Colonialismo all’olio d’oliva: 30 mila quintali di olive pugliesi trasferite con gli autotreni nei frantoi di Umbria, Toscana e Liguria

13 novembre 2021
  • La denuncia arriva dalla Cia pugliese: “Olive e olio made in Puglia venduti e utilizzati altrove per dare sostanza e qualità alle produzioni di altre Regioni”
  • A farne le spese, ovviamente, sono gli agricoltori pugliesi
  • Il Nord Italia ringrazia. Complimenti ‘vivissimi’ alla lasse dirigente pugliese

La denuncia arriva dalla Cia pugliese: “Olive e olio made in Puglia venduti e utilizzati altrove per dare sostanza e qualità alle produzioni di altre Regioni”

Che tristezza vedere l’olivicoltura pugliese in crisi che cede le proprie olive ai frantoi del Nord Italia e, in particolare, di Liguria, Toscana e Umbria. La denuncia arriva dalla Confederazione italiana degli agricoltori (Cia) della Puglia: “Si sta  riproponendo in modo drammatico un fenomeno che mortifica l’olivicoltura pugliese: olive e olio made in Puglia venduti e utilizzati altrove per dare sostanza e qualità alle produzioni di altre regioni”. Questa storia l’abbiamo letta su agricoltura.it. Un articolo che, lo ribadiamo, ha provocato in noi tanta tristezza. Non si può vedere la prima Regione italiana per la produzione di olive e di olio d’oliva ridotta in questo stato. Incredibile. L’annata olivicola, in Puglia, a giudicare da quello che leggiamo sui giornali, non è semplice. La produzione non manca, ma il prezzo delle olive è basso e se in Sicilia, negli ultimi venti giorni e forse più ci sono stati grandi provocati dalle piogge persistenti (leggere impossibilità di raccogliere le olive), in Puglia le olive le hanno raccolte ma scontano altri problemi, dalla difficoltà nel reperire la manodopera ai continui furti di olive. E la vendita delle stesse olive pugliesi ai frantoi del Nord Italia.

 

A farne le spese, ovviamente, sono gli agricoltori pugliesi

Il giornale agricoltura.it ha intervistato Giuseppe Creanza, direttore Cia Levante (Bari e BAT): “In molti casi – dice Creanza – si tratta degli stessi frantoi pugliesi che acquistano dal produttore locale olive a 40 euro al quintale, per rivenderle ai frantoi del Centro-Nord a 90 euro al quintale. In altri casi c’è il grave fenomeno dei furti di prodotto, frequenti nelle aree di Bari, BAT e nel Foggiano: in quel caso, presumiamo che le olive che partono non siano neppure tracciate. Controlli ci sono, ma non sembrano essere sufficienti”. Da quello che si capisce, non c’è una grande organizzazione nel mondo dell’olivicoltura pugliese. Quest’anno i prezzi delle olive sono bassi: da 35 a 40 euro al quintale. Il problema è che per far guadagnare gli agricoltori che le producono il prezzo dovrebbe arrivare almeno a 5 euro al quintale, quanto meno per riprendere le spese sostenute. Il prezzo per remunerare gli olivicoltori pugliesi, soprattutto con l’aumento dei costi di produzione (fertilizzanti ed energia), dovrebbe attestarsi intorno a 60 euro al quintale: ma come già accennato siamo ben al di sotto di questa cifra.  “Chi ha necessità di vendere al più presto – dice sempre Creanza ad agricoltura.it – e si tratta della stragrande maggioranza degli olivicoltori che hanno la necessità di recuperare almeno in parte gli ingenti costi sostenuti, è costretto a cedere il prodotto a 35-40 euro al quintale, mentre il primo olio prodotto ha una quotazione che oscilla fra i 3,80 euro e i 4 euro al litro”. Un mezzo disastro.

Il Nord Italia ringrazia. Complimenti ‘vivissimi’ alla classe dirigente pugliese

Ma in Puglia gli olivicoltori sono in crisi, non è così per i frantoi del Nord Italia, che stanno facendo incetta di olive pugliesi. Su agricoltura.it si legge che almeno mille quintali al giorno di olive pugliesi prendono la via dei frantoi umbri, toscani e liguri. Insomma, se un tempo i ‘Treni del sole’ partivano dal Sud verso il Nord, oggi, oltre all’emigrazione dei giovani del Sud e della Sicilia, ‘emigrano’ verso il Nord Italia anche le olive pugliesi. Così il cerchio del colonialismo italiano si ‘chiude’ anche per l’olivicoltura. Del resto, le tre Regioni del Mezzogiorno dove si produce il 90% dell’olio extravergine di olive – Puglia, Calabria e Sicilia – da quando esiste la ‘presunta’ unità d’Italia non sono mai riuscite a controllare il mercato dell’olio d’oliva. In un modo o nell’altro i signori del Nord – che messi tutti insieme producono, sì e no, il 10% delle olive italiane controllano il mercato dell’olio d’oliva. Questo grazie anche alla fragilità, se non all’inconsistenza, delle ‘presunte’ classi dirigenti meridionali e siciliane. Così, dalla Puglia, nell’anno di grazia 2021, gli autotreni carichi di olive pugliesi allietano i frantoi di Umbria, Toscana e Liguria. “Un fenomeno – spiega ancora Creanza – che è più diffuso ad inizio campagna olearia, diciamo dalla metà di Ottobre alla metà di Novembre”. Fatto il conto, almeno 30 mila quintali di olive, leggiamo sempre su agricoltura.it, “lasciano la Puglia, per essere trasformate in olio venduto in altre regioni”. Aggiunge Carrabba, presidente della Cia Puglia, intervistato sempre da agricoltura.it: “Non biasimiamo i produttori, nella maggior parte dei casi si trovano a non avere alternative. E’ chiaro tuttavia come distorte e imposte dinamiche di mercato sottraggano alla Puglia, vale a dire alla prima regione italiana per produzione olivicola, tutto il valore aggiunto di un prodotto che è parte integrante della nostra identità sociale, storica e culturale, oltre a essere traino e motore economico e occupazionale”. Una curiosità e una domanda. La curiosità: con che marchio verrà venduto l’olio extravergine d’oliva prodotto con le olive pugliesi molite nei frantoio del Nord Italia? La domanda: la politica reginale della Puglia che dice di questa storia?

Foto tratta da GeosNews

 

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