La vecchia Mafia: la storia di Don Lollò, l’uomo che entrò nella bara da morto per uscirne vivo

La vecchia Mafia: la storia di Don Lollò, l’uomo che entrò nella bara da morto per uscirne vivo
1 marzo 2021

La vicenda la racconta nel volume ‘Mafia e politica’ Michele Pantaleone

La storia va in scena nel 1922, a Villalba, nel cuore della vecchia Sicilia dove brillava già la stella di Don Calò

Quella volta Don Lollò l’aveva veramente combinata brutta, tanto che nemmeno Don Calogero Vizzini riuscì a evitagli l’ergastolo. E allora…

Una domanda che ritorna sempre: la geniale fuga è stata unica, ovvero unico caso unico nella storia della vecchia mafia siciliana?

La vicenda la racconta nel volume ‘Mafia e politica’ Michele Pantaleone

La storia di Don Lollò da Villalba la racconta Michele Pantaleone nel libro che è ormai un classico: Mafia e politica. Una vicenda che ci ha sempre fatto riflettere sulle mille risorse della vecchia mafia. Per vecchia mafia s’intende l’organizzazione che, nel 1860, fiutando l’aria, capì che, se Garibaldi e i suoi mille contavano poco o nulla, dietro di loro c’erano invece i veri poteri che avevano già deciso quale sarebbe stato il futuro della Sicilia. Da qui l’alleanza tra mafiosi e garibaldini, che Giuseppe Scianò ha raccontato in modo magistrale nel suo volume “… e nel mese di Maggio del 1860 la Sicilia diventò colonia!“. La vecchia mafia – la mafia nata nei feudi della Sicilia – sopravviverà, cambiando pelle, sino alla fine degli anni ’70 del secolo passato, quando al potere arriveranno i Corleonesi che scriveranno altre storie. Nel 1922, quando va inscena la storia molto particolare di Don Lollò da Villalba, la vecchia mafia siciliana era nel piano della propria attività. Era stata un protagonista della ‘presunta’ unità d’Italia, aveva sposato la causa di Francesco Crispi – storicamente il primo ei ‘grandi ascari siciliani – si era messa al servizio di Giovanni Giolitti (“Il Ministro della malavita”, come lo definirà Gaetano Salvemini) e, in quell’anno, stata ‘studiando’ come inserirsi tra le pieghe del regime fascista allora nascente. Nel 1922 spiccava già la figura di Don Calò, al secolo Calogero Vizzini da Villalba. Don Calogero Vizzini era già allora uomo molto ‘ntisu‘, parola non facilmente traducibile in italiano, a metà strada tra persone molto ascoltata e, soprattutto, molto temuta.

La storia va in scena nel 1922, a Villalba, nel cuore della vecchia Sicilia dove brillava già la stella di Don Calò

Nel 1922 la mafia dettava legge nella Sicilia occidentale: a Palermo, a Trapani (dove la mafia vanta una lunga storia dai tempi del Procuratore del Regno Pietro Calà Ulloa, 1830 o giù di lì), ad Agrigento e nel ‘Vallone’. Don Calò (nella foto tratta da Wikipedia) arrivava proprio dalle aride zone interne della Sicilia, come già ricordato da Villalba, provincia di Caltanissetta, la provincia interna dell’Isola dove abbondavano feudi, grano e miniere di zolfo. La bizzarra storia di Don Lollo, che doveva essere un po’ malandrino e protetto da Don Calò, ha luogo in questa provincia. Don Lollò doveva averne combinate tante. “Nel 1922 – scrive Michele Pantaleone – un tale Lollò di Villalba fu colto sul fatto in un brutto episodio per cui neppure l’influenza di Don Calò potè evitargli di essere condannato all’ergastolo”. L’autore di Mafia e politica, che era nato a Villaba nel 1911 e che, supponiamo, di questa storia doveva conoscere tutti i particolari, è molto parco nel racconto. Da quello che si capisce, Don Lollò doveva averla combinata veramente grossa, se Don Calogero Vizzini, con la sua influenza, non era riuscito a evitarli il massimo della pena. E il fatto che il Tribunale del tempo gli abbia comminato l’ergastolo ci dice che il reato doveva essere ‘pesante’ assai.

Quella volta Don Lollò l’aveva veramente combinata brutta, tanto che nemmeno Don Calogero Vizzini riuscì a evitagli l’ergastolo. E allora…

Qui comincia la storia di Don Lollò che, forse – scriviamo forse perché non ne siamo sicuri – è unica, quanto meno nel suo genere. Dicevamo di Don Calò che, nonostante la sua influenza, non era riuscito ad evitare la galera al suo amico. Ma questo non gettò nella disperazione Don Lollò e lo stesso Don Calò. Le risorse della vecchia mafia erano tante e alcune veramente geniali. “Tuttavia – scrive Michele Pantaleone – dopo la condanna, Lollò fu giudicato pazzo e internato nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. dopo qualche tempo risultò morto e come un vero cadavere venne rinchiuso in una bara appositamente preparata per lasciar passare l’aria; così uscì indisturbato dal penitenziario e poi anche dalla bara, che fu calata vuota nella fossa. Intanto gli amici avevano tutto predisposto per farlo emigrare clandestinamente in America, e allora Don Calogero Vizzini gli consegnò un legante foulard di seta giallo oro con al centro stampata una C nera, iniziale del suo nome, quale segno di riconoscimento per tutti gli altri amici che lo attendevano al di là dell’Oceano”.

Una domanda che ritorna sempre: la geniale fuga è stato un caso, ovvero unica nella storia della vecchia mafia siciliana?

Questa è la storia di Don Lollò da Villalba, l’uomo che entrò moto in una bara per uscirne vivo. Quando, tanti anni fa, abbiamo letto Mafia e politica ci siamo chiesti: ma siamo sicuri che la storia del protagonista di questa incredibile fuga sia stata unica nella storia della vecchia mafia? Da qui il nostro “forse”. Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere lo scrittore Michele Pantaleone, che viveva a Palermo. Un giorno di tanti anni fa, seduti nella sua casa, dopo aver parlato del più e del meno – grosso modo alla fine degli anni ’70 del secolo passato – abbiamo posto la domanda: “Ma la fuga geniale di Don Lollò è stata unica, è l’unico caso nella storia della mafia?”. Confessiamo che abbiamo posto tale domanda più volte la domanda allo scrittore e tutte le volte lo scrittore ci guardava negli occhi per un attimo, poi volgeva il suo sguardo chissà dove, ‘tistiava’ un po’, come si dice dalle nostre parti e sorrideva.

Foto tratta da Il Sicilia  

 

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