio raggio d’azione fino a diventare le marionette di oggi. L’Autonomia è tale se è capace di esercitare la sua funzione con i propri mezzi e se non dipende dai sussidi esterni. Quando questi diventano necessari per la sopravvivenza va da sè che chi li eroga ponga le proprie condizioni, con buona pace per l’autonomia. Dunque dobbiamo fare in modo che l’economia siciliana cresca e dia un prodotto lordo regionale capace di assicurare la crescita economica, sociale e civile del territorio isolano.

Immaginiamo per un istante che la storia abbia percorso una strada diversa, immaginiamo una storia in cui i siciliani tutti e per transitività i loro rappresentanti abbiano fatto fronte comune a difesa delle proprie prerogative, del loro statuto e della sua applicazione, chiudendo ogni spazio all’ascarismo,ossia alla sviscerata sudditanza ai diktat di Roma. La nostra vita di oggi sarebbe certamente migliore. Questo non accadde, ma accadde di peggio. Nel giro di 5 anni, la prima legislatura, la Regione, mal governata, piuttosto che ottenere la piena attuazione dello Statuto, se ne vide ridurre i contenuti. Furono persi il diritto alla registrazione con riserva, il diritto di emanare decreti legislativi, l’Alta Corte,una vera tragedia, e una parte cospicua delle risorse tributarie(una tragicommedia). Perché? Perché il primo Parlamento d’Europa, come primo atto, lungi dall’affermare e proclamare come sua ragion d’essere i principi etici che presiedevano all’autonomia, partì con il piede sbagliato. Decise di equiparare il trattamento economico dei deputati regionali, a quello dei senatori della Repubblica; poi, per come si legge nella relativa delibera del Consiglio di Presidenza dell’Assemblea regionale, ”per ragioni di equità”, anche il trattamento economico dei dipendenti del medesimo primo Parlamento d’Europa fu equiparato a quello dei dipendenti del Senato. Un patto scellerato che ha aperto la stura al consociativismo. Da allora i politici all’Assemblea regionale diventano soci in affari e si comportano come i ladri di Pisa del famoso apologo. Litigano di giorno e vanno a rubare insieme di notte. A quanti vi parlassero dell’intangibilità di questa risoluzione basta opporre che trattasi non di tavole di Mosè, né di norme costituzionali e nemmeno ordinarie che possono quindi essere caducate in una riunione di 5 minuti del Consiglio di Presidenza del primo Parlamento d’Europa, solo che lo volesse. Vi prometto che lo dovrà volere.

Il governo centrarle di fronte a quella decisione non fece un plissé. Era cominciato il rapporto perverso tra Roma e Palermo che si può sintetizzare nella formula “oil for food”. Soldi in cambio di voti.
“Un’ingiustizia nazionale è la strada più sicura verso la decadenza di una nazione”, diceva Gladstone. Ma neanche quelle di livello regionale scherzano, chiosiamo noi.

Attenzione! Questo ingranaggio è stato costruito per durare indefinitamente nel tempo. I soldi da Roma arriveranno SEMPRE, se saremo sempre servi. E poiché i voti si raccattano facilmente utilizzando il denaro pubblico per clientele e assunzioni e la caccia al consenso generalizzato, ecco che i siciliani, votando per i loro padroni, comprano a caro prezzo la loro schiavitù.
In passato i soldi di Roma sono tornati in voti per il blocco storico dei centrodestra nazionali che, se hanno governato per decenni lo hanno dovuto proprio a questo meccanismo distruttivo. Vi ricordate il 61 a 0? Un vero e proprio partito che puntellò come un geniere cretino il governo di Berlusconi e di Bossi!!(quello che insieme ai suoi ci demonizzava e insultava) .
Per onestà va detto senza tema di smentita che la sinistra ha firmato, se non tutte, posso dire oltre il 98% di tutte le leggi regionali, oscillando dalla posizione di complice – Lazzaro alla cena del ricco Epulone, a quella di utile idiota. E questo anche ai tempi ormai lontani della lotta di classe.
Quindi i voti tornano a chi governa. Tutto questo non finirà mai, ripeto, perché, ci ammoniscono, se i soldi finiscono, non solo finisce il consenso, ma gli scenari che si prospettano sarebbero apocalittici. Chi manterrà le migliaia di parassiti che vivono di danaro pubblico perché hanno solo il merito di possedere un certificato elettorale? Li manderanno a casa? Ci vorrà l’esercito, lo stato d’assedio e il coprifuoco
Ma non andrà così, sperano alcuni. Secondo costoro lo Stato foraggerà sempre la Regione e consentirà alla Regione e a Comuni di derogare dai limiti delle addizionali fiscali; queste schizzeranno alle stelle e piangerà il giusto per il peccatore. Queste misure ci verranno gabellate come eque e necessarie e il modello greco sbarcherà in Sicilia non come una volta con i filosofi e gli artisti ma con il viso dell’arme. E’ un dejavù. Sempre meglio dello stato d’assedio, direbbe qualche disperato,misura alla quale nei primi sei anni dell’unità la Sicilia fu sottoposta per ben tre volte. La prima, subito subito, nel 1862, chi sa qualcuno si fosse fatto qualche illusione sul perché dell’unità, e che lasciò tracce terribili. Il secondo appena un anno dopo, con l’estensione nell’isola degli effetti della legge sul brigantaggio meridionale. Fu un arbitrio ministeriale e l’isola ebbe il piacere di conoscere il metodi da macellaio di un farabutto e criminale di guerra, il generale piemontese Govone. L’atto illegale fu ratificato con legge dello Stato dopo sei mesi e furono sei mesi in cui l’isola fu in balia di un assoluto e implacabile arbitrio militare. Il terzo stato di assedio fu imposto dopo l’insurrezione di Palermo nel 1866, la così detta rivolta del sette e mezzo e, nonostante l’insurrezione fosse limitata a Palermo, non parve vero di poterlo imporre a tutta la Sicilia. Il tutto corredato da lunghe parentesi di regimi di leggi eccezionali con le annesse facoltà di privare o limitare le libertà personali di quanti fossero soltanto sospettati di favorire direttamente o indirettamente il brigantaggio, fenomeno peraltro quasi del tutto estraneo alla Sicilia. Troppo onore, quando sarebbero bastati pochi onesti insegnanti elementari! Queste atrocità sono incise col fuoco sulla pelle e nel DNA dei Siciliani che ovviamente hanno un rapporto difficile con l’autorità costituita, difficoltà che fu radice della mala pianta della mafia.

E così, vittime della coazione a ripetere, i vertici delle associazioni produttive e dei sindacati, anche nell’ultima tornata elettorale si sono ancora svenduti ai rivoluzionari di cartapesta e ai vecchi voltagabbana, con la speranza di lucrare il solito piatto di lenticchie anche in questa legislatura, senza riuscire a vedere più lontano della (improbabile) leggina ad hoc o della nominetta in un posticino e senza riuscire a capire che sempre e comunque, seppure qualcosa otterranno, sarà un decimo di quello che tratterrà per sé il donante.

Io mi rifiuto di credere che l’elettore siciliano sia capace di sfornare soltanto nani e ballerini, e di glorificare politicanti d’accatto, che non ci siano cioè siciliani in grado di valutare, apprezzare, capire e decidere per il meglio, e scegliere chi è guidato da un interesse esterno e che è desideroso e capace di lavorare per il bene comune.
Vorrei in proposito analizzare l’assioma in base al quale in democrazia non esistono cattivi governanti, ma cattivi elettori, applicandolo alla Sicilia. Quello che sono i governanti siciliani è davanti agli occhi di tutti. Che il giudizio dei siciliani su di essi sia unanimemente negativo è di tutta evidenza. Si potrebbe dunque affermare che se si votasse domani nessuno di loro avrebbe la minima speranza di essere rieletto, se avesse l’improntitudine di ripresentarsi al giudizio dell’elettorato. Ma l’esperienza di tanti anni dimostra che non sarebbe così. Al momento del voto scattano meccanismi che inducono a ripetere.
Perché? Sarebbe corretto affermare che buona parte dell’elettorato che si reca alle urne preferisce questo stato di cose, o piuttosto che non è libero? Ci sono varie gradazioni di restrizione della libertà, la gamma delle costrizioni presenta un ampio spettro che va dal broglio al puro ricatto, dal timore reverenziale alla paura fisica, dal voto di scambio, alla stupidità pura e semplice. Stando a certe scoperte postume e a certe azioni giudiziarie, a alla apparizione e consacrazione sulla scena politica di veri e propri statisti da avanspettacolo, si potrebbe dire di si.
Esiste però una condizione assai più grave del voto condizionato, una condizione che pesa come un macigno sulla possibilità di creare un nuovo assetto politico e sociale che faccia tesoro delle fallimentari esperienze appena vissute che hanno portato la Sicilia al punto in cui è, al disastro economico, e alla disgregazione sociale. Ed è l’allontanarsi dalla politica, il suo rifiuto, il non volere cercarsi fino a ritrovarsi in un’ idea comune, in un programma massimamente condiviso, la cui attuazione venga affidata a persone serie, coerenti, competenti ed entusiaste.
Da troppo tempo il vero vincitore delle elezioni regionali in Sicilia è un partito che attraverso una lunga ma inarrestabile e mai arrestata marcia ha finalmente raggiunto la maggioranza assoluta. E’ il partito degli astenuti che in Sicilia ha infatti sfondato la soglia del 50%, attestandosi al 53% degli aventi diritto al voto. A conti fatti più della metà degli elettori è rimasta a casa(una volta si diceva:è andato al mare).
E’ vera gloria? E che partito è? E’ certamente un partito atipico perché, pur avendo vinto le elezioni non andrà al potere e non ha alcuna intenzione di andarvi, anzi …
Molti ambirebbero a capeggiarlo e costruirvi sopra le proprie fortune politiche, ma questi audaci è bene sappiano che è il Partito degli Astenuti possiede anche altre caratteristiche . Ha vinto proprio perché privo di un leader e di una classe dirigente e per di più è refrattario ad ogni progetto politico, ovvero di un programma e infatti li ha rifiutati tutti. Però, come ogni partito che si rispetti, contiene in sé molte anime e al suo interno è composto da parecchie correnti, molte delle quali in lotta tra di loro. Curiosamente però le divisioni non ne compromettono la crescita. Ci sono gli astenuti perché non hanno ricevuto quanto loro promesso, ci sono gli astenuti perché sanno bene che la pacchia è finita e non hanno alcuna speranza di ricevere un contraccambio, fosse anche minimo; ci sono quelli che disprezzano in assoluto la politica, e quelli per i quali i politici sono tutti uguali; ci sono quelli che vorrebbero il capo forte e carismatico, e, al contrario, ci sono quelli che sognano una democrazia compiuta che nessuna politica può garantire. Ci sono infine quelli che, chiunque vinca , sanno bene che il “loro” non sarà toccato. Gente solida, come si può capire, e ben strutturata. Impossibile quindi tentare di ridurla ad unità senza perderne pezzi consistenti per strada. E saremmo punto e a capo. Chi si avventurasse ne potrebbe forse convincere una minoranza esigua e al più potrebbe costituire un altro piccolo partito superfluo.
In ogni caso resterebbe spalancato quello che in queste ore è stato definito enfaticamente l’abisso tra elettori ed eletti.
A questo ultimo riguardo è istruttivo esaminare le reazioni preoccupate dei partiti e in genere del mondo politico. Le frasi ad effetto si sprecano: ”è la fine della democrazia” è quella che sintetizza meglio il presunto disagio espresso dalla politica. Perché presunto? Perché l’astensionismo fa il gioco della (cattiva) politica, cioè di quella politica che deliberatamente lo provoca, l’astensionismo, lavorando indefessamente per peggiorare se stessa e le cose. Il sillogismo è il seguente: peggiore è la politica, meno sono i votanti; quindi il voto libero, il voto d’opinione, diminuisce, e maggiore peso acquista il voto strutturato nelle sue varie forme, che sia scambio, o che sia minaccia . Quindi, più che di abisso tra elettori ed eletti, si deve più correttamente parlare del raggiungimento di una tappa significativa nel lungo processo di identificazione tra i peggiori elettori ed i peggiori eletti. Lo scopo finale è arrivare all’optimum, la perfetta coincidenza tra questi elettori ed eletti, l’uno per l’uno.
Qualcuno eccepirà che una forma di protesta strutturata ha portato il Movimento 5 Stelle ad essere il primo partito in Sicilia. Sì, tra quelli votati. Sì ma senza raggiungere quella maggioranza del 53%.
Una domanda sorge però spontanea e con essa una preoccupazione o se vogliamo,una speranza. E’ proprio sicuro che si arriverà all’uno per l’uno? Ovvero, che cosa faranno i 2 milioni di elettori che compongono il 53% degli astenuti? Se ne staranno buoni buoni ad aspettare che lo tsunami bussi alle loro porte? Oppure, alla siciliana, non dilagherà la protesta? Oppure aspettano speranzosi una proposta forte,aggregante,una proposta che non si può rifiutare,pena la perpetuazione del disastro politico,economico e civile.
I più avveduti devono ricordare, senza mai stancarsi, che chi sostiene di non fare politica fa politica, inevitabilmente, perché fa prevalere la politica degli altri. Chi non sceglie, ha lasciato che gli altri scegliessero per lui. Chi non vota “perché sono tutti ladri” compie un’operazione suicida e illogica: è come se un onesto risparmiatore affidasse i suoi soldi a dei farabutti. Il voto è un diritto conquistato a costo di sacrifici e non si butta alle ortiche l’eredità dei padri. Francamente io non saprei se infuriarmi più per il voto dato in cambio di un chilo di pasta o piuttosto per un elettore che non va a votare. Dobbiamo raccogliere la sfida lanciata dalla propaganda in mala fede, dall’ignoranza pianificata e dal pregiudizio, dal “forte radicamento nel territorio” di certa politica che si traduce in un sistematico sfruttamento dell’influenza nefasta che certi “valori” fuorviati e fuorvianti esercitano su una parte di elettorato mantenuto in uno stato di utile arretratezza. Bisogna impedire a quegli elettori resi miopi, proprio quelli che non riescono ad “accucchiare” il pranzo con la cena, di preparare il proprio stesso futuro ai propri figli, eleggendo un piccolo esercito di mangiapane a tradimento e garantendo loro, questo sì, un futuro fatto di cinque pasti al giorno per il resto della loro vita. Perché va detto con forza: un parlamentare regionale che sta in carica per due anni e mezzo, anche se non si reca all’Assemblea nemmeno una volta avrà una cospicua pensione per tutta la sua vita, trasmissibile a i suoi eredi. Proprio come il pacco di pasta che avranno in cambio gli sciagurati elettori. Non è ancora chiaro che la perpetuazione dello stato di ignoranza e povertà produce la proliferazione della politica d’accatto e la successione di padre in figlio?

Io credo nella collettiva intelligenza dei siciliani. Credo nella forza moltiplicatrice della loro sete di giustizia, nella sincera aspirazione a migliorare la propria e l’altrui esistenza.
La mia è una grande scommessa: è possibile aggregare una maggioranza nuova, nella consapevolezza che questa in Sicilia esiste già, pronta a scommettersi solo con la forza di un programma e con l’affidabilità dei suoi esecutori e vincere le prossime elezioni?

Il presente è figlio del passato, così come il futuro è figlio del presente. Il futuro che immaginiamo, che vogliamo può condizionare il presente. Se desideriamo fortemente raggiungere un obbiettivo, ecco che tutto il presente si costruisce in funzione del conseguimento di quell’obbiettivo posto nel futuro. Se invece questo presente ci sta bene e vogliamo che si perpetui nel futuro, non dobbiamo fare nulla.

 

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1 Response

  1. Giuseppe

    Considerazioni apprezzabili e senz’altro condivisibili, la tragedia peró sta nella realtà di fatto…. più volte, trovandomi in strada tra la gente a Palermo ( Ballarô, Khalsa, zona stazione, ecc ecc) e pensando a tutti coloro che animano il passio mei paesini dell’entroterra, o che ragionano in termini antitetici al massimo rispetto a una semplice idea di collettività e di esigenza di tutela di beni comuni o di partecipazione, ho riflettuto sul fatto che sono tutti questi che in stramassima parte vanno alle urne o, appunto, non vanno per niente consapevoli del danno

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