Il Ponte sullo Stretto di Messina? Meglio evitare, ricorda la chimica ‘pesante’ che ha inquinato Milazzo, Augusta, Priolo, Melilli e Gela

Il Ponte sullo Stretto di Messina? Meglio evitare, ricorda la chimica ‘pesante’ che ha inquinato Milazzo, Augusta, Priolo, Melilli e Gela
5 aprile 2021
  • L’insularità è un valore che la Sicilia deve difendere ad ogni costo
  • La nostra Isola ha una vocazione culturale e turistica e non ha bisogno del Ponte
  • Le isole Bahamas cambierebbero il proprio modello di vita e di sviluppo? E perché i siciliani dovrebbero disfarsi di un’idea di cultura per abbracciare, con il Ponte, un modello  mercatista?  

da Erasmo Vecchio
leader di Identità Siciliana
riceviamo e pubblichiamo 

L’insularità è un valore che la Sicilia deve difendere ad ogni costo

Nel periodo d’oro della democrazia ateniese, l’età di Pericle (495-429 a.C.), nacque il movimento culturale della sofistica. I sofisti, infatti, misero al centro della loro speculazione il mondo dell’uomo, escludendo invece il mondo della natura. Essi pensavano che le cose in sé stesse non sono né vere né false, né buone né malvagie, né giuste né ingiuste, ma solo utili. E in questo consisteva il loro relativismo culturale. Tra le ultime esternazioni sul tema del Ponte alcune le ritengo addirittura grottesche. Tra queste: “senza il Ponte per la Sicilia non ci sarebbe sviluppo”, “senza il ponte la Sicilia diventerebbe una casa di riposo per anziani”, “senza il Ponte la Sicilia resterà per sempre isolata” eccetera. Per secoli siamo stati abituati a vivere l’insularità come un “disvalore”. Io credo, invece, che l’insularità per la Sicilia è un valore da difendere ad ogni costo. Un valore aggiunto fondamentale per affermare un proprio modello di sviluppo autocentrato e sostenibile e che la Sicilia ha il dovere di salvaguardare le proprie risorse per meglio fruirle e consegnarle intatte alle future generazioni. La domanda da porci, pertanto, è se il nostro modello di sviluppo è compatibile con il ponte sullo stretto di Messina, lungo tre chilometri e mezzo, sostenuto da 500mila tonnellate di acciaio, largo 70 metri, lanciato come una “lama” sopra uno dei mari più belli del mondo ed arrangiato con cavi di oltre un metro di diametro agganciati a torri alte circa 500 metri infisse nel terreno fino a 70 metri di profondità.

La nostra Isola ha una vocazione culturale e turistica e non ha bisogno del Ponte

La Sicilia deve affermare un modello di sviluppo endogeno incentrato su una politica di accoglienza ed una crescita coesa e condivisa tra aree costiere ed aree rurali. Tale obiettivo può essere conseguito solo con la volontà della classe politica siciliana che ha il dovere di promuovere la progettazione di un label turistico territoriale coerente con la nostra vocazione. Negli anni Cinquanta i siciliani hanno pagato sulla propria pelle la “moderna” industrializzazione allorquando fu deciso di allocare in Sicilia le famigerate industrie per la raffinazione del petrolio, chimiche e petrolchimiche. L’idea scriteriata di quegli anni fu quella di creare in Sicilia grandi poli industriali capaci di favorirne il decollo economico. In quel tempo i territori di Milazzo, Augusta, Priolo, Melilli e Gela erano splendide coste ricche di agrumeti, mandorleti, sabbia e mare ma questo straordinario territorio venne sacrificato irrimediabilmente in ragione di uno sviluppo che cambiò irrimediabilmente la sua fisionomia. La Sicilia è conosciuta, infatti, come l’isola più bella d’Europa ricca di cultura, tradizione e storia. Caratteristiche, queste, che piacciono molto ai turisti, ai vacanzieri, alla classe politica e imprenditoriale che sceglie la Sicilia, solo ed esclusivamente per il divertimento ma che poi decide, incomprensibilmente, di trasformare questa terra nella casa ideale per ospitare… le Industrie petrolchimiche.

Le isole Bahamas cambierebbero il proprio modello di vita e di sviluppo? E perché i siciliani dovrebbero disfarsi di un’idea di cultura per abbracciare, con il Ponte, un modello  mercatista?  

In quel tempo fu imposta ai Siciliani una visione ingannevole che devastò il territorio a causa della miopia della politica tutta, o quasi, schierata dalla parte delle corporazioni industriali sostenute da gruppi finanziari che stavano dietro Montecatini, Edison ed Eni. Chi decide oggi che i nostri figli devono accettare un’opera imponente che imporrebbe gravi alterazioni al nostro ambiente sacrificandone irrimediabilmente la vocazione turistica e naturalistica? L’entusiasmo della corporazione ingegneristica, di fronte al sogno “fallico” del Ponte, lascia quantomeno perplessi. Anche perché la disastrosa situazione delle infrastrutture in Sicilia, definibile da “terzo mondo”, permarrebbe anche in presenza della fantasmatica opera tra le sponde di Sicilia e Calabria. Se è necessario imporre ai siciliani un diverso modello di sviluppo servirebbe, oltretutto, interpellarli perché un Popolo ha il diritto di scegliere come abitare e vivere nella propria terra di appartenenza e di vita. Ancor più se questo diritto è sostenuto da uno Statuto di Autonomia speciale che, all’art. 14, dà alla Sicilia le competenze esclusive in materia di turismo, ambiente, salute e salvaguardia del territorio. Qualcuno pensa, ad esempio, che le isole Bahamas, Stato insulare dell’America centrale situate nell’Oceano Atlantico, a est della Florida, sarebbero disposte a compromettere il loro modello di sviluppo turistico di portata mondiale incentrato sul “sogno caraibico” in nome di una insensata industrializzazione selvaggia? E perché mai i Siciliani dovrebbero consentirlo nella loro terra di appartenenza e di vita?

Foto tratta da Strill

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