“Oggi di fronte a un mercato globalizzato non è possibile concepire e portare avanti il principio del “piccolo è bello””, afferma Petri. “Noi siamo un Paese che tradizionalmente vive molto di campanilismi e anche per configurazione geografica la portualità italiana è molto frazionata e frammentata”. Un’eredità storica che, secondo il presidente di Assoporti, non può più reggere l’urto della concorrenza internazionale. L’obiettivo, spiega Petri, deve essere chiaro: “Creare delle eccellenze, degli hub anche dal punto di vista portuale che possano competere con le grandi sfide che il mercato ci presenta”.
Il riferimento ai competitor stranieri è esplicito. Amburgo, Anversa, Rotterdam al nord; Barcellona e Marsiglia nel Mediterraneo. Sono questi i parametri con cui il sistema portuale italiano deve misurarsi. “Sono sempre realista – ammette Petri -, non penso che allo stato abbiamo la possibilità di annullare il gap che abbiamo con quei porti, ma si può ridurre creando delle eccellenze e facendo investimenti di carattere strutturale che possano migliorare la logistica”.
Al centro del ragionamento di Petri c’è il disegno di legge presentato dal Governo, che punta a una gestione centralizzata del sistema portuale attraverso il ministero delle Infrastrutture. Una svolta rispetto all’attuale assetto, che il presidente di Assoporti giudica positivamente e con pragmatismo. “E’ necessario lavorare nell’ottica di sistema Paese, non più nel frazionamento degli interessi e dei ruoli”, sottolinea. “Il disegno di legge è un’opportunità dalla quale assolutamente non possiamo prescindere”.
La proposta prevede piani pluriennali di investimento gestiti centralmente, con l’individuazione dei territori dove concentrare le risorse per costruire hub competitivi. Il modello finanziario che Petri indica è quello misto: “Fare investimenti pubblici e, se necessario, anche attraverso un mix di pubblico e privato, per metterci alla pari con i grandi hub stranieri”. Lo strumento operativo indicato è la Porti d’Italia Spa, il veicolo attraverso il quale – nelle intenzioni dei proponenti – dovrebbero confluire quei grandi investimenti che oggi “le singole autorità di sistema portuale non sono in grado di sostenere”.
Petri tuttavia non ignora le possibili criticità della riforma. “Bisogna anche difendere l’autonomia e la realtà delle autorità di sistema portuale che in questi 20-30 anni hanno avuto il pregio di avvicinare i territori alla portualità”, avverte.
Uno dei punti più urgenti sollevati da Petri riguarda la tassa europea sulle emissioni applicata al settore marittimo, l’ETS (Emissions Trading System). Per il presidente di Assoporti “la situazione geopolitica, soprattutto del Mediterraneo, sta appesantendo costi, noli, assicurazioni di tutto il settore marittimo”. In questo contesto, “l’incidenza dell’ETS sta portando i costi oltre la sostenibilità – spiega -, quindi riteniamo che ci debba essere un alleggerimento, se non la cancellazione di questa norma che sta penalizzando fortemente i nostri gruppi imprenditoriali che operano nei porti e sul mare”.
Sul fronte degli investimenti, Petri traccia una mappa precisa delle priorità. In primo luogo, la logistica dell’ultimo miglio: “E’ assolutamente necessario alleggerire e accorciare la tempistica per quanto riguarda il trasporto di mezzi e uomini”.
Poi c’è il capitolo dell’elettrificazione delle banchine, che consente alle navi in sosta di spegnere i motori e alimentarsi dalla rete elettrica terrestre. “E’ assolutamente necessario dotare alcune nostre realtà portuali importanti della elettrificazione delle banchine – spiega Petri -, che possa alleggerire le problematiche di carattere ambientale”. Una misura che risponde insieme a esigenze di sostenibilità e di riduzione dei costi operativi per gli armatori.
– Foto ufficio stampa Assoporti –
(ITALPRESS).
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