Palermo e la ‘malavita’: qualche riflessione in caduta libera sul giovane cantante neomelodico oggetto di polemiche/ MATTINALE 498

10 giugno 2021
  • Non è facile capire il ‘sentire’ popolare, specie nel Sud Italia e, in particolare, in una città ‘complicata’ come Palermo
  • Il ‘sentire’ popolare panormita alle elezioni europee del 1989 
  • “I pulitici? Sunnu tutti i stissi: uno chiù ciunnutu i nautru!”
  • Un’esperienza che m’insegnò a capire la differenza che c’è, spesso, tra la realtà vista dagli “intellettuali” e la verità delle cose
  • “Pentito, Buscetta, vatinni a ‘u maxi”
  • “Senti, picciutteddu, se è una cosa dello Stato non può essere una cosa buona. E ora vatinni”.
  • Tra L’eredità della priora e La conquista del Sud

Non è facile capire il ‘sentire’ popolare, specie nel Sud Italia e, in particolare, in una città ‘complicata’ come Palermo

In questi giorni, a Palermo, si è parlato di un giovane cantante neomelodico che avrebbe manifestato vicinanza agli ambienti malavitosi. Su questa vicenda è intervenuto il Questore. Questa storia ci fornisce l’occasione per qualche riflessione sul ‘sentire’ popolare del capoluogo della Sicilia, senza la pretesa di raccontare verità che non conosciamo: solo il tentativo di mettere insieme una serie di ricordi che spaziano dagli anni ’80 del secolo passato fino ai nostri giorni. Un tentativo per cercare di illustrare che non è facile capire il ‘sentire’ popolare, specie nel Sud Italia e, in particolare, in una città ‘complicata’ come Palermo.

Il ‘sentire’ popolare panormita alle elezioni europee del 1989 

Correva l’anno 1989. L’autore di questo articolo lavorava presso il quotidiano L’Ora di Palermo. Ricordiamo di essere stati convocati dal direttore e dal caporedattore. Di lì a qualche giorno si sarebbero celebrate le elezioni europee. “Tu – mi dissero – ti occupi di politica. Da te vogliamo un servizio insolito. Invece di recarti nei ‘Palazzi’ della politica devi andare in giro nei quartieri popolari. Noi siamo convinti che la città sia cambiata. Vai nei mercati storici della città e nei quartieri popolari e chiedi cosa voteranno”. Obiettai: “Non è una domanda un po’ indiscreta? Il voto è un fatto personale”. “Non è così – mi risposero – la città, grazie al sindaco Leoluca Orlando e alla sua Giunta, è cambiata. Noi respiriamo un’aria nuova. Siamo sicuri che farai un bel servizio”. Ne parlai con il mio amico e collega Vittorio. Gli chiesi: “Ti sembra una cosa normale?”. Mi rispose: “Futtutinni. L’Assemblea regionale siciliana è chiusa. Fatti un bel giro e per domani mattina ci stampi 120 righe”.

I pulitici? Sunnu tutti i stissi: uno chiù ciunnutu i nautru!

Così, quella mattina, invece di inventare qualche notizia (a ridosso delle elezioni Palazzo Reale, sede del Parlamento siciliano, è sempre a riposo), me ne andai in giro per la città che, a detta dei miei ‘capi’, era cambiata. In realtà, non ero molto convinto di questa storia. Cominciai con il mercato del Capo. Un fruttivendolo, alla mia domanda, fu molto diretto: “Unn’avemu tempi ‘i perdiri“. Un po’ meglio con un carnezziere: “I pulitici? Sunnu tutti i stissi: uno chiù ciunnutu i nautru!“. Di bene in meglio, insomma. Il pescivendono che affettava un pescespada – pescespada che mi apparve molto ‘andato’ – forse intuendo che avevo capito che il pesce che stava sistemando non era un gran che mi rispose: “Se, e ora ci ‘u vegnu a diri a lei a cu ci rugnu ‘u votu!“. Così ci siamo spostati in via Roma, per entrare nel mercato della Vucciria, che allora la politica non aveva ancora fatto morire. Il pescivendolo fu molto sincero: “Nuatri vutamu Lima“. Lima era Salvo Lima, democristiano andreottiano, europarlamentare uscente della DC e ricandidato. La cosa non mi stupì: alla fine ero sempre un cronista politico e avevo ‘naschiato’ che negli ultimi giorni di campagna elettorale molti grandi elettori democristiani si erano spostati in massa su Lima. Anche al Borgo vecchio non trovai molti adepti della ‘Primavera di Palermo’, così veniva chiamata la Giunta Orlando (o anche ‘Giunta pentacolore in salsa rossa’).

Un’esperienza che m’insegnò a capire la differenza che c’è, spesso, tra la realtà vista dagli “intellettuali” e la verità delle cose

A fatica, dopo una mattina in giro per i quartieri popolari avevo raccolto, sì e no, una ventina di mezze testimonianze più un centinaio di dinieghi (“Ma picchì un ti fai i cazzi tui” era stata in assoluto la risposta più ‘gettonata’). Il pomeriggio ero in redazione. Decisi di scrivere subito l’articolo per levarmi di torno una fastidiosa incombenza. Scrissi tutto quello che mi avevano detto, tutte le risposte, limitando al minimo gli improperi, ma non nascondendoli del tutto: non mi sembrava corretto ignorare lo spirito linguistico popolare. In due ore la mia Olimpia stampò le 120 righe che mi erano state richieste. L’articolo non piacque. “Giulio – mi disse il direttore – il cambiamento che c’è a Palermo non traspare”. “Direttore – risposi – se quello che lei chiama cambiamento non c’è non è che me lo posso inventare? Io scrivo quello che vedo e quello che sento. Non ha idea di quante parolacce mi sono dovuto sorbire”. Questa esperienza m’insegnò a capire la differenza che c’è, spesso, tra la realtà vista dagli “intellettuali” e la verità delle cose. Per me non era una novità. Da bambino ho conosciuto Danilo Dolci e, crescendo, ho letto alcuni dei suoi libri. A mio avviso – insieme a Salvo Licata – è stato tra i pochi a entrare nel cuore della cultura popolare di Palermo.

Pentito, Buscetta, vatinni a ‘u maxi

Nel 1994 dirigevo insieme con un amico e collega un mensile, Assemblea. Era un periodico politico. La redazione era nel Palazzo Reale. Cioè nella sede del Parlamento siciliano. Una mattina io e il mio amico ci recavamo nella redazione che si trovava in una stanza del Palazzo Reale, passando per via porta di Castro. Sulla strada notammo due bambini di cinque-sei anni che giocavano. Uno diceva all’altro: “Pentito, Buscetta, vatinni a ‘u maxi“. Erano parole di offesa. Nella Palermo popolare ‘u maxi era il Maxiprocesso alla mafia che era stato celebrato nella seconda metà degli anni ’80. Sentendo queste parole, con il mio amico e collega ci siamo posti una domanda ovvia: se dei bambini di cinque anni si esprimono così, è evidente che certi ‘insegnamenti’, certi ‘valori’ li hanno appresi in famiglia. Già nel 1994 un Danilo Dolci in grado di scendere negli ‘inferi’ di una città complicata come Palermo non c’era più. Così come non c’è oggi. A Palermo la sociologia è per le classi ‘colte’. Ancora oggi uno iato divide l’anima borghese dall’anima popolare di Palermo. La verità è che la ‘naturalezza’ con la quale certi palermitani lasciano l’immondizia lungo le strade cittadine ci dice che anche il grande Giuseppe Pitrè, alla fine, non è riuscito a scandagliare per intero l’anima popolare della città. Cosa vogliamo dire? Che se ancora oggi certi cantanti melodici inneggiano a una città malandrina, la prima cosa che bisognerebbe fare è chiedersi il perché. Già, perché? Dipende solo da loro? Lo Stato italiano, in Sicilia, è sempre stato irreprensibile? Se penso all’inchiesta sulla strage di via D’Amelio qualche dubbio mi assale. Sono giustificato o sono pure io ‘malandrino’?

“Senti, picciutteddu, se è una cosa dello Stato non può essere una cosa buona. E ora vatinni“.

Ricordo che a diciotto anni lavorai per il censimento di Palermo. Mi appiopparono un quartiere popolare. Dovevo raccogliere i dati anche delle attività economiche. La diffidenza tra le persone che dovevo censire regnava sovrana. “Ma lei chi è sbirro?” e “Viri i caminari” erano le frasi più gentili che raccoglievo. Ma l’apoteosi la toccai quando provai a censire l’attività di un lattoniere intento a verniciare un’automobile. Era un signore alto, di una quarantina di anni. “Scusi se la disturbo – gli dissi – dovrei censire, per conto del Comune, la sua attività economica”. Risposta: “Ma chi sta ricennu? Unn’è ‘st’attività economica? Cerca ‘i caminari“. Risposi, non senza incoscienza: “Scusi, ma lei non sta verniciando un’automobile?”. Risposta: “S’un tinni vai ti virniciu i cuorna! Ca un c’è nienti. Nienti, ‘u capisti? Tu ca un ‘sta viriennu nienti. ‘U capisti?“. Replicai: “Guardi che non c’è un controllo di polizia: è un semplice censimento”. Fino a quel momento non mi aveva nemmeno degnato di uno sguardo completo. Si voltò verso di me, mi squadrò dalla testa ai piedi e mi diede una grande lezione di vita. Abbassò il tono della voce e mi disse: “Senti, picciutteddu, se è una cosa dello Stato non può essere una cosa buona. E ora vatinni“.

Tra L’eredità della priora e La conquista del Sud

Quattro o cinque anni dopo mi trovai a passare da quelle parti. Ero in automobile. Il non-lattoniere era ancora lì. Da qualche anno ero ‘biondino’ al giornale L’Ora. Avevo letto L’eredità della priora e La conquista del Sud di Carlo Alianello. Mi sarebbe piaciuto scendere dall’auto, andargli incontro, abbracciarlo e dirgli: “Sa, aveva ragione: dallo Stato, in Italia, non ci si può aspettare nulla di buono. Questi mettono le bombe e usano la criminalità del Sud e della Sicilia per regolarsi i propri conti e per incasinare e derubare il Sud e la Sicilia. Lei mi ha insegnato tantissimo”. Giuro che stavo per parcheggiare in seconda fila per andare da lui. Poi, però, mi sono fermato. Non perché è sbagliato parcheggiare in seconda fila, ovviamente. Pensai che forse sì, magari avrebbe ricordato il mio maldestro tentativo di censire la sua ‘invisibile’ attività, ma non ci saremmo capiti in tutto il resto. Mi venne in mente una strofa della canzone di Mimmo Cavallo: “… so fratelli a noi, ci vengono a liberà…“. E me ne andai.

Foto tratta da Mapio.net

AVVISO AI NOSTRI LETTORI

Se ti è piaciuto questo articolo e ritieni il sito d'informazione InuoviVespri.it interessante, se vuoi puoi anche sostenerlo con una donazione. I InuoviVespri.it è un sito d'informazione indipendente che risponde soltato ai giornalisti che lo gestiscono. La nostra unica forza sta nei lettori che ci seguono e, possibilmente, che ci sostengono con il loro libero contributo.
-La redazione
Effettua una donazione con paypal


Commenti