Regione/ Il nuovo ‘Patto’ Renzi-Crocetta è frutto di circonvenzione di incapace

29 giugno 2016

Il dibattito in corso all’Assemblea regionale siciliana sul nuovo ‘Patto’ siglato da Crocetta con il Governo Renzi ci offre l’occasione per illustrare, partendo dagli albori dell’Autonomia, come si articolano i rapporti finanziari tra Stato e Regione. Scopriremo che Stato e Regione non hanno bisogno di firmare alcun ‘Patto’. E scopriremo anche che lo Stato, da sempre – e soprattutto dagli anni ’90 – blocca con scuse varie le norme di attuazione dello Statuto in materia finanziaria

La circonvenzione di incapace è un delitto previsto e punito dall’art 643 del codice penale italiano. Consiste nell’abusare dei bisogni, passioni o dell’inesperienza di persona minore o in stato d’infermità o deficienza psichica, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto. Completa la fattispecie la circostanza per cui la condotta dell’incapace deve consistere in un atto dannoso per sé o per altri.

La procedibilità è d’ufficio, perseguibile dal Tribunale Monocratico; il reato è punito con la reclusione da due a sei anni e con una multa da 206 euro a 2.065 euro.

Questo è il quadro normativo. Se io dimostrerò che qualcuno ha abusato  dello stato di minorità psichica di Rosario Crocetta e del suo perenne stato confusionale per estorcergli una firma sotto un documento dannosissimo per la Sicilia è fatta. Lui verrà interdetto e chi lo ha abusato si becca la pena edittale.

Sto parlando ovviamente del mirabolante accordo tra lo Stato e la Regione siciliana in materia di Finanza pubblica sottoscritto in data 20 Giugno dal Presidente della Regione Crocetta per conto della medesima Regione e, per lo Stato, da un ignoto, forse un usciere di via XX settembre a Roma, sede dell’Ministero dell’Economia, “per”  il Presidente del consiglio dei Ministri.

Prima di iniziare permettetemi di mandare al diavolo quanti, senza averne letto nemmeno un rigo, lo difendono o lo attaccano senza averne alcun titolo. Due esempi per tutti basteranno: tra gli “aggressori” brilla per chiarezza e icasticità di linguaggio il redivivo Gianfranco Miccichè (a volte ritornano), il quale quando era “a cavallo” non ha fatto NULLA per la Sicilia e TANTO per il suo principale Berlusconi e per i suoi amicioni; tra i difensori spicca, per ricchezza e profondità di argomentazioni (Roma ci aiuterà, eh eh, Roma ci aiuterà), il sotto segretario Davide Faraone, che parla senza sapere di che cosa sta parlando.

Proprio a questi due sportivi della politica dedico la prima lezione.

A termini dello Statuto regionale, in materia finanziaria non si fanno accordi, né tantomeno sono previsti patti tra lo Stato e la Regione. L’unico strumento cerniera tra Stato e Regione è la Commissione paritetica, un organo costituzionale previsto dall’articolo 43 dello Statuto. Innanzitutto: che cosa significa paritetica? Ripetete lentamente p a r i t e t i c a. Non lo sapete? Significa che non ha un presidente, i membri sono uguali, hanno uguali poteri, uguali doveri e uguali diritti. È composta per l’appunto, di 4 membri, due nominati dallo Stato e due dalla Regione.

Ha la funzione di determinare  le norme per l’attuazione dello Statuto. Dovete sapere, cari ragazzi che non tutti gli articoli dello Statuto sono immediatamente operativi, alcuni hanno bisogno di una fase transitoria, di qualche norma che chiarisca alcuni punti importanti in fase applicativa. Gli articoli finanziari dello Statuto, e in particolare, l’art 36 è uno di questi “bisognosi”. Oddio, per me è già fin troppo chiaro così, ma comunque…

Che dice questo articolo, cari ragazzi? Che al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione. Sapete che significa? Forza, non è difficile. Un piccolo sforzo. Faraone, Miccichè, ce la potete fare. Niente? Vi aiuto io. Significa che tutte le entrate fiscali derivanti da redditi patrimoniali della Regione sono della Regione. Il che significa che la Regione gode di finanza propria. Non di finanza derivata (dallo Stato), né di finanza trasferita (come fa la Regione agli enti locali).Tutto chiaro? Come se fosse…

Andiamo avanti lo stesso. Le norme d’attuazione in materia finanziaria furono emanate nell’ormai lontano luglio del 1965, a distanza di quasi 20 anni dall’emanazione dello Statuto (meglio che niente!).

E allora, mi chiederete, che problema c’è? C’è che, cari ragazzi, negli anni ’70 del secolo scorso, voi eravate in fasce, entrò in vigore la riforma tributaria, riforma che imponeva un adeguamento della norme di attuazione del 1965. Ebbene, queste nuove norme non sono mai state emanate. Sono passati quasi 40 anni e lo Stato italiano, nonostante la Corte Costituzionale raccomandasse leale collaborazione tra Stato e Regione, ha dolosamente impedito che queste norme vedessero la luce. Come?

Si inventò uno ufficio come strumento istruttorio preliminare ai lavori della Commissione, che costituisce un colpevole e ingiustificato aggravamento del procedimento. L’ufficio veniva convocato, e non lavorava per le assenze dei funzionari statali. Nonostante questo, per la tenacia di alcuni funzionari dell’allora assessorato regionale delle Finanze, negli anni ’90 del secolo scorso, un decreto sulle nuove norme, concordato in Commissione paritetica, stava per essere firmato dal capo dello Stato. La Ragioneria generale dello Stato lo avocò a sé lo fece sparire. Alla faccia della leale collaborazione!

Sottosegretario Faraone, la sfido! Se la sente di  recuperare quel decreto negli archivi dell’assessorato dell’Economia, farlo aggiornare e portarlo direttamente dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la firma?

Bene: oggi lo Stato sfrutta i risultati della sua 40ennale malafede carognesca come si fosse trattato di una calamità naturale. In un articolo della legge di stabilità 208/2015 (quello dei famigerati 900 milioni), si legge che questi soldi ci vengono assegnati (avete letto bene, Faraone e Miccichè, assegnati, i nostri soldi ci vengono assegnati), a condizione che…

Fine prima puntata/ Continua

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