Congo, l’uccisione dei due italiani e la strage di italiani nei primi anni ’60

Congo, l’uccisione dei due italiani e la strage di italiani nei primi anni ’60
23 febbraio 2021
  • Non è la prima volta che italiani perdono la vita in Congo
  • L’uccisione degli avieri italiani del 46° stormo nei primi anni ’60 
  • La Giustizia che non arrivò mai
  • Comunità TerraeLiberAzione: “Congo miniera del mondo 4.0”

Non è la prima volta che italiani perdono la vita in Congo

In queste ore non possiamo non pensare alle tragiche morti  dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci in Congo. Due italiani caduti in un’imboscata. Il giornale scenarieconomici.it, in un articolo molto ben documentato, ricorda che questi non sono i soli italiani morti in missioni diplomatiche o di pace nel grande Paese africano “Nel 1961 – leggiamo nell’articolo – ben tredici aviatori italiani, in missione di pace con aerei da trasporto furono trucidati a Kindu da milizie locali, in una situazione di estremo caos. Dopo l’abbandono del Congo da parte dei Belgi, il 30 giugno 1960, il Paese era piombato nel caos, con la secessione del Katanga, ricco di miniere e preso dal generale Ciombé e dai suoi miliziani, spesso mercenari occidentali, ed il resto del Paese era governato dal filo socialista Patrice Lumumba. Lumumba, che si opponeva agli interessi delle multinazionali minerarie ed era troppo vicino all’URSS, fu deposto da un colpo di Stato del generale Kasa-Vubu, caricato su un aereo e spedito a Ciombé, che non si fece scrupoli a eliminarlo. Il Paese si spacco ulteriormente in due: l’ovest in mano a Kasa-Vubu ed al generale Mobutu, l’est in mano al vice di Lumumba, Antoine Gizenga”.

L’uccisione degli avieri italiani del 46° stormo nei primi anni ’60 

“I nostri avieri del 46 stormo – leggiamo sempre nell’articolo di scenarieconomici.it – operavano due Fairchild C119 Lyra in carico al 46 stormo. Erano in Congo nell’ambito di una missione ONU nel tentativo di portare alla pacificazione ed al riconoscimento delle legittime autorità, cosa in quel momento tutt’altro che certa (foto tratta da La Gazzetta del Sud). La loro funzione era soprattutto quella di trasportare rifornimenti alle disperse guarnigioni internazionali in quello che era forse il primo vero tentativo dell’ONU di far fronte ai propri doveri”. L’autore dell’articolo ci consiglia il film L’assedio di Jodoville per capire cosa succedeva in quegli anni da quelle parti. “I due aerei italiani, con i relativi equipaggi – leggiamo ancora nell’articolo – furono mandati al’aeroporto di Kindu per rifornire la piccola guarnigione locale dell’ONU, composta da soldati malesi. Nella zona vi era una forte tensione per gli scontri fra le truppe governative e quelle che facevano capo al Governo di Leopoldville ora Kinshasa, e quelle di Gizenga, che occupavano la città. Si era sparsa la voce di un possibile attacco di truppe governative od ONU con paracadutisti. Quando i due aerei sorvolarono la città la guarnigione locale molti civili pensarono che queste voci fossero vere. I C 119 intanto atterravano nell’aeroporto, la cui torre era ormai inservibile, scaricavano gli aerei e si recavano a pranzare, non armati, in una villetta adibita a mensa vicino all’area, insieme ad alcuni ufficiali malesi. I congolesi li trovarono in questa villetta, praticamente indifesi e, nonostante le spiegazioni e le proteste degli ufficiali malesi, li malmenarono duramente, perché li scambiarono per belgi al soldo dei katanghesi. L’ufficiale medico Francesco Paolo Remotti tentò di fuggire ma fu subito raggiunto ed ucciso. Gli altri, con il corpo del Remotti, furono caricati su camion e portati in città nella prigione locale accompagnati d circa 300 miliziani agli ordini di un certo colonnello Pakassa. Il comandante dei malesi, Maud, cercò di trattare il loro rilascio o studiare una possibile azione di liberazione, ma, nella notte un gruppo di miliziani armati di mitra penetrò nella cella e uccise tutti gli avieri italiani, compreso il comandante, maggiore Parmeggiani. I corpi, lasciati li, furono portati via dal custode della prigione e seppelliti in una fosse comune, per evitare che la popolazione ne facesse scempio”.

La Giustizia che non arrivò mai

“Gli uomini di Gizenga – leggiamo sempre nell’articolo – cercarono di giustificare l’eccidio con le accuse più fantasiose, come che stessero trasportando rifornimenti per il Katanga, e che fossero stati attirati in una trappola, quando il piano di volo era noto e si sapeva che la torre era disattivata da tempo (questo fu scoperto da un coraggioso Ronchey che si recò sul luogo). Solo dopo settimane il guardiano della prigione si mise in contatto con due italiani che vivevano a Kindu, i fratelli Arcidiacono, che riuscirono ad avvertire le autorità italiane. A febbraio 1962 fu organizzata una colonna delle croce rosse austriaca, accompagnata da nostri avieri del 46 stormo e da caschi blu etiopi, che recuperarono i cadaveri, ancora in buono stato di conservazione e riconoscibili. Furono portati a Pisa dove giacciono nella Cappella Sacrario ai caduti di Kindu. Per l’opposizione della sinistra ottennero la medaglia d’oro alla memoria solo nel 1994, dopo trent’anni. Le famiglie ottennero un risarcimento solo nel 2007. Nessuno ha pagato per la loro morte. Antoine Gizenga è stato primo ministro della Repubblica Democratica del Congo dopo l’era Mobuto. Speriamo in una giustizia più rapida per Attanasio e Iacovacci”.

Comunità TerraeLiberAzione: “Congo miniera del mondo 4.0”

Interessante anche un post della Comunità TerraeLiberAzione. “Il CONGO è la MINIERA del MONDO 4.0. I mandanti del CAOS in CONGO… vanno “ricercati” – in primis – negli USA: American Mineral Fields Inc. (AMFI), Barrick Gold Corporation (BGC) &C. Non ci aspettiamo nulla dallo Stato italidiota che ha distrutto la Libia di Gheddafi e la Moneta Africana di Sviluppo. Solidarietà alle famiglie del giovane e brillante ambasciatore italiano e del giovane e onesto carabiniere caduti nell’infinita ‘guerra coloniale per procura’ che tormenta l’immenso e ricco Congo”.

Foto tratta da Il Messaggero

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