Nel mare al lago delle Egadi un parco eolico che risulterebbe tra i più estesi d’Europa con un impatto violentissimo sull’ambiente

Nel mare al lago delle Egadi un parco eolico che risulterebbe tra i più estesi d’Europa con un impatto violentissimo sull’ambiente
9 aprile 2021
  • E’ proprio vero il detto che “la storia si ripete” o forse sarebbe meglio dire che “è sempre la stessa la storia”? L’aumento dei consumi energetici con lo spostamento verso l’eolico
  • La crescita illimitata, mantra che ha condizionato la nostra vita 
  • I campi eolici marini occupano oggi nella Ue e nel Regno Unito 5 mila km2 di mare. Al lago delle isole Egadi si vorrebbe realizzare un campo eolico di 1,8 km2 di mare, poco meno della metà di tutto il mare occupato dai campi eolici in Europa!  
  • Le domande
  • L’impatto di un parco eolico offshore potrebbe essere diretto occupando spazi alla pesca o indiretto, modificando la distribuzione spaziale e l’abbondanza delle specie pescate a fini commerciali e di altre specie marine

di Giovanni Basciano

E’ proprio vero il detto che “la storia si ripete” o forse sarebbe meglio dire che “è sempre la stessa la storia”? L’aumento dei consumi energetici con lo spostamento verso l’eolico

In queste settimane si è sviluppato un dibattito sul tema delle produzioni eoliche offshore provocato dalla richiesta di concessione di una azienda di una area di mare tra la Sicilia e la Tunisia grande 18 milioni di metri quadrati (pressoché quanto tutta l’intera provincia di Trapani) per ospitare 190 torri alte ben 275 m. Così come i consumi di petrolio sono stati nel XX secolo in continuo e vorticoso aumento sino ad arrivare ai massimi attuali di 100 milioni di barili giorno, oggi stiamo quindi per assistere in Italia ed in Europa ad una eguale accelerazione verso le produzioni eoliche off-shore. L’UE infatti punta a raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, tale obiettivo fa parte del Green Deal europeo e così l’Europa cerca di rispettare gli impegni per il clima che sono stati assunti nel quadro dell’accordo di Parigi. E, sempre secondo la Commissione europea, nel 2050 l’energia elettrica rappresenterà almeno il 50 % del mix energetico totale e il 30 % della futura domanda di energia elettrica sarà coperto dall’eolico offshore. Quindi per il futuro si programma non il risparmio energetico ma l’aumento dei consumi energetici (elettrici in particolar modo) e il loro spostamento verso la produzione eolica. Quest’ultima affermazione sicuramente raccoglie il favore di tutti noi, ma non basta a mio avviso a delineare un “futuro green” che non può essere determinato soltanto dalle forme di produzione energetica ma anche dalla dimensione del loro consumo, dalle forme della loro distribuzione, dall’impatto di questa distribuzione e delle apparecchiature che questa energia consumeranno o conserveranno. Quindi gli orientamenti comunitari verso il Green Deal sono la motivazione alla base di una così rapida accelerazione nel nostro Paese di richieste di concessioni di importanti spazi di mare da dedicare a tale produzione.

La crescita illimitata, mantra che ha condizionato la nostra vita 

Che la situazione del clima sia grave è evidente, molti di noi lo dicono da tempo indicandolo anche come possibile causa della rarefazione delle risorse biologiche in mare. Però è evidente il fatto che in questi decenni gli allarmi lanciati da tanti settori non hanno sortito effetti concreti, se non prese di posizione formali prive di reali effetti, il che mi induce a dire che dovremmo riflettere a fondo sulle motivazioni di questa vorticosa accelerazione verso obiettivi così impegnativi da raggiungere in pochi decenni, dopo che per un secolo non sono state effettuate scelte per un contenimento dei consumi energetici, ma anzi sono stati favoriti in ogni modo. Per decenni non si è cercato minimamente di ricercare cambiamenti nei comportamenti che conducessero ad un minor uso di combustibili fossili (per esempio, riduzione dell’uso dei mezzi privati attraverso un rafforzamento di quello pubblico, produzioni energetiche solari o eoliche domestiche che annullassero il consumo al contatore, e quindi la dimensione delle centrali, ecc ). Oggi, comunque, una presa di coscienza tardiva degli effetti del cambiamento climatico causato dalle dissennate politiche energetiche dello scorso secolo, assieme alla selvaggia e continua deforestazione di interi Paesi (vedi Brasile per es.), è sicuramente benvenuta, ma non deve certo essere rivolta a cambiare solamente il modello di produzione dell’energia, quanto a cambiare il modello di sviluppo che quelle esigenze energetiche crea. Intendo dire che se resta inalterato il presupposto che la crescita deve essere in costante aumento, mantra che ha condizionato la nostra vita, l’energia eolica (per definizione illimitata) da a chi ha fino ad oggi prodotto l’utile e l’inutile, inquinando terra, acqua ed aria, la certezza di poter continuare ad aumentare le produzioni, i relativi consumi, ecc. Tutto questo continuerà ad avere pesantissime conseguenze sull’ambiente e non diminuirà gli effetti dello sviluppo, li cambierà semplicemente.

I campi eolici marini occupano oggi nella Ue e nel Regno Unito 5 mila km2 di mare. Al lago delle isole Egadi si vorrebbe realizzare un campo eolico di 1,8 km2 di mare, poco meno della metà di tutto il mare occupato dai campi eolici in Europa!  

La corsa ai consumi di petrolio ha comportato che enormi aree siciliane, ma anche di tantissime regioni di Paesi sviluppati e ancora di più in via di sviluppo, siano state definitivamente violentate (vedi Priolo e Gela in Sicilia) neutralizzando le economie locali (tipicamente agricoltura, pesca e turismo) e mettendo in forte rischio la salute degli abitanti. Vogliamo che succeda la stessa cosa con l’eolico? Attualmente nelle acque dell’UE e del Regno Unito sono operativi 110 parchi eolici offshore per un totale di oltre 5 000 turbine eoliche e con una produzione di energia elettrica pari a 22 GW per una superficie totale di circa 5 000 km2. Il 70 % di tutta la capacità eolica offshore in Europa è concentrata nel Mare del Nord, la quota maggiore appartiene al Regno Unito (44 %) seguito da Germania (34 %), Danimarca (7 %), Belgio (6,4 %) e Paesi Bassi (6 %). A quanto pare l’Italia vorrebbe nel breve periodo mettersi alla testa di questo processo quanto a superfici impegnate, infatti la sola richiesta cui ho accennato relativa allo Stretto di Sicilia è di 1.800 km2, da sola poco meno della metà dell’esistente in Europa. Ma perché tanta rapidità nella riscoperta di una nuova sensibilità per l’ambiente e il clima? I capitalisti sono diventati tutti improvvisamente attenti al clima ed al futuro delle classi lavoratrici? Personalmente mi risulta difficile crederlo, anche se mi dispiace vedere e ascoltare illustri esperti magari – con una lunga storia nella estrema sinistra – plaudire a tanta rapidità, altrettanto mi dispiace per i tanti dirigenti di associazioni ambientaliste, dai quali mi sarei aspettato posizioni più caute e rispettose del principio di precauzione nei confronti dei potenziali impatti ambientali dell’offshore, o infine esponenti locali del PD assumere posizioni a favore di un progetto di questa dimensione, senza nessuna attenzione agli effetti socioeconomici ed alle ricadute occupazionali del territorio.

Le domande

Detto ciò alcune domande ritengo siano legittime:
1) ma davvero l’avvenire passa attraverso un aumento dei consumi elettrici?
2) l’eolico off-shore è l’unica fonte di energia rinnovabile?
3) quali sono gli effetti immediati e a medio termini sull’ambiente e l’impatto sulla vita degli organismi marini tutti di un parco eolico?
4) il rumore infrasonoro potrebbe far allontanare i pesci dai parchi eolici offshore? I campi elettromagnetici e il rumore sottomarino potrebbero avere potenziali impatti negativi sulla vita marina?
5) gli impatti dei campi elettromagnetici potrebbero modificare il comportamento delle specie elettrosensibili e delle specie sensibili ai campi magnetici?
6) quali informazioni abbiamo sugli effetti che saranno prodotti sull’ecosistema marino non solo per l’istallazione e il funzionamento ma anche per il loro successivo smantellamento; cosa sappiamo della riciclabilità dei loro componenti, ad esempio delle pale? una cosa è certa ed è scritta in molte relazioni anche della Comunità Europea: sono ancora tante le lacune nelle conoscenze attuali e non sono stati adeguatamente studiati e descritti gli effetti a breve e medio termine di questi parchi dalle dimensioni gigantesche;
7) quali sono gli effetti economici e socioculturali e l’impatto sulle attività di pesca?
A questa domanda sono però in grado di dare qualche risposta per la mia ultratrentennale attività di rappresentanza del settore. Circa l’80 % delle imprese di pesca sono piccole imprese di pesca artigianale, per lo più a conduzione familiare, si tratta degli operatori del mare più antichi, che da sempre ci forniscono cibo sano e sostenibile. L’impatto sulla pesca implica un impatto sulle loro attività e sulle loro famiglie nonché sulle comunità costiere. La pesca incide in misura relativamente modesta sul PIL, ma è della massima importanza per le comunità costiere: ogni pescatore in mare crea circa cinque posti di lavoro sulla terraferma, nella logistica, nella trasformazione, nel commercio del pesce, nei servizi e nella manutenzione.

L’impatto di un parco eolico offshore potrebbe essere diretto occupando spazi alla pesca o indiretto, modificando la distribuzione spaziale e l’abbondanza delle specie pescate a fini commerciali e di altre specie marine

L’attività di pesca prevede la possibilità di scegliere a seconda della stagione, delle condizioni meteo, dove e con che specie target operare, non si possono avere zone di pesca fisse. La pesca richiede spazio. La pianificazione dello spazio marittimo deve svolgere un ruolo chiave. La concessioni di aree tanto estese di mare da parte dello Stato non può non rientrare in un Piano generale che comprenda e rispetti tutte le esigenze legittime. La pesca ha già dovuto far fronte a diverse riduzioni spaziali come l’aumento delle rotte marittime, le zone militari, il prelievo di petrolio e gas e il loro trasporto, le aree marine protette e, di recente, il numero crescente di parchi eolici offshore. La pesca è ingessata da un rigido sistema normativo comunitario, norme come la politica comune della pesca (PCP), la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino (MSFD), le misure Natura 2000 e le norme dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO). I cosiddetti studi che accompagnano le richieste di concessione non contengono valutazioni in merito agli effetti economici e socioculturali delle energie rinnovabili offshore sulla pesca e sulle comunità costiere. Pertanto sono, a mio avviso, necessarie ricerche per valutare i possibili impatti negativi sull’ambiente marino e sulla pesca da parte dei parchi eolici offshore. Questi parchi eolici dovrebbero essere costruiti solo se è possibile escludere impatti ambientali ed ecologici, nonché economici e socioculturali negativi. Al fine di assicurare parità di condizioni per il settore della pesca, deve essere garantita una tempestiva e attiva piena partecipazione delle organizzazioni di pesca, con una voce decisiva nella fase di pianificazione e progettazione dei parchi eolici offshore. In conclusione, ritengo di poter affermare che l’occasione di discutere e, da parte mia, bocciare i mega progetti eolici offshore, deve anche rappresentare una opportunità per una discussione più ampia sullo sviluppo delle produzioni e dei consumi, quindi del modo di vivere e di consumare. La politica non può essere la gestione delle esigenze presenti avulsa da una visione di futuro. Quindi discussione ampia non semplici prese di posizione a favore di un progetto di una singola impresa. Mi piace concludere questa mia con una frase di Alexander Langer: “Sviluppo sostenibile, pietra filosofale o nuova formula mistificatrice?”.

Foto tratta da Televallo

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