E’ stato fondato il Comitato “Vertenza Sicilia” per fronteggiare gli scippi dello Stato e far valere gli interessi dei Siciliani

15 marzo 2022
  • Così lo Stato si tiene Iva e l’Irpef pagate dai siciliani che dovrebbero rimanere per Statuto in Sicilia 
  • Da parte dello Stato non c’è solo una violazione sistematica dello Statuto autonomistico siciliano, ma anche una violazione sistematica della Costituzione italiana 
  • Non è vero che la Sicilia ha più dipendenti pubblici delle altre Regioni italiane. E’ vero invece che il settore pubblico in Sicilia ha una quota complessiva pro capite bassissima, se è vero che terzultima in Italia 
  • La truffa del petrolio (siciliano) ai danni della Sicilia 
  • L’importanza del Comitato “Vertenza Sicilia”

da Salvatore Domenico Bevilacqua
di RAE Rete Attivisti Equità
riceviamo e pubblichiamo

Così lo Stato si tiene Iva e l’Irpef pagate dai siciliani che dovrebbero rimanere per Statuto in Sicilia 

Iva e l’Irpef pagate dai siciliani e che dovrebbero rimanere per Statuto in Sicilia sono invece trattenute dallo Stato che, in questo modo, sottrae all’Isola circa 7 miliardi di euro all’anno. Con queste affermazioni il dott. Alessandro Baccei, toscano, inviato a Palermo da Palazzo Chigi come assessore regionale all’Economia, quasi in odor di commissariamento, per tagliare le spese regionali, nel 2016 si riferiva in un’intervista a L’Espresso (Oddo, G., 22 maggio 2016. La Sicilia dà allo Stato più di quanto riceve. L’Espresso). Da allora le cose non sono cambiate ed anzi sono peggiorate. Oggi l’Isola si trova stremata da un eterna crisi, le legittime entrate negate all’Isola dallo Stato e lo sproporzionato carico di spese lasciatole sulle spalle hanno prodotto debiti per 9 miliardi che la Regione è stata costretta a fare per chiudere i bilanci. Questi debiti sono stati presi con lo Stato stesso, per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti. Quello che poi lo stato italiano presta alla Sicilia sono i risparmi postali che anche le famiglie siciliane hanno concorso a generare. In altre parole, lo Stato si appropria delle entrate dei siciliani, presta ai siciliani i “loro” soldi, traendovene profitto tramite interessi.

Da parte dello Stato non c’è solo una violazione sistematica dello Statuto autonomistico siciliano, ma anche una violazione sistematica della Costituzione italiana 

La violazione dello Statuto siciliano e pertanto anche della Costituzione Italiana è sistematica, sul fronte fiscale la Sicilia sconta problemi non risolti che ne deprimono le entrate e che svuotano di contenuto lo Statuto autonomistico. Il primo è legato all’Imposta sul Valore aggiunto: il fisco riconosce alla Regione solo l’Iva riscossa dalle imprese che hanno sede legale in Sicilia, mentre le imprese che, pur vendendo i loro prodotti in Sicilia, hanno sede nel continente versano l’imposta allo Stato. La Regione ci rimette con questo sistema circa 3 miliardi di euro su 5. Il secondo problema è legato al sostituto d’imposta: il server che elabora le buste paga dei dipendenti statali e dei pensionati Inps residenti in Sicilia è stato spostato a Latina (!). Una quota rilevante dell’Irpef maturata in Sicilia, che spetterebbe per Statuto alla Regione, è pertanto trattenuta dallo Stato. Queste due violazioni statutarie valgono per la Sicilia circa 7 miliardi di EURO! Pertanto le entrate tributarie pro capite dell’Isola sono nell’ordine di 2mila euro, pari a quelle di una Regione a Statuto ordinario, contro i 4mila della Sardegna, i 6mila del Friuli, gli 8mila delle Province autonome di Trento e Bolzano e i 9mila della Valle d’Aosta. Per completare l’omicidio perfetto la Sicilia contribuisce con 1,3 miliardi di euro versati nelle ‘casse’ dello Stato italiano per ridurre la flessione delle entrate fiscali in seguito alla recessione. Questo contributo nel 2015 è stato il secondo dopo quello della Lombardia, che ha però un Pil notevolmente più grande di quello della Sicilia. Regioni altrettanto grandi come Lazio, Campania e Piemonte o più ricche come Emilia Romagna, Toscana e Veneto versano cifre decisamente inferiori (la Sicilia versa circa il quadruplo pro capite rispetto a queste ultime) (Bossone, B. e Costa, M., 19 agosto 2019. Autonomia differenziata? “Curnuti e vastuniati” (Perché per la Sicilia è meglio l’indipendenza) MicroMega).

Non è vero che la Sicilia ha più dipendenti pubblici delle altre Regioni italiane. E’ vero invece che il settore pubblico in Sicilia ha una quota complessiva pro capite bassissima, se è vero che terzultima in Italia 

La Sicilia, dove non si riesce a fare la manutenzione alle strade, dove non si riesce a finanziare una sanità decente e da cui da cui scappano migliaia di giovani ogni anno, regala quasi il 5% l’anno del proprio Pil all’Italia in cambio di niente! Va anche sfatato un altro mito: quello del numero spropositato di dipendenti pubblici in Sicilia. Infatti va tenuto presente che compiti e funzioni, altrove affidati ai dipendenti dello Stato, in Sicilia sono propri degli stessi dipendenti della Regione. Dunque la verità è che il grosso delle funzioni pubbliche, altrove pagate dallo Stato, in Sicilia gravano sui siciliani stessi. Come emerge dai dati sui Conti Pubblici Territoriali, il settore pubblico spende in Sicilia una quota complessiva pro capite bassissima: il suo valore medio fa della Sicilia la terzultima Regione d’Italia (seguita solo da Puglia e Calabria) per denaro pubblico ricevuto. Mi sembrava giusto ricordare per l’ennesima volta la truffa ai danni dei siciliani per spiegare invece il dramma che l’Isola vive oggi, un dramma che si erige su un altra truffa quella dei mancati introiti dell’industria petrolifera che dell’Isola ha fatto il suo scalpo.

La truffa del petrolio (siciliano) ai danni della Sicilia 

Il settore petrolifero opera in Sicilia con ben 241 pozzi, che estraggono ogni anno una media di 600 mila tonnellate di greggio, il 15 per cento dell’ intera produzione in Italia. Un settore che dà un’occupazione risibile e al territorio, lascia royalty per appena 400/500 mila euro all’anno… Inoltre in Sicilia esistono danni ambientali a conseguenza di questo settore come a Gela, la cui chiusura della raffineria lascia un territorio disastrato dove occorrono oltre 20 miliardi per il suo risanamento mentre la popolazione presenta una percentuale di arsenico nel sangue allarmante. L’aumento del costo del carburante ha creato l’ennesima crisi finanziaria in tutto il settore produttivo siciliano, per esempio nella pesca. Il prezzo del petrolio ai massimi storici rischia di affondare la flotta peschereccia, già duramente messa in crisi dall’aumento insensato dei canoni demaniali. Con gli attuali ricavi la maggior parte delle imprese non riusciranno a sostenere a lungo le uscite in mare e rischieranno di dover restare a terra incidendo gravemente sulla filiera e sull’occupazione che in Sicilia conta una flotta peschereccia 3.323 imbarcazioni e rappresenta di gran lunga la flotta regionale più grande d’Italia.

L’importanza del Comitato “Vertenza Sicilia”

L’elevato prezzo (insostenibile) del carburante incide oltre che sui trasporti anche su tanti altri settori come l’agricoltura, oramai in ginocchio ed incapace di competere con le realtà europee soprattutto per mancanza di infrastrutture ed investimenti (tre progetti presentati dalla Regione per ammodernare la rete idrica sono stati bocciati dallo Stato perdendo di conseguenza i fondi del PNRR) e che vive esclusivamente di esportazione. In Italia il carburante è assoggettato ad una doppia tassazione, lo Stato italiano prevede Iva ed accise. L’Iva è al 22% e questo produce notevoli introiti come erario, le accise sul prezzo dei carburanti hanno una incidenza enorme. Per benzina e gasolio siamo, rispettivamente, al 41% ed al 37,5% I trasportatori siciliani subiscono quindi un incremento di spesa tra i 100 ed i 300 euro, su ogni tratta!  Detto tutto ciò, che possibilità ha la Sicilia e che possibilità hanno i siciliani? Intanto il 13 Marzo a Pergusa (Enna) si sono riuniti le rappresentanze dei settori maggiormente colpiti dando corpo ad un Comitato “Vertenza Sicilia” per promuovere una iniziativa che, da un lato, riunisca in una linea unitaria di lotta le categorie maggiormente esposte e, contemporaneamente, informi tutti i siciliani al fine di creare un vasto fronte di solidarietà e di partecipazione. Fra le proposte che il comitato vuole presentare ci sono quelle di considerare la Sicilia come una Regione di frontiera dove la mancata realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina determina una perdita calcolata in due punti di PIL all’anno. Una normativa di tale segno interverrebbe in maniera sostanziale in tutti i settori produttivi.

Il comitato per la “Vertenza Sicilia” propone:

• dichiarazione dello stato di crisi energetica con conseguente sterilizzazione di tutte le accise che gravano sulla vendita di carburante;
• contributo strutturale a fondo perduto che abbatta almeno il 30% del costo dei traghettamenti e delle autostrade del mare;
• apertura del tavolo di lavoro permanente sulle regole di settore per un’analisi approfondita;
• abolizione del pedaggio sull’autostrada Catania Messina, in quanto non in regola per le corsie di emergenza;
• abbattimento dei costi dei traghetti;
• riconoscimento delle difficoltà in cui si ritrovano le categorie derivante dall’insularità, dalla posizione geografica svantaggiata, riconoscere il gravissimo danno ambientale arrecato al territorio e alla salute delle popolazioni dall’attività delle raffinerie, riconoscere il ritardo rispetto al resto del Paese delle infrastrutture e dei servizi, riconoscimento di contributi a fondo perduto per l’ottimizzazione della logistica, per l’imballaggio, per la trasformazione e per il trasporto belle produzioni siciliane;
• destinazione, da parte della Regione siciliana, di una quota delle risorse del Fondo di Coesione e Sviluppo 2021 – 2027 per garantire alcune iniziative miranti all’abbattimento di alcuni costi del comparto.
Solo le siciliane ed i siciliani sono i padroni del proprio destino e questo lo sanno dal lontano Lunedì dell’Angelo nel 1282 (VESPRI), sarà forse arrivata l’ora per i NUOVI VESPRI?

Foto tratta da Riserva Magazine

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