La Giustizia Grande Fratello e il diritto penale formato casalingo

La Giustizia Grande Fratello e il diritto penale formato casalingo
5 maggio 2021
  • Siamo proprio sicuri che i programmi televisivi sulla Giustizia, nati magari da fatti di cronaca, aiutino i cittadini a capire che cos’è un processo e che cos’è la stessa Giustizia?
  • I processi televisivi dove vanno in scena concetti errati
  • Troppo spesso il furore televisivo ignora la dialettica processuale e non la presenta ai telespettatori nel modo migliore

Siamo proprio sicuri che i programmi televisivi sulla Giustizia, nati magari da fatti di cronaca, aiutino i cittadini a capire che cos’è un processo e che cos’è la stessa Giustizia?

di Marco Morana

Uno solo è il più grande male della Giustizia italiana: lo show. O talk show, come lo chiamano adesso. Il diritto penale formato casalingo. A fustini, anzi: a fustoni. Ogni giorno, in tv. Lo schema è sempre lo stesso: un programma che incarna connotati quasi eroici del giustiziere della notte. O della mattina: a seconda dell’orario della messa in onda. L’imputata è sempre lei, la giustizia che funziona male perché le pene, in Italia (frasetta che lascia intendere una lunga esperienza di diritto comparato penale del conduttore televisivo) sono troppo basse. Insomma, basta con queste attenuanti. Basta con gli sconti di pena. E fuori dalle palle queste perizie psichiatriche, che poi vien fuori che l’accusato è incapace di intendere e volere, e non si fa nemmeno un giorno di galera. Non è giusto per le vittime e nemmeno per quelli che hanno condotto le indagini. Già, perché per i talk show del populismo penale l’importante è scontare una pena, la più lunga possibile. Solo così si fa giustizia. L’accusato ha, senza ombra di dubbio, le stigmate del colpevole. E più efferato è il delitto di cui è accusato più certa è la sua colpevolezza.

I processi televisivi dove vanno in scena concetti errati

Curiosi processi televisivi dove si enucleano concetti errati. Del tipo: certezza della pena. Intesa come lo scontare per intero la pena che viene comminata. In realtà la “certezza della pena” è un principio cardine del diritto penale e sta ad indicare che per ogni reato la pena va riportata, nei codici, precisa nel suo ammontare. Per ogni reato devono essere indicati gli anni di pena. Non c’entra nulla con l’effettiva espiazione che è sottoposta ad altre leggi, ed altre logiche. Già, perché troppo spesso, in questi siparietti tv, dove il conduttore raramente mastica diritto penale (infatti pontifica assieme ai sui ospiti), ci si dimentica che la funzione della pena non è soltanto afflittiva ma anche rieducativa. E ciò che è scritto nella sentenza non è inciso su pietra da fuoco divino. Poco interesse avrebbe il detenuto a tenere un comportamento corretto senza la speranza di vedersi aprire anzitempo le porte del carcere e, del resto, verrebbe meno l’interesse a farsi partecipe delle attività predisposte dell’amministrazione penitenziaria. Come, peraltro, non si spiega mai, o quasi, la differenza fra le varie fasi del procedimento penale. Può ben capitare che un soggetto reo confesso di omicidio possa andare ai domiciliari o addirittura restare a piede libero, perché non c’è ancora una sentenza definitiva. Non c’è ancora una pena da scontare. Ma ai talk show modello Grande Fratello fa comodo ravvisare in ciò il malfunzionamento della giustizia e un torto per le vittime. Dimenticando che scopo del fare giustizia non è offrire sazio alle vittime, altrimenti sarebbe vendetta, ma la ricerca della verità. Una verità processuale, certo. Ma nel rispetto e nei limiti della procedura. E’ così che funziona in uno Stato di diritto. Ed è anche per questo che, nel corso dei secoli, si è capito che l’imputato deve essere sottratto alle grinfie e agli umori del popolo. Il popolo sceglie sempre la soluzione più feroce.

Troppo spesso il furore televisivo ignora la dialettica processuale e non la presenta ai telespettatori nel modo migliore

Può ben succedere che, nei vari gradi del processo, si ribalti quanto già deciso in una precedente sentenza. Anche questo viene interpretato, non solo da una parte dei media ma da una consistente parte della politica, come il sintomo di una giustizia malata. In realtà è proprio per avere la possibilità di rivedere le precedenti decisioni che esistono 3 gradi di giudizio. Fa parte della normale dialettica processuale. Ma in Italia la giustizia è sempre stata terreno di scontro fra le varie fazioni politiche che, nel corso dei decenni, nel susseguirsi dei governi, hanno messo mano alla modifica dei codici non per per eliminare certe farraginosità e lunghezze, piuttosto per convenienza elettorale. Giustizia che da troppi anni è oggetto di discussioni televisive volte solo ad inseguire ascolti e senza alcun interesse per una seria analisi.

 

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