Con la sentenza di condanna sull’Amia si chiude l’era del Comune di Palermo ‘imprenditore’/ SERALE

Con la sentenza di condanna sull’Amia si chiude l’era del Comune di Palermo ‘imprenditore’/ SERALE
28 aprile 2021
  • Questa sentenza – che condanna il Comune di Palermo a pagare 51 milioni di euro per il fallimento Amia – è un segnale preciso a tutte le società per azioni controllate dalla mano pubblica
  • Insomma, il fallimento non potrà più essere la via di fuga “per appattare la settanta”
  • Finalmente si dovrebbe porre un argine alla gestione ‘allegra’ delle società per azioni controllate da soggetti pubblici 

Questa sentenza – che condanna il Comune di Palermo a pagare 51 milioni di euro per il fallimento Amia – è un segnale preciso a tutte le società per azioni controllate dalla mano pubblica

La ‘mazzata’ è tremenda: il Comune di Palermo dovrà pagare 51 milioni di euro per il fallimento dell’Amia, la società che si occupava della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Società fallita e sostituita dalla Rap. Già, il fallimento Amia. Su questo fallimento c’è stata una causa durata circa otto anni. Che si è conclusa con la condanna del Comune. La notizia la leggiamo su Live Sicilia. Noi commentiamo alcuni aspetti di questa vicenda che sono paradigmatici. I giudici del Tribunale di Palermo, quinta sezione civile, leggiamo su Live Sicilia, “hanno applicato, per la prima volta nel caso di un Comune e di una sua società, l’articolo 2497 del Codice civile che punisce chi esercita un’attività di direzione e coordinamento che porta poi a un fallimento; in pratica, chi sbaglia ne paga le conseguenze. Un principio che solitamente è limitato al mondo delle imprese, ma che i giudici hanno ritenuto di poter far valere pure nel caso Amia: anche se Palazzo delle Aquile (sede del Comune di Palermo ndr) non è un ente pubblico economico, detiene ‘partecipazioni societarie per svolgere una determinata attività con criteri di economicità’, come nel caso di Amia che era a totale capitale pubblico, svolgeva il servizio di raccolta rifiuti in forza di un contratto e subiva il controllo analogo del socio unico”.

Insomma, il fallimento non potrà più essere la via di fuga “per appattare la settanta”

La sentenza è importante perché, con molta probabilità, “farà giurisprudenza”. Dai primi anni del 2000 Regione siciliana e Comuni della nostra Isola (e anche le amministrazioni provinciali quando erano ancora economicamente vitali) hanno dato vita a società per azioni a quasi totale o totale partecipazione pubblica. Fino a quando c’erano i soldi queste società si comportavano da ‘privati’ nel caso di assunzioni a ruota libera e senza concorsi; quando c’era da pagare i ‘buchi’ di bilancio, invece, diventavano ‘pubbliche’ e Regione e Comuni pagavano. Oggi – in realtà già da alcun anni – i soldi sono finiti. Sono vuote le ‘casse’ della Regione e sono vuote le ‘casse’ dei Comuni (che per andare avanti si indebitano con le banche). Non potendo più tappare i ‘buchi’ di bilancio di Regione e Comuni, la politica ha trovato due soluzioni. Prima soluzione: ‘spremere’ al massimo le società per poi farle fallire. Seconda soluzione: il personale viene stabilizzato con leggi regionali per salvare l’aspetto clientelare. Entrambe le soluzioni presentano rischi: il fallimento può finire male: è il caso del Comune di Palermo che ha già problemi finanziari gravi e che adesso si ritrova sul ‘groppone’ altri 51 milioni di euro da pagare; la stabilizzazione dei precari può essere impugnata da Roma, anche se ormai l’impugnativa disposta direttamente dal Governo nazionale, dopo la sostanziale eliminazione dell’Ufficio del Commissario dello Stato per la Sicilia (papocchio targato centrosinistra), è più ‘politica’ che giuridica.

Finalmente si dovrebbe porre un argine alla gestione ‘allegra’ delle società per azioni controllate da soggetti pubblici 

Perché questa sentenza è importante? Perché se verrà applicata in tutte le questioni che riguardano società partecipate da Regione e Comuni, ebbene, assisteremo a una rivoluzione. In altre parole, la politica non potrà più ‘giocare’ con le società ora pubbliche-ora private a seconda della convenienza. Dovendo mettere mano al portafoglio, in un momento di ristrettezze economiche, i politici ci penseranno cento volte prima di intraprendere certe ‘avventure’ con il denaro pubblico, là dove lo stesso denaro pubblico potrebbe andare a pesare sugli equilibri, già problematici, di bilancio. Per non parlare di eventuali interventi della Corte dei Conti.

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