Tre ‘gialli’ a Palermo: le storie di Santa Maria dello Spasimo di Raffaello, della Natività del Caravaggio e della Scultura del Marabitti

19 febbraio 2022
  • Sono le storie di tre grandi opere che il capoluogo siciliano ha perso  
  • Le disavventure del quadro di Raffaello perduto dalla Sicilia
  • La scomparsa de La Natività del Caravaggio a Palermo 
  • Tra mafia e FBI
  • Le due ricostruzioni
  • Il medaglione marmoreo del Marabitti scomparso nel 2000 

di Maddalena Albanese

Sono le storie di tre grandi opere che il capoluogo siciliano ha perso  

Santa Maria dello Spasimo di Raffaello, la Natività del Caravaggio, la Scultura del Marabitti: tre grandi opere donate a Palermo, ma che Palermo non ha più. Palermo, città d’arte e di cultura annovera tra le magnificenze esposte nei musei e nelle chiese cittadine opere di Antonello Da Messina, Giuseppe Velasco (trasformato da lui stesso in Velazquez , in omaggio alla propria origine spagnola ed al grande Diego Velazquez), di Zoppo di Gangi e di altri nomi illustri. Come tutte le storie palermitane, le vicende avventurose di queste tre opere d’arte sono legate a motivi economico-politici, a furti o all’invidia. Ma, si sa, anche se noi parliamo di ciò che amiamo, cioè della storia di Palermo, riguardo a intrighi, soldi ed invidia tutto il Mondo è paese.

Le disavventure del quadro di Raffaello perduto dalla Sicilia

La storia di Santa Maria dello Spasimo di Sicilia (foto a destra tratta da Wikipedia), quadro di Raffaello, inizia nel 1517 circa, quando i monaci dell’Ordine benedettino di Santa Maria del Monte Oliveto commissionano a Raffaello Sanzio un quadro raffigurante Maria Santissima con Gesù lungo la via del Calvario (appunto Santa Maria dello Spasimo, cioè del dolore di Raffaello). Ma andiamo per ordine. Nel 1506 il giureconsulto Jacopo De Basilicò, esaudendo un desiderio della defunta moglie, Eulalia Rosolmini, devota di Maria Santissima che soffre sulla via del Calvario, dona un terreno ai Padri Olivetani per costruirvi una chiesa ed un monastero, in onore , appunto di Maria Santissima dello Spasimo. La chiesa viene ultimata intorno al 1517, struttura murale in pietra, in stile gotico catalano, con un tetto in legno. Il quadro, originariamente olio su legno, 229 per 318 cm, nella Settimana Santa del 1517 viene esposto alla devozione pubblica, su un altare marmoreo appositamente costruito da Antonello Gagini. Portare il quadro di Raffaello sull’altare del Gagini non è stato facile. Il dipinto, il cui nome originale era Andata al Calvario, quando risulta completato, a Roma, con tanto di firma dell’artista in primo piano, segnata su una pietra dipinta nel quadro stesso, Raphael Urbinas, viene imbarcato per essere portato a Palermo. Il viaggio è disastroso: una tremenda tempesta investe l’imbarcazione e non permette neppure di ritrovare il fasciame della nave che inghiottita dai flutti. L’unico oggetto che si salva è il quadro arrivato fortunosamente sulle coste vicino Genova. Come dice il Vasari nell’opera dedicata a Raffaello “sino la furia dei venti e l’onde del mare ebbono rispetto alla bellezza di tale opera”. Fatto sta che, sia per il soggetto, sia per il prestigio, sia per la storia miracolosa, i genovesi si tengono stretto il quadro e non lo vogliono cedere neppure dietro le insistenti richieste dei Padri Olivetani e di Palermo tutta; solo l’intervento di Papa Leone X li convince (leggasi “li costringe”) a restituirlo ai legittimi proprietari. Dopo i primi anni di vita della chiesa e del monastero dello Spasimo, le necessità difensive della città di Palermo portano alla costruzione, intorno ad essi, di uno dei bastioni della cinta muraria proprio sotto il complesso religioso e a scavarvi intorno un fossato, riempito poi di acqua. L’attuale Corso Tukory disegna la sede di una parte dell’antico fossato perimetrale cittadino. Ciò riduce lo spazio concesso ai Padri. Sia per questo, ma anche per delle infiltrazioni di acqua che minano la stabilità degli edifici e la salute stessa dei frati, questi si decidono a spostarsi in altra sede. Nel 1569 i Padri Olivetani vanno via e si trasferiscono nella chiesa dello Spirito Santo (è la Chiesa del Vespro sita nell’odierno cimitero di Santo Spirito-Sant’Orsola). Il quadro, anch’esso trasportato nella chiesa, con una solenne processione guidata dal Cardinale Lomellina del Canto, viene esposto alla devozione pubblica, prima sull’altare maggiore e poi in una cappella dedicata. Nel 1661 l’opera, adocchiata dal Viceré Ferdinando D’Ayala, che ne vuole fare dono al Re di Spagna Ferdinando IV, diviene merce di scambio, in un accordo fatto di interessi personali, di favori e di politica tra lo stesso Viceré e l’Abate dei Padri Olivetani Vincenzo Staropoli, come racconta lo scrittore di cose di Sicilia, Gioacchino Di Marzo. Probabilmente il contraccambio, così si racconta, sono rendite e pensioni pagate dal Re di Spagna al Priore e ai monaci, che comunque non saranno mai versate. A quanto pare, nel corso della storia, non è stata una sola la volta in cui Gesù è stato scambiato per pochi denari. L’originale del quadro viene sostituito da una copia. Quando poi i Padri Olivetani nel XVIII secolo si trasferiscono nella chiesa di San Giorgio in Kemonia si portano dietro la copia. Peraltro di copie del famoso dipinto ne esistono numerose in Sicilia; tra le più pregevoli ricordiamo quella di Jacopo da Vignerio nella Chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata a Catania e quella conservata nel Museo Diocesano di Caltanissetta. Questa ha addirittura alimentato la leggenda (o il desiderio) che l’originale di Santa Maria dello Spasimo non avesse mai lasciato la Sicilia. La radice di tutto ciò sta nel fatto che la pietra dipinta in primo piano nel quadro riporta la firma Raphael Urbinas come l’originale. La leggenda e il desiderio sono svaniti dopo i più recenti studi eseguiti, che hanno definitivamente attribuito l’opera custodita a Caltanissetta a Polidoro da Caravaggio, allievo di Raffaello o ad altro discepolo della sua bottega. Il dipinto originale di Santa Maria dello Spasimo, intanto, viene esposto da Filippo IV di Spagna, nel Monastero dell’Escorial, fino a quando un altro accaparratore storico di opere d’arte, Napoleone, non entra in scena. Durante il suo impero il quadro viene portato in Francia e trasposto su tela, non senza danni all’opera. Dopo il tramonto dell’Impero Napoleonico gli Spagnoli lo richiedono indietro e lo ottengono. Anche i Padri Olivetani, dopo la stipula dei Patti Lateranensi in Italia, richiederanno indietro il quadro alla Spagna, ma non ci sarà verso di riaverlo. Adesso si trova, per sempre, al Museo del Prado di Madrid.

La scomparsa de La Natività del Caravaggio a Palermo 

All’inizio del XVII secolo, nel 1608, inizia invece la storia della Natività dipinta dal Caravaggio. Michelangelo Merisi non è esattamente uno stinco di santo e durante una delle sue fughe rocambolesche, questa volta da una condanna a morte, attraverso Napoli e Malta, arriva, in quell’anno a Siracusa in Sicilia. Lì, Mario Minniti, pittore e suo amico, lo accoglie e lo raccomanda al senato della Città per fargli avere una commissione. Nasce così Il seppellimento di Santa Lucia. Mario Minniti ha conosciuto il Caravaggio a Roma, quando anche lui, giovane artista, si reca nella città eterna per apprendere l’arte pittorica e diventa allievo di Luciano Carlo detto il Siciliano. In questo periodo conosce il Caravaggio e posa per lui in varie occasioni: Mario Minniti è, infatti, il giovane nel celeberrimo quadro Il fanciullo con il canestro con frutta. Successivamente il Caravaggio rimarrà qualche tempo a Messina ed in questo periodo vedranno la luce La Risurrezione di Lazzaro e L’Adorazione dei Magi. Le opere donate alla Città di Messina sarebbero il frutto dell’incontro tra il Nostro e fra Bonaventura Secusio, francescano, Arcivescovo di Messina, incontro avvenuto a Caltagirone. La prova del passaggio del Caravaggio da Caltagirone è custodita tutt’oggi presso la Biblioteca Comunale della Città Calatina. Un manoscritto, infatti, racconta di Caravaggio che, entrato nella Chiesa di Santa Maria di Gesù di questa cittadina, dove era esposta una statua della Madonna, avrebbe esclamato: “Chi la vuole più bella vada in Cielo”. In ultimo, l’anno dopo, Caravaggio, “il più grande dipintore” del tempo, come è considerato, sarà a Palermo, città a cui donerà la Natività per l’Oratorio di San Lorenzo. Siamo nel 1609. Non passeranno molti mesi che Michelangelo Merisi morirà accoltellato sulla spiaggia di Porto Ercole, a due passi da Grosseto, vittima delle proprie intemperanze. Questa la storia, diciamo così, ufficiale della nascita del dipinto palermitano, ma probabilmente il passaggio del Caravaggio da Palermo è stato solo fugace. Il quadro, secondo le ricostruzioni storiche più recenti, analizzate e raccolte da Michele Cuppone in un suo recente saggio, sarebbe stato commissionato al pittore nel 1600, durante il periodo romano dell’artista, da un mercante, certo Fabio Nuti, che lo avrebbe ceduto ad un frate dell’Oratorio di San Lorenzo in seguito ad una transazione finanziaria. A controprova di questa tesi starebbe il fatto che, nel 1600, l’altare maggiore dell’Oratorio veniva sottoposto a modifiche, probabilmente proprio per ospitare la pala della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco in occasione della Festa del Patrono, il 10 agosto. La storia della nascita di questo capolavoro è farraginosa, ma diventa semplice se paragonata alla storia della sua scomparsa. Durante una notte “buia e tempestosa”, tra il 18 ed il 19 ottobre del 1969, sembra che il dipinto svanisca su un furgoncino, o una “motolapa”, o forse un Fiat 642, con a bordo dei ladri nell’orizzonte piovoso delle strade palermitane e nell’orizzonte nebuloso dei furti d’arte su commissione. Il quadro, restaurato nel 1952, è – anzi era – conservato nell’Oratorio, senza alcuna protezione, con finestre chiuse da malandate persiane, che i ladri hanno scardinato con un soffio. Su questa storia Leonardo Sciascia scriverà il suo ultimo libro: Una storia semplice. Mai letta storia più ingarbugliata. I palermitani, solo il giorno dopo il furto, si sono resi conto di avere perso un tesoro inestimabile, che neppure avevano capito di avere. Qui entra in scena la mafia. Gaetano Grado, un giovane e rampante mafioso latitante che conosceva tutto di tutti nel Centro storico di Palermo, ha l’ordine – e scusate il gioco di parole – di mantenere l’ordine durante le guerre di mafia. A quanto pare in questa storia entra anche un grande boss di mafia, don Tano Badalamenti. Il quale viene a sapere di questo furto. Il capomafia incarica Grado di recuperare la tela. Sembra che ai ragazzi che avevano rubato la tela vengono dati 4-5 milioni di lire. Possibile? Così si racconta.

Tra mafia e FBI

Di certo vi è che è stato l’argomento di alcune testimonianze di pentiti di mafia (Giovanni Brusca, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Spatuzza).
Di certo vi è che Cosa Nostra fece un tentativo di ottenere un riscatto da Monsignor Benedetto Rocco, il prete dell’Oratorio, e che di questo era a conoscenza Vincenzo Scuteri, Sovrintendente ai Beni Culturali ed Ambientali a Palermo a quel tempo.
Di certo vi è che il quadro è finito fuori Italia nel circuito prestigioso e “inesistente” dei furti d’arte e che l’FBI lo annovera ancora tra le dieci più importanti al Mondo opere d’arte scomparse, con un valore stimato di circa 35 milioni di euro.
Di probabile, quasi certo, vi è che ha transitato per i porti franchi dei traffici di opere d’arte della Svizzera.
Di certo vi è che ne esiste una copia molto fedele a Sciacca, opera di Calogero Termine, ritenuto il più abile e stimato copista vivente del Caravaggio. Il Maestro Termine dice che risultati così vicini al vero si ottengono solo grazie “ad una interazione quasi sovrannaturale con l’autore originale”, difficile da spiegare.
Di certo vi è che difficilmente riavremo mai più la Natività del Caravaggio a Palermo.

Le due ricostruzioni

Due dipinti. Due mostri sacri dell’arte pittorica. Due vicende avventurose. Due doni inestimabili fatti alla Città di Palermo. Due doni, che avevamo ricevuto, che non abbiamo saputo custodire e che non torneranno mai più (speriamo nel “forse”) a casa. Di queste due opere sono state fatte due ricostruzioni grazie all’impegno di Factum Foundation di Adam Lowe. Così una copia del quadro Santa Maria dello Spasimo è stata rimessa al suo posto, secondo Vittorio Sgarbi “più vera del vero”, perché questa è stata realizzata su tavola come l’aveva voluta Raffaello. Dobbiamo all’impegno di Maria Antonietta Spataro, storica dell’arte, il ritrovamento e la ricostruzione dell’altare del Gagini che era stato smembrato e ricostruito in altra sede. L’altare, adesso, è nuovamente al suo posto nella chiesa dello Spasimo, con la copia del quadro “più vera del vero”, esposta alla fruizione del pubblico. Dobbiamo sempre ad un progetto di Factum Arte ed alla maestria di Adam Lowe la ricreazione dell’opera del Caravaggio, rimessa nella sua sede originaria all’Oratorio di San Lorenzo.

Il medaglione marmoreo del Marabitti scomparso nel 2000

La stessa fortuna non ha il medaglione in marmo di Ignazio Marabitti, raffigurante Don Carlo di Napoli. Questi era stato un esimio avvocato del Senato palermitano e del Baronaggio Siciliano. Aveva scritto un’opera in difesa degli antichi privilegi feudali: “Concordia tra i diritti baronali e demaniali”. Alla sua morte , nel 1758, il Senato palermitano decreta di far realizzare un monumento all’illustre giureconsulto e dà l’incarico dell’opera ad Ignazio Marabitti. La scultura, un medaglione marmoreo, di grande valore artistico, viene messo nell’atrio del Palazzo Pretorio con l’ottima compagnia, tra le altre, di una scultura raffigurante Padre Mongitore. Dopo qualche anno Saverio Simonetti, nuovo Consultore del Regno, di idee diametralmente opposte a quelle di Don Carlo Di Napoli, infastidito dall’onore tributato al suo avversario, con argomentazioni degne di un avvocato, convince il Re a ordinare al Senato palermitano di togliere quella scultura. Secondo le sue argomentazioni il Senato non si poteva arrogare il diritto di decidere a chi dedicare una scultura, privilegio proprio solo del Monarca. Il Re, solleticato nella sua vanità, dà l’ordine di rimuovere il medaglione marmoreo e il Senato obbedisce. L’opera del Marabitti finisce in un magazzino. Qualche anno dopo, in seguito ad una delle tante rivolte del popolo palermitano, va a farle compagnia una statua del Viceré Fogliani, anch’essa opera del Marabitti. Antonino di Napoli, fratello di Carlo, chiede e ottiene che il medaglione gli venga restituito. Lo pone prima nella Casa ai colli sullo stradone di Mezzomonreale, poi nella Casa di Città ai Quattro Canti. Lì rimane per oltre due secoli, fino a a quando nel settembre del 2000 non viene trafugato. Anche in questo caso probabilmente il furto è su commissione. La denuncia viene fatta subito, ma i mezzi di comunicazione ne vengono a conoscenza con circa due mesi di ritardo. Ritardo che ha contribuisce sicuramente a far passare inosservato il furto di un oggetto di sì grande caratura, favorendone di fatto la ricettazione. Di questa opera, purtroppo, come già accennato, non è stata fatta e riposta alcuna copia. In quanto palermitani siamo grati e felici dei risultati ottenuti nei primi due casi, ma non possiamo non pensare al fatto che questa città cannibale, in un modo o in un altro, nel corso dei secoli ha divorato varie opere d’arte che le appartenevano, frutto del genio umano, incomparabili ed impossibili da riavere indietro. Quanti visitatori avrebbero attirato in Sicilia i quadri di Raffaello, di Caravaggio e tutte le altre opere che ci siamo persi nel corso della storia? Le moschee distrutte su ordine papale, i monasteri rasi al suolo per costruire il Teatro Massimo, il Centro storico sventrato con il Piano Giarrusso e così via.

Foto di prima pagina tratta da Vanilla Magazine

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