L’equivoco di Garibaldi e dei Mille: i Siciliani pensavano di essere stati liberati, invece vennero venduti ai piemontesi!/ Storia della Sicilia del professore Costa 42

6 settembre 2021
  • Il contesto internazionale consegna la Sicilia al Piemonte
  • La propaganda unitaria in Sicilia della “Società Nazionale”
  • La Rivolta della Gancia, l’ennesima contro i Borbone e il successivo sbarco a Marsala di Garibaldi
  • Con il proclama di Salemi viene ricostituito uno Stato di Sicilia, ma è un “fantoccio”
  • Incertezze iniziali sulla sorte della Sicilia
  • L’atto di nascita della mafia
  • Con il Decreto di Alcamo si richiamano in vigore i provvedimenti dello Stato di Sicilia indipendente
  • La conquista di Palermo e il collasso del governo borbonico
  • Egemonia dei “Regionisti” tra i Siciliani
  • Costituito il Governo dello Stato di Sicilia
  • I regionisti chiedono e ottengono l’espulsione di La Farina, il “fusionista”
  • La battaglia di Milazzo e la risalita del Sud
  • Lasciando la Sicilia, Garibaldi affida il Governo al pro-dittatore Depretis
  • Lasciando la Sicilia, Garibaldi affida il Governo al pro-dittatore Depretis

di Massimo Costa

Il contesto internazionale consegna la Sicilia al Piemonte

I tempi per un’annessione della Sicilia all’Italia settentrionale erano maturi sul piano internazionale. Il Piemonte trattava con la Francia la formazione di un Regno del Nord (dando Nizza e Savoia in cambio dell’annessione di Emilia-Romagna e Toscana). Per il Centro sembrava insormontabile la difesa dello Stato della Chiesa da parte della Francia di Napoleone III. Per il Sud si pensava di rimettere un napoleonide a Napoli, lasciando magari la Sicilia nella zona d’influenza inglese. Dai carteggi privati del Cavour si apprende che stava negoziando, in alternativa proprio con la Francia, la possibilità di annettere il Napoletano (e l’Umbria e Marche come “raccordo” territoriale), lasciando il solo Lazio al Papa, e dando in compenso a Napoleone l’Elba e la stessa Sardegna, che sarebbero state sacrificate esattamente come si era fatto con Nizza e Savoia. Da questo carteggio emerge che di togliere la Sicilia dall’influenza britannica non se ne parlava nemmeno, pensando di mettere sul suo trono proprio quel Leopoldo di Borbone (che però non aveva eredi) che tante speranze in Sicilia aveva suscitato negli anni ’30. Questo fa comprendere bene che la politica del Cavour fosse ancora quella dinastica del “carciofo”, indifferente alla “Questione italiana”, vista come mezzo e non come fine dell’espansione territoriale dello stato sabaudo.

La propaganda unitaria in Sicilia della “Società Nazionale”

Ma questi disegni avrebbero creato comunque un’Italia sotto egemonia francese, e confinato l’influenza della maggiore potenza, l’Inghilterra, alla piccola Sicilia, peraltro con un regno al momento senza re, per l’impossibilità di riproporre gli odiati borboni alla Sicilia. L’Inghilterra decise che, una volta usciti di scena gli Austriaci, che si accontentavano di mantenere il Triveneto, era il momento di creare un unico stato italiano, molto più sensibile alla propria influenza che a quella francese. E pertanto abbandonarono definitivamente la causa siciliana. Gli stessi nazionalisti siciliani erano scoraggiati dopo tanti insuccessi. La propaganda nordista, mazziniana o moderata, spingeva verso una soluzione unitaria. La maggior parte, tuttavia, propendeva per una qualche forma di autonomismo, che avrebbe salvato almeno qualcosa del vecchio Regno di Sicilia.

La Rivolta della Gancia, l’ennesima contro i Borbone e il successivo sbarco a Marsala di Garibaldi

Nell’aprile del 1860 a Palermo scoppia l’ennesima rivolta antiborbonica. Difficile dire se fosse “unitaria”, come più tardi si sarebbe scritto, o più semplicemente l’ennesimo tentativo dei Siciliani di scrollare il dominio dei Napoletani. Soffocata a Palermo, la rivolta dilaga endemica nel resto dell’Isola. In questo contesto caotico si inserisce la “Spedizione dei Mille” guidata dalla milizia di Giuseppe Garibaldi, un comandante di volontari della sinistra liberale che si era distinto in varie operazioni, soprattutto nella I Guerra d’Indipendenza e nella difesa della Repubblica Romana del 1848. In teoria i miliziani di Garibaldi (un migliaio circa di giovani del Nord e pochissimi siciliani) stavano compiendo un colpo di mano fuori dalla legalità, impadronendosi di due vapori a Quarto (in Liguria), assaltando una fortezza sabauda a Orbetello, per far rifornimento di armi e munizioni, sbarcando infine a Marsala. Nella realtà l’operazione era interamente coperta dal governo piemontese e soprattutto da quello inglese, che protesse lo sbarco dei Mille a Marsala, l’11 maggio 1860. Il resto lo fecero la corruzione di funzionari e militari del Regno delle Due Sicilie, pagati per fare una resistenza puramente simbolica di fronte al “liberatore”. In questa operazione ebbe un ruolo determinante la massoneria, che anch’essa spingeva per creare il nuovo stato unitario italiano. Solo questa ampia rete di protezione internazionale consentì che una banda di pochi uomini potesse fare crollare uno stato sovrano con poco più che una passeggiata simbolica.

Con il proclama di Salemi viene ricostituito uno Stato di Sicilia, ma è un “fantoccio”

Garibaldi, a Salemi, si proclama “Dittatore della Sicilia” in nome di “Vittorio Emanuele II”. Stranissimo titolo, questo. In teoria proclamava usurpatori i Borboni, e per farlo si riallacciava all’unica legalità possibile in Sicilia, quella dello Stato di Sicilia (indipendente) che formalmente si riportava in vita in modo transitorio, con l’unico scopo però di favorire l’annessione al Piemonte. Dall’altro si presentava a nome di quello che a tutti gli effetti ancora era un re straniero. Nulla disse, né poteva dire, l’unico rappresentante in quel momento della legalità costituzionale siciliana, il vecchio e malandato Ruggiero Settimo, “ospite” a Malta degli stessi Inglesi che stavano organizzando la spedizione. Per coprire questo strappo evidente, proprio a Ruggiero Settimo sarebbe stata offerta la Presidenza del primo Senato del Regno. Egli non abbandonò però il suo esilio, e poco dopo vi morì, non si sa se di vecchiaia o di crepacuore, per essere poi traslato a San Domenico, a Palermo, nel Pantheon dei Siciliani illustri. Con lui fisicamente sembrava morire lo stesso concetto di Regno di Sicilia.

Incertezze iniziali sulla sorte della Sicilia

In verità sulle prime non si sapeva bene come sarebbero andate a finire le cose. Bisognava vincere più che altro le resistenze francesi, vista l’assoluta inconsistenza dello Stato borbonico, privo ormai del supporto austriaco. Sarebbe potuta anche andare che la Sicilia restava un Regno confederato all’Italia centro-settentrionale (allora ancora amorfa somma del Regno di Sardegna e del “re eletto” nelle regioni dell’Italia centro- settentrionale) o una regione autonoma con proprio parlamento, come aveva promesso Vittorio Emanuele all’esule D’Ondes Reggio poco tempo prima. Non si comprendeva la sorte del Regno di Napoli propriamente detto, che cercava affannosamente di salvarsi sul piano della diplomazia internazionale, ma ormai in condizioni di pieno isolamento.

L’atto di nascita della mafia

Per irrobustire la propria armata Garibaldi aveva ricevuto l’aiuto di bande, tra cui certamente molti criminali, a lui presentate dal La Masa già il giorno dopo lo sbarco: i famigerati “Picciotti Garibaldini”, dalle cui fila poi sarebbero in gran parte nate le cosche mafiose propriamente dette, la prima delle piaghe postunitarie della Sicilia. Con l’aiuto di queste, in una battaglia-farsa, a Calatafimi, l’esercito borbonico è messo in fuga. Inutile sarebbe stato poi il tentativo della Dittatura di disfarsi di queste squadre improvvisate, e di sostituirle con un esercito di leva, da sempre avversato dai Siciliani.

Con il Decreto di Alcamo si richiamano in vigore i provvedimenti dello Stato di Sicilia indipendente

Ad Alcamo si tenta di dare un barlume di legalità al nuovo governo: Francesco Crispi è nominato “Segretario di Stato” (di quale Stato? Della Sicilia naturalmente, ancora per una volta riconosciuta, ora anche internazionalmente, come stato sovrano) e sono richiamati in vigore le leggi e i provvedimenti del Governo Rivoluzionario del 1848/49 (“rivoluzionario” in senso molto relativo, essendo in fondo l’unico governo legittimo), dichiarando la decadenza di tutto ciò che dopo era stato deliberato dall’“usurpatore borbonico”. In questo modo Garibaldi si riallacciava esplicitamente alla legalità anteriore al 1816, l’unica possibile, per fare accettare il proprio governo ai Siciliani. Seguono provvedimenti conseguenti. Le 7 intendenze borboniche sono sciolte, sostituite nuovamente dai 24 distretti del Regno di Sicilia, nei quali nomina un Governatore. C’è chi crede che sia tornato il ’48, ma gli atti pubblici già sono intestati a “Vittorio Emanuele Re d’Italia”, quando l’Italia in quel momento ancora non esisteva. Tornano le libertà civiche e la libertà di stampa. Si formano i partiti. Sono rimessi al loro posto i funzionari deposti nel 1849 e ricostituiti i consigli civici con le stesse persone di allora, integrati da componenti popolari per cooptazione quando necessario. Così, anche per guadagnare popolarità, furono abolite tutte le imposte decretate dopo il 15 maggio del 1849, tra cui quella più odiata, sul macinato.

La conquista di Palermo e il collasso del governo borbonico

Più difficile fu la conquista di Palermo, che costa tre giorni di barricate, con l’apporto decisivo dei Palermitani che, in quelle barricate, pensavano soprattutto di liberarsi finalmente dalla birraglia borbonica e dai suoi soprusi. Molti Siciliani, tra il popolo minuto, non comprendevano neanche bene cosa fosse questa Italia, di cui si andava parlando. Non ne conoscevano proprio il concetto, ignoravano di poter essere altro che “Siciliani”; per molti addirittura “Italia” era il nome della regina, la presunta moglie di questo Vittorio Emanuele II nel cui nome veniva Garibaldi. Per che cosa stavano realmente lottando lo avrebbero scoperto “a poco a poco”, negli anni seguenti, quando la Sicilia diventò a tutti gli effetti una parte dello Stato italiano. Dopo la conquista di Palermo l’amministrazione borbonica in Sicilia collassa dappertutto definitivamente. I contadini, vedendo in Garibaldi un democratico, pensano sia giunta l’ora della distribuzione delle terre.

Egemonia dei “Regionisti” tra i Siciliani

Tra i vari partiti che si formano prevalgono, a destra, come a sinistra, i “regionisti”, popolari tanto tra i moderati che avevano fatto la rivoluzione del ’48, quanto tra la destra clericale, quanto tra i repubblicani e radicali. Cavour manda subito agenti per infiltrare il nuovo effimero Stato e fomentare il partito “fusionista”, che invece era per un’annessione pura e semplice al Piemonte (tra questi il La Farina). Ma questo partito resta assai minoritario. Le proteste dell’economista Francesco Ferrara, ricevono una risposta sdegnosa e indiretta di Cavour, che considera i Siciliani quasi dei “traditori”, che invece di essere fieri di unirsi alla grande famiglia italiana (della quale in verità non avevano mai fatto parte), parlavano di parlamenti separati, mettevano paletti, accampavano antichi diritti. Gli Italiani non potevano capire secoli di cultura politica propria dei Siciliani. Stava per nascere subito un terribile malinteso tra Sicilia e Italia.

Costituito il Governo dello Stato di Sicilia

Garibaldi aveva sin allora fatto un po’ il Capo di Stato in Sicilia, e dopo la presa di Palermo costituisce un vero Ministero, con otto dicasteri (Guerra e Marina, Interno, Lavori pubblici, Finanze, Giustizia, Istruzione pubblica e culto, Affari esteri e commercio, Sicurezza pubblica) e pretendendo anche di presiedere ai festeggiamenti di S. Rosalia, nella qualità di Legato Apostolico.

I regionisti chiedono e ottengono l’espulsione di La Farina, il “fusionista”

Sotto l’influsso del messinese La Farina, inviato da Cavour, si abbattno rapidamente tutte le istituzioni siciliane appena ricostituite per omologarle a quelle piemontesi. Viene introdotto lo stemma sabaudo quale emblema dello Stato di Sicilia, pur essendo questo del tutto estraneo alla sua tradizione storica. La “piemontesizzazione” è così rapida che i Siciliani protestano. Garibaldi è costretto ad espellere La Farina dalla Sicilia, per il momento perplesso anche lui sull’annessione immediata al Piemonte, ma per ragioni diverse da quelle degli autonomisti. C’era infatti una sorta di convergenza dei garibaldini e degli autonomisti contro la “fusione immediata” che voleva il Cavour. Garibaldi non si era ancora deciso a consegnare tutto a Vittorio Emanuele, non prima di essere giunto a Roma, ed aver completato così l’unità d’Italia. La tradizione indipendentista, già moderata nel confederalismo del 1848, covava ancora generalizzata nel 1860, ora sotto le vesti di uno spinto autonomismo. L’annessione pura e semplice al Piemonte sembrava invece un salto nel vuoto, di cui giustamente quasi tutti coloro che intendevano di politica diffidavano.

La battaglia di Milazzo e la risalita del Sud

Nel frattempo la battaglia definitiva in cui i residui dell’esercito borbonico furono sconfitti si ebbe nel mese di luglio a Milazzo. Dopo, questo si rinserrò dentro l’imprendibile cittadella messinese. Nel frattempo, cambiato il contesto internazionale, dopo qualche esitazione, si optò per la spallata finale al regime borbonico, con la piena collaborazione del Ministro dell’Interno napoletano Liborio Romano, in combutta anche lì con camorra e massoneria. I tentativi di Francesco II di concedere la Costituzione, di adottare il Tricolore, di dare l’Autonomia ai Siciliani, si rivelarono patetici e fuori tempo massimo; la dinastia spergiura era ormai condannata dalla storia e non era più credibile. Aveva tradito la Sicilia con l’abolizione della Costituzione del 1812, ma aveva anche tradito le costituzioni concesse nel 1820 e nel 1848. E peraltro era ormai del tutto isolata anche a livello internazionale. Garibaldi risale trionfalmente la Calabria e arriva a Napoli comodamente in treno, mentre il Regno va letteralmente in frantumi. Il Piemonte, per saldare anche fisicamente l’Italia, attacca a questo punto lo Stato pontificio, strappando le Marche e l’Umbria, garantendo alla Francia che il “Patrimonio di S. Pietro” (il solo Lazio) non sarebbe stato tolto al Papa, e invade il Regno delle Due Sicilie da nord, occupando l’Abruzzo. Di lì a poco i Borboni in ritirata sarebbero stati annientati al Volturno. Resistettero un po’ soltanto le fortezze di Gaeta e della cittadella di Messina (quest’ultima fino al 1861).

Lasciando la Sicilia, Garibaldi affida il Governo al pro-dittatore Depretis

La vittoria di Milazzo e la prospettiva di risalire le Province Napoletane costringono Garibaldi a delegare i poteri di Capo di Stato in Sicilia: nomina così Agostino Depretis “Pro-dittatore”, sorta di viceré repubblicano, in piena continuità con la medesima tradizione che durava dai primi del 1400, mostrando che l’indipendenza formale del Governo della Dittatura e le “forme esteriori” di Governo sovrano di cui la Sicilia era stata dotata erano puramente apparenti ed esclusivamente funzionali alla successiva annessione.

Fine 42esima puntata/ Continua 

Foto tratta da Commenti Memorabili

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