Per il sindacato ORSA il salario minimo va bene a patto che non sostituisca i contratti collettivi

6 giugno 2022
  • L’Unione europea va avanti sul salario minimo che mezzo Parlamento italiano e Confindustria avversano
  • I lavoratori italiani percepiscono salari inferiori a quelli del 1990
  • “E’ inammissibile che negli anni si siano incentivati gli investimenti finanziari e tassati marginalmente gli extraprofitti mentre le tasse sul lavoro restano le più alte d’Europa”
  • Sbagliato investire sulla manodopera a basso costo 

dalla Segreteria generale Confederazione ORSA
riceviamo e pubblichiamo

L’Unione europea va avanti sul salario minimo che mezzo Parlamento italiano e Confindustria avversano

L’Unione Europea è a un passo dall’accordo politico sulla direttiva per il salario minimo, le probabilità di arrivare a un accordo, a quanto si apprende, sono molto alte. La direttiva, proposta dalla Commissione europea nel 2020, punta a istituire un quadro per fissare salari minimi adeguati ed equi, rispettando le diverse
impostazioni nazionali e rafforzando la contrattazione collettiva. In questo contesto l’Italia, che con lo slogan “ce lo chiede l’Europa” obbedì senza ripensamenti alle direttive europee quando si trattò di aumentare l’età pensionabile, in tema di salario minimo pone ostacoli e non si preoccupa più di tanto delle richieste europee. Le posizioni del Parlamento italiano sono frammentate, dagli scranni istituzionali fioccano veti incrociati e fantasiose proposte alternative che posizionano una parte consistente del Parlamento contro l’istituzione del salario minimo. Intanto la Germania si è portata avanti con il lavoro, in questi giorni il Parlamento tedesco ha approvato l’aumento del salario minimo, che in Germania esiste dal 2015, da 9,82 euro a 12 euro l’ora. La nostra nazione, invece, rientra fra i 6 Paesi membri che non adottano questa misura e proprio in Italia si registrano i salari più bassi.

I lavoratori italiani percepiscono salari inferiori a quelli del 1990

Ma non basta. L’Italia è anche l’unica delle nazioni Ocse che negli anni ha maturato una deflazione salariale (-2,9), in differenza percentuale tra i livelli salariali compresi fra il 1990 e il 2020. Significa che, secondo i dati elaborati dall’Ocse, solo i lavoratori italiani percepiscono un salario inferiore a quello del 1990, dato consolidato ancor prima della pandemia e della guerra in Ucraina; a dimostrazione che i salariali bassi in Italia non sono un effetto transitorio ma un problema endemico; pandemia e guerra hanno solo fatto emergere le diseguaglianze sociali. Intanto l’inflazione vola al 6,9%, un dato che non si vedeva da 36 anni. In tale scenario che pone l’Italia nel ruolo di fanalino di coda d’Europa, appare contraddittoria la posizione espressa dal Ministro della Pubblica Amministrazione che ha avuto modo di dichiarare: “La crisi in Italia non c’è”, il salario minimo non va fatto per legge perché contro la nostra storia culturale…”. Al Ministro Renato Brunetta fa eco, manco a dirlo, la Confindustria, secondo la quale il salario minimo esisterebbe di fatto e pone come alternativa prioritaria il taglio al cuneo fiscale. Il dramma si consuma quando le parti sociali più rappresentative, due su tre, sostengono la posizione dell’associazione datoriale e dal versante sindacale pongono dubbi sull’utilità del salario minimo, adottato in larga maggioranza nelle nazioni europee ove crescono salari e occupazione nonostante la pandemia.

“E’ inammissibile che negli anni si siano incentivati gli investimenti finanziari e tassati marginalmente gli extraprofitti mentre le tasse sul lavoro restano le più alte d’Europa”

E’ ferma convinzione dell’ORSA che il salario minimo è misura irrinunciabile in fase di recessione economica, siamo in una situazione di precarietà del lavoro che produce povertà senza confronto nel mondo civile, per evitare catastrofi sociali è necessario tutelare, per quanto possibile, il potere di acquisto della popolazione
salariata. Il bonus di 200 euro previsto nel Decreto Aiuti è un pannicello caldo che non risolve il problema. Oltre all’inadeguatezza dei salari l’Italia vanta tristi primati anche in tema di disoccupazione di lunga durata, lavoro a tempo determinato e lavoro part-time non volontario. Ne deriva che il salario minimo è solo un
primo passo verso la generale ristrutturazione del sistema produttivo che deve puntare alla detassazione del lavoro per aumentare l’occupazione e adeguare la retribuzione alla crescente inflazione. Le risorse necessarie per riequilibrare le disuguaglianze si possono ottenere solo con la riformulazione del sistema fiscale, più sbilanciato a favore delle rendite finanziarie, a discapito di produzione e lavoro. E’ inammissibile che negli anni si siano incentivati gli investimenti finanziari e tassati marginalmente gli extraprofitti mentre le tasse sul lavoro restano le più alte d’Europa. In una nazione che tassa a dismisura il lavoro diventa sterile anche l’eterna contrapposizione fra imprenditori e lavoratori dipendenti. La teoria per cui gli imprenditori italiani pagano troppo poco i lavoratori, salvo poi lamentarsi di non trovare persone da assumere, è un falso mito! In realtà le imprese non assumono perché il lavoro costa troppo in termini di tassazione seppure i salari sono i più bassi nel contesto europeo. E’ il sistema fiscale malato ad allontanare le persone dal mercato del lavoro, non il Reddito di cittadinanza…

Sbagliato investire sulla manodopera a basso costo 

I salari bassi e il contestuale calo della produzione sono il risultato di una politica produttiva sbagliata che negli anni ha tassato a dismisura il lavoro e parallelamente non ha investito su innovazione e ricerca. Per rilanciare la produzione bisogna investire sulla qualità dei prodotti e del lavoro, non sulla precarietà e sulla manodopera a basso costo. Sono oltre 6 milioni i lavoratori italiani con un reddito limitato che si aggira sui 10.000 euro annui e
l’inflazione colpisce, giocoforza, i redditi più bassi. Il salario minimo non è la soluzione definitiva ma un primo atto di responsabilità di Stato a tutela dei redditi che oscillano fra la sopravvivenza e la povertà conclamata. In fase di pandemia il Governo ha chiesto un atto di responsabilità a lavoratori e imprese che non hanno fatto mancare il loro apporto adeguandosi alla fase di emergenza, adesso è il momento della responsabilità di Stato! L’Italia non può e non deve opporsi all’introduzione del salario minimo, il sindacato deve solo vigilare affinché la nuova misura non sostituisca i contratti collettivi che vanno rinnovati subito e non produca diseguaglianze fra lavoratori con il contratto e altri solo con la garanzia del salario minimo. Ce lo chiede l’Europa…

Foto tratta da Sky TG24

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